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Continua in Iran la ribellione al potere degli ayatollah

  • Vice
  • 18 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

di Vice

Il regime degli ayatollah è scosso, forse come non lo era mai stato. L'Iran è isolato: linee telefoniche e internet sono bloccati ed è impossibile collegarsi con i principali quotidiani on line di Teheran. Dal 28 dicembre scorso le città iraniane sono attraversate da manifestazioni, cortei, scioperi (ultimo nel settore energetico, in un impianto di raffinazione nell’area di Pars, nel sud del Paese), serrate e disordini. Il caos non si arresta e la protesta non ha soltanto i tratti della difesa. Al quindicesimo giorno di violenze degli apparati di sicurezza il bilancio dei moti avrebbe raggiunto decine e decine di morti e feriti, e oltre duemila arresti. Ma gli iraniani contrari all'autocrazia clericale sono passati al contrattacco: assediano le stazioni della polizia e accerchiano nelle città le forze dell'ordine. Il rovesciamento del paradigma delle precedenti rivolte è netto.

Non era accaduto neppure nel settembre del 2022, quando scoppiò la rivolta per l'uccisione da parte della polizia morale della ventitreenne curda Mahsa Amini. Ciò avrebbe provocato un irrigidimento ai vertici iraniani con una concentrazione dei poteri nelle Guardie della Rivoluzione Islamica. I pasdaran sono duecentomila, armati e dotati anche di grande autonomia finanziaria e potere politico; su di loro si appoggia totalmente la Guida Suprema Khamenei, ritenendo inadeguata la fedeltà di esercito e polizia. Si può spiegare in questo modo la prudenza della seconda carica dello Stato, il presidente Massoud Pezeshkian, che in un incontro pubblico ha invitato a comprendere le ragioni dei manifestanti e a contenere la repressione. Anche per non suscitare l'ira del presidente americano Donald Trump (un paradosso, se si pensa a ciò che avviene negli Usa) che continua a minacciare l'Iran in caso di reiterate violenze sulla folla.

Khamenei e Pezeshkian restano faccia della stessa medaglia, che le opposizioni in patria e all'estero considerano l'espressione del poliziotto cattivo e del poliziotto "buono". Senza però escludere la possibilità di un conflitto tra i corpi separati dello Stato all'interno di un potere meno coeso rispetto al passato. E che proietta nel Paese pieghe e piaghe inimmaginabili fino a ieri in quello che appariva come un monolite, inossidabile e a prova di attacchi esterni, come nella guerra dei "dodici giorni" scatenata a giugno da Usa e Israele.

All'opposto, qualcosa è accaduto, forse è la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, insieme con il precipitare della crisi economica da cui si è originata la protesta. Infatti, è da una recente indagine del luglio scorso che ha portato alla luce il rifiuto di quattro iraniani su cinque per la Repubblica islamica, che ha preso il potere nel 1979, all'indomani della cacciata dell'ultimo Scià, Reza Pahlavi. La fonte, riportata da Vatican News, è del think tank francese Fondapol che ha pubblicato una ricerca della fondazione Gamaan, un istituto di ricerca indipendente con sede nei Paesi Bassi che analizza le tendenze in Iran.


In questo scenario, comincia a farsi strada soprattutto in manifestazioni all'estero la figura di Reza Ciro Pahlavi, il figlio dell'ultimo Scià, sostenuto da potenti ambienti finanziari ed economici internazionali, che vedono con favore il ritorno della dinastia del Pavone per costruire un nuovo ordine in Medio Oriente. Un ritorno al passato con tutte le sue ombre. Si pensi soltanto alla famigerata Savak, la polizia segreta imperiale dello Scià, responsabile di orribili delitti. Ma un ritorno alla stagione dei privilegi di una monarchia osteggiata dal popolo che rischia di essere favorito dalla debolezza e dalla disunione delle opposizioni. Fenditure tra la Resistenza iraniana che potrebbero allargarsi e contribuire a portare in prima fila l'immagine di una dinastia come soluzione unitaria per mantenere l'idea di sovranità del Paese. Non a caso, Pahlavi ha invitato la popolazione la popolazione a scendere in piazza stasera, domenica 11 gennaio, a prepararsi a conquistare i centri città, come ha diffuso il canale televisivo Iran International, finanziata dall'Arabia Saudita. Il suo mantra è lo stesso da giorni: "Mi sto preparando a tornare in patria per stare con voi, la grande nazione dell'Iran, quando la nostra rivoluzione nazionale sarà vittoriosa. Credo che quel giorno sia molto vicino". Ma in Iran, anche se può apparire semplicistico, si teme di passare dalla padella alla brace.


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