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Per passione, non solo musica e parole...

Dieci anni senza David Bowie


a cura del Baccelliere

David Bowie nel 1967
David Bowie nel 1967

David Bowie, il Duca Bianco, Ziggy Stardust, in ultimo Blackstar, ci ha lasciati il 10 gennaio 2016, due giorni dopo il suo sessantanovesimo compleanno. Sono passati dieci anni. E bisognerebbe essere troppo retorici - o ottimisti - per dire che sembra ieri. Era un altro mondo nonostante dieci anni non siano un’era geologica. Perché il mondo viaggia ad una velocità vertiginosa e soprattutto produce risultati che hanno qualcosa di inimmaginabile.

Dire che cosa sarebbe Bowie oggi è un esercizio difficile. Bowie si comportava come una cartina di tornasole. Registrava gli umori del cambiamento come un sismografo. Ma ne era anche un anticipatore e un catalizzatore. Facciamo fatica a immaginarlo impegnato in uno di quei tour celebrativi ai quali hanno ceduto parecchi suoi coetanei. Probabilmente lo si vedrebbe meno.

Sarebbe preoccupato dal ritorno dei nazionalismi e della paura del diverso? Che cosa penserebbe del paradosso dei social network? Lui che si interrogava sugli alieni [1] come reagirebbe di fronte all’intelligenza artificiale, all’alieno creato dall’uomo? Probabilmente si porrebbe in maniera più inquietante la domanda su quello che resta dell’individualità nell’era della riproducibilità.

La sua musica sarebbe ancora un’aspirazione a qualche cosa che non si era ancora sentito. Le sue provocazioni giovanili sarebbero diventate strumenti di apertura.

Perché Bowie era un architetto di edifici sonori. E come un vero architetto non si accontentava di fare ammirare la facciata. Le sue canzoni erano spazi nei quali abitare. Costruiva luoghi. In un’epoca assediata da playlist che scorrono, lisce e scivolose, la sua musica arriva ancora in profondità.

Sapeva cogliere spunti dal teatro come dalla pittura, dalla moda, dalla letteratura, dalla fantascienza - e diventare lui stesso opera d’arte. L’ultimo suo lavoro[2] è una sorta di testamento spirituale. La celebrazione della vita, anche nel momento doloroso della malattia e della fine, come un elemento creativo è stato forse l’atto più coerente del Bowie performer. Non ha trasformato il dolore in spettacolo, né lo ha nascosto per pudore. Ha fatto qualcosa di più radicale: lo ha integrato nel processo creativo, come un materiale tra gli altri. Come il silenzio, come l’ombra[3].

Il suo regalo d’addio. Aver dimostrato che sinché si crea si è vivi. Che creare è importante quanto vivere. L’arte forse non può salvarci ma serve a ribadire la nostra presenza. Da questo viene la ragione per cui - anche se non sembra ieri - dieci anni dopo, con un mondo doloroso e diverso, siamo comunque qui ad interrogarci su di lui[4].


Note

[2] Blackstar pubblicato l’8 gennaio 2016, due giorni prima della sua morte.

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