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Storia del Movimento5Stelle-25. Conclusioni: la democrazia digitale, un esperimento fallito

di Giorgio Bertola


Venticinquesima ed ultima puntata della storia del Movimento 5 Stelle scritta da Giorgio Bertola, consigliere regionale del Piemonte (Gruppo misto-Europa Verde), uno dei fondatori dell'esperienza grillina a Torino, le cui vicende entrano a far parte della scena politica italiana nel 2009.

Lo studio ha cercato di rispondere alla domanda posta nel titolo: «Il Movimento 5 Stelle: un esperimento di democrazia digitale?». A tal fine, l'autore ha analizzato il contesto nel quale le campagne di controinformazione di uno dei più celebri comici italiani, Beppe Grillo, hanno trovato nel web un nuovo canale di diffusione, e nel quale si è passati dalle iniziative di protesta alla politica nelle istituzioni, costruendo un movimento che in pochi anni dalla sua fondazione è arrivato al governo del Paese. Un contesto politico caratterizzato dalla crisi dei meccanismi di rappresentanza, da una crescente sfiducia nelle istituzioni, dall’indebolimento dei partiti e degli altri corpi intermedi, e dalla personalizzazione e leaderizzazione della politica indotte dalla mediatizzazione. Come si è visto nelle precedenti puntate, questi elementi possono favorire sia spinte verso forme di democrazia che prevedono un maggior coinvolgimento dei cittadini, come la democrazia partecipativa, la democrazia deliberativa, la democrazia diretta e la democrazia digitale, sia lo sviluppo di soggetti politici populisti.


Il Movimento 5 Stelle, di cui abbiamo riassunto il percorso, dalle iniziative che ne hanno preceduto la fondazione alle vicende più recenti, ha portato nella politica italiana la visione dei suoi fondatori, in particolare quella di Gianroberto Casaleggio. Si è posto in antitesi rispetto ai partiti, qualificandosi come movimento e dichiarando fin dal suo “non statuto” di non voler mai assumere la forma partitica. Con lo slogan “ognuno vale uno” ha inteso promuovere un modello di partecipazione in cui non sono previsti organismi rappresentativi o direttivi, e nel quale gli utenti della rete hanno un ruolo di indirizzo e di governo. Un modello di democrazia diretta da applicare nei processi decisionali interni, ma anche un programma politico; il M5S, infatti, ha tra le sue proposte l’introduzione di referendum propositivi e l’abolizione del quorum, e nella visione utopica di Gianroberto Casaleggio c’è un futuro nel quale i partiti non esistono più e le decisioni vengono prese con delle consultazioni online.

Come abbiamo visto, il modello organizzativo del M5S ha in seno diverse contraddizioni, la cui evidenza può costituire un primo contributo per rispondere alla nostra domanda iniziale. Il M5S, infatti, afferma di ispirarsi ai movimenti sociali che si sono sviluppati nello stesso periodo, che presentano forti elementi di orizzontalità e che si basano su internet, ma non è completamente assimilabile a quel modello. A caratterizzare il movimento pentastellato è infatti la sua verticalità: promuove la democrazia diretta, ma ha un leader che detta la linea dal suo blog; ad essere centrale è la figura del “capo”, più che quella dei partecipanti online. I contributi in letteratura adottati per la nostra analisi concordano nell’ascrivere il M5S nel novero dei fenomeni populisti. Il M5S presenta i caratteri del populismo fin dagli inizi; è un partito personale, con un leader che utilizza un linguaggio semplice e diretto, e che alla supposta complessità della politica contrappone un modello che punta a sostituire i “professionisti della politica” con la “gente comune”, non rappresentanti, ma portavoce dei cittadini nelle istituzioni.

Lo studio si è poi concentrato sugli strumenti per mezzo dei quali il M5S ha inteso realizzare i suoi ideali di partecipazione online, in particolare la piattaforma Rousseau. Abbiamo evidenziato gli elementi innovativi di un sistema operativo che ha permesso agli iscritti al M5S di esprimersi su questioni riguardanti la linea politica, di scegliere i propri candidati alle elezioni principali, di interagire con i parlamentari e i consiglieri regionali commentando ed integrando le loro proposte di legge, e di elaborarne delle proprie. Ne abbiamo, nondimeno, elencate le criticità.

La piattaforma Rousseau e tutti i dati che detiene sono infatti gestiti dall’associazione omonima, che è composta da soci scelti per cooptazione da Davide Casaleggio e che vede concentrati su di sé tutti i poteri; a questo riguardo, oltre alla questione relativa alla proprietà dei dati, abbiamo sottolineato la possibile sussistenza di un conflitto di interessi in capo a Davide Casaleggio, dal momento che lo stesso è succeduto al padre anche nella guida dell’azienda di famiglia, che ha rapporti commerciali con imprese di rilevanza nazionale. Questione non meno importante è quella relativa alla sicurezza delle votazioni: Rousseau ha subito diverse violazioni dei dati personali degli iscritti in seguito ad attacchi di pirateria informatica.

Si è poi visto come l’ideale della partecipazione di massa online, al netto delle limitazioni imposte dai gestori della piattaforma, si scontri con problemi come il digital divide e il limitato interesse degli iscritti nei confronti di alcuni temi. La piattaforma Rousseau ha infine denunciato la scarsa possibilità di iniziativa “dal basso”. Gli iscritti non hanno infatti la possibilità di proporre dei temi o delle istanze da sottoporre alla votazione degli iscritti, fatta eccezione per le proposte di legge.

Per rispondere alla domanda iniziale è stato tuttavia necessario confrontare sia le caratteristiche del M5S che quelle di Rousseau con quelle della democrazia digitale e delle piattaforme digitali di partecipazione. Dal confronto è emerso che il M5S è assimilabile ai partiti-piattaforma, che nascono come reazione alla crisi dei corpi intermedi, che pongono in essere pratiche partecipative attraverso la democrazia diretta online, ma che non possono considerarsi come esperienze di democrazia digitale, in quanto privi di orizzontalità e portatori di una concezione individualistica della partecipazione.

Quanto a Rousseau, abbiamo visto che può essere assimilata solo in piccola parte alle piattaforme di partecipazione democratica in senso compiuto, che devono avere i seguenti requisiti: inclusione, apertura, sicurezza, alta interattività e deliberazione. La piattaforma utilizzata dal M5S denuncia carenze in tutti i requisiti elencati, come reso evidente dalla nostra analisi.

Possiamo quindi concludere che il M5S non rappresenta un esperimento di democrazia digitale, e nemmeno le scelte più recenti, successive all’abbandono di Rousseau, lo conducono in quella direzione. La centralità della figura del leader, propria dello schema ideologico populista, non ha lasciato lo spazio, per citare il “non statuto” del M5S, «alla totalità degli utenti della rete», affinché a loro fosse attribuito «il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi». Questo non è avvenuto nemmeno quando si è passati dalla leadership carismatica del fondatore del M5S a quella di una persona nominata a seguito di una votazione aperta a tutti gli iscritti. Gli utenti della piattaforma Rousseau hanno avuto più che altro un ruolo di conferma degli indirizzi stabiliti dal capo politico del M5S e da poche altre persone. Il consenso “popolare” sulle loro scelte, avvenuto in assenza di adeguati spazi di discussione, è stato usato come strumento per scavalcare il dibattito interno ai gruppi parlamentari.

L’insuccesso dell’esperienza del M5S in relazione alla democrazia digitale induce a delle riflessioni sulle possibili prospettive di partecipazione democratica nell’epoca delle tecnologie digitali. Riflessioni importanti, in un contesto nel quale si assiste al perdurare della crisi della democrazia rappresentativa, resa evidente dal crescente astensionismo alle consultazioni elettorali. È necessario affiancare alla democrazia rappresentativa degli strumenti che favoriscano la partecipazione, e che non la limitino al momento dell’espressione di un voto, sia esso la croce sul simbolo di un partito o un clic su una delle opzioni disponibili in una consultazione online.

La democrazia digitale può favorire la partecipazione in termini sia quantitativi che qualitativi, a patto che sia in grado di creare adeguati spazi di discussione e di confronto. La rete non è neutrale, è quindi necessario che le piattaforme digitali abbiano una governance aperta e trasparente, e assicurino la sicurezza di tutti i partecipanti. Nondimeno, visto che la democrazia digitale deve affiancare quella rappresentativa e non sostituirla, è necessario restituire centralità a un corpo intermedio importante come i partiti politici, che nel dettato costituzionale sono il mezzo attraverso il quale i cittadini possono «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Una nuova disciplina dei partiti, in attuazione dell’art. 49 della Costituzione, potrebbe includere anche la regolamentazione delle piattaforme digitali di partecipazione secondo i principi che abbiamo sopra esposto, favorendo la rimozione di tutti gli ostacoli economici e sociali che limitano la partecipazione democratica, come previsto dai principi fondamentali della nostra Costituzione.

 

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Precedenti puntate in:


https://www.laportadivetro.com/post/storia-del-movimento5stelle-14-piattaforma-rousseau-e-l-eredità-di-gianroberto-casaleggio; 

https://www.laportadivetro.com/post/storia-del-movimento5stelle-15-piattaforma-rousseau-criticità;

https://www.laportadivetro.com/post/storia-del-movimento5stelle-23-piattaforma-rousseau-troppe-occasioni-perdute;



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