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La Stanza del pensiero critico. Non esiste neutralità tecnologica

Tecnica, potere e lavoro, verso un sindacalismo post-moderno


di Savino Pezzotta


Nel dibattito pubblico contemporaneo la tecnica viene spesso presentata come un dato neutro, inevitabile, quasi naturale. Essa appare come un insieme di strumenti e procedure al servizio dell’efficienza, della razionalità e del progresso. Questa rappresentazione, tuttavia, è profondamente ingannevole. La tecnica non è mai un fatto puramente strumentale: è sempre un fatto sociale e politico. Ogni sapere costruttivo nasce all’interno di rapporti sociali determinati, riflette una specifica idea di ordine, di disciplina e di controllo, e presuppone un sistema di autorità che stabilisce chi decide, chi certifica e chi deve obbedire. Interrogare la tecnica significa dunque interrogare il modo in cui una società organizza il potere, il lavoro e il sapere.

Una riflessione che voglia davvero misurarsi con il bene comune non può limitarsi a proclamare principi etici astratti o a invocare genericamente un “uso responsabile” delle tecnologie. Deve piuttosto entrare nel cuore della razionalità tecnica che governa la società: le sue procedure, i suoi linguaggi, le sue gerarchie. È qui che la tecnica mostra il suo carattere normativo, stabilendo implicitamente che cosa è considerato valido sapere, quale lavoro conta, quali soggetti sono riconosciuti come competenti e quali invece vengono relegati all’esecuzione passiva.


La necessità di una critica dell’ideologia tecnocratica

La critica dell’ideologia tecnocratica assume oggi una rilevanza cruciale. Negli Stati Uniti essa si manifesta attraverso un modello neo-strassuriano, in cui la democrazia viene concepita come fragile meccanismo da guidare dall’alto, mentre l’autorità dei tecnocrati assume valore di legittimazione sociale: gli esperti non solo decidono, ma “proteggono” la società dalla propria presunta irrazionalità. Nell’Unione Europea, invece, il tecnocratismo assume una forma formalmente più regolamentare, apparentemente inclusiva: le decisioni vengono prese attraverso procedure e istituzioni multilivello, con l’uso di parametri, indicatori e algoritmi.

La differenza sostanziale sta nella trasparenza apparente: l’UE costruisce un “consenso tecnico” su base normativa, mentre negli USA la legittimazione si fonda sulla superiorità epistemica percepita degli esperti. In entrambi i casi, però, la democrazia reale – quella fondata sulla partecipazione dei cittadini, sul conflitto regolato e sulla deliberazione pubblica – viene marginalizzata.

Da un punto di vista costituzionale, questa subordinazione della politica alla tecnica rappresenta una violazione dei principi fondamentali dello Stato di diritto. In Italia e in Europa, la sovranità popolare è formalmente garantita, ma sostanzialmente ridotta a ratifica di decisioni già prese dagli esperti o dalle istituzioni sovranazionali. La neutralità della tecnica, presentata come valore in sé, diventa strumento di esclusione e di disuguaglianza: sottrae potere ai cittadini, riduce la partecipazione, e trasforma la governance in mera amministrazione, privata del suo ruolo etico e deliberativo.


Il ruolo tra sapere dignità e lavoro

Il nodo decisivo emerge quando si guarda al rapporto tra lavoro, sapere e dignità. Contro una visione che identifica il sapere esclusivamente con la teoria certificata, occorre riconoscere che il lavoro è innanzitutto sapere incarnato. Il sapere vive nelle pratiche, nei gesti, nelle tradizioni operative, nelle soluzioni concrete elaborate quotidianamente dai lavoratori. È un sapere spesso non codificato, non riconosciuto istituzionalmente, ma essenziale al funzionamento reale dei sistemi produttivi e sociali. Separare chi pensa da chi esegue, svalutare il sapere pratico, ridurre il lavoro a funzione subordinata all’interno della tecnica algoritmica non solo produce alienazione economica, ma mina profondamente la dignità, la cittadinanza attiva e il senso stesso della democrazia.

La debolezza politica del sindacalismo contemporaneo riflette questa dinamica: venuta meno una visione universalista, il sindacato tende a frammentare la propria interpretazione del reale, trasformandosi da comunità operosa in semplice aggregazione di interessi individuali. Le rivendicazioni non partono più dalla concretezza della condizione alienata prodotta dal sistema tecnico-algoritmico, ma da una sorta di metafisica sindacale, fatta di principi astratti, categorie ereditate e ritualità negoziali sempre meno incisive.


Reti di sapere incarnato

Se la critica teorica deve produrre effetti concreti, essa deve tradursi in azioni operative capaci di incidere sulle forme di governance tecnocratica. Alcune direttrici strategiche concrete potrebbero essere:

1) la creazione di piattaforme digitali e fisiche dove i lavoratori possano condividere esperienze, pratiche operative e soluzioni concrete;

2) la codificazione di queste competenze non certificate in manuali, guide e database aperti, da utilizzare per rafforzare il potere negoziale;

3) il collegamento di reti italiane a reti europee e mondiali, favorendo scambi transnazionali su condizioni di lavoro, automazione e tecnologie digitali;

4) l'esigenza di rappresentanze effettive dei lavoratori nei comitati tecnici delle aziende, nelle piattaforme digitali e negli organismi decisionali pubblici;

5) richiedere l’introduzione di strumenti di veto o consultazione vincolante sui sistemi algoritmici che regolano il lavoro, dalla pianificazione produttiva ai processi di automazione.

Un'altra importante iniziativa potrebbe essere quella di presentare ricorsi e iniziative legali contro decisioni tecnocratiche che riducono la partecipazione dei cittadini o violano i principi costituzionali di trasparenza e sovranità popolare. In Europa, promuovere campagne per regolamenti che obblighino la pubblicazione e la valutazione pubblica degli algoritmi decisionali e dei parametri tecnici utilizzati nelle istituzioni comunitarie.


Educazione critica, alfabetizzazione digitale , informazione permanente sui cambiamenti

Avviare corsi e workshop per lavoratori e cittadini sul funzionamento degli algoritmi, sul linguaggio tecnico e sulla governance digitale. Formare “delegati tecnologici” in azienda e in ambito territoriale, capaci di tradurre le decisioni tecniche in termini comprensibili e di partecipare attivamente al dibattito.

Organizzare scioperi, campagne informative e azioni collettive transnazionali, puntando a unire lavoratori di diversi paesi contro gli effetti alienanti dei sistemi tecnico-algoritmici. Creare “giornate di denuncia globale” contro l’automazione senza partecipazione, l’espropriazione cognitiva del lavoro e il potere opaco dei tecnocrati.

Queste azioni permettono di trasformare la critica teorica in strumenti concreti: i lavoratori non diventano solo oggetti del sistema tecnico, ma soggetti attivi che contribuiscono a determinare l’organizzazione della produzione, le regole della tecnologia e il governo della società digitale. In Italia, in Europa e a livello mondiale, un sindacalismo radicale basato su queste strategie può finalmente ricomporre lavoro, sapere e democrazia, restituendo centralità al sapere incarnato e alla dignità dei lavoratori, contro la riduzione del lavoro a funzione subordinata e contro il dominio dei tecnocrati.

 

 

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