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Comitato referendario per il "Sì": una contrarietà di ordine teologico, non politico

di Savino Pezzotta

L'8 gennaio scorso, è stato costituito presso un notaio di Roma un comitato referendario di cattolici per appoggiare il “SÌ” alla riforma sulla giustizia approvata dal Parlamento il 30 ottobre 2025. L’iniziativa si presenta con l’esplicito intento di “ricostruire l’equilibrio tra i poteri”, ritenuto compromesso da una ricorrente giurisprudenza creativa in materia antropologica che avrebbe progressivamente esautorato il Parlamento.

La mia contrarietà a questa iniziativa non riguarda il merito della riforma né la legittimità del referendum. Non nasce da un giudizio politico contingente. È una contrarietà di ordine teologico, che tocca il modo in cui l’identità cristiana viene chiamata in causa e utilizzata nello spazio pubblico.

Il cristianesimo non nasce da un atto di adesione binaria, da un “sì” o da un “no” pronunciato davanti a un quesito. Nasce da una sequela, da un cammino, da una relazione viva con la Parola. Ridurre l’identità cristiana a una scelta referendaria significa comprimere la fede in una forma che non le appartiene, trasformandola da esperienza di discernimento in appartenenza schierata.

Dal punto di vista teologico, questo passaggio è particolarmente problematico. La dottrina sociale della Chiesa distingue tra principi e mediazioni storiche. I principi – dignità della persona, giustizia, bene comune, pace – orientano la coscienza; le mediazioni storiche appartengono alla responsabilità politica dei cittadini e sono sempre situate, imperfette, discutibili. Una riforma della giustizia e il relativo referendum rientrano chiaramente in questo secondo ambito. Presentare una scelta referendaria come se esistesse una risposta “cattolicamente necessaria” significa sacralizzare ciò che è contingente.

La tradizione cristiana, da san Paolo a Ignazio di Loyola e allo stesso  Josemaría Escrivá de Balaguer, insiste sul valore del discernimento delle coscienze. Il discernimento non elimina il conflitto interpretativo, non semplifica la complessità, non produce uniformità forzata. Un comitato che si definisce “cattolici per il Sì”, invece, introduce una pressione simbolica e morale: suggerisce che l’identità di fede implichi una determinata opzione politica. Questo non rafforza la testimonianza cristiana, ma la riduce a identità militante.

C’è poi una questione ecclesiologica di fondo. La Chiesa non è un soggetto referendario. È sacramento, non comitato elettorale; è chiamata a custodire una parola profetica, non a organizzare schieramenti. Quando il cristianesimo assume la forma di un fronte, perde la sua tensione evangelica e si adatta alla logica del consenso. Il Vangelo non chiede di vincere, ma di testimoniare; non chiede di contarsi, ma di servire.

In questo senso, è significativo ricordare l’esempio di Rosy Bindi e Giovanni Bachelet, persone che conosco personalmente. Pur essendo credenti noti e riconosciuti, non si sono mai dichiarati “cattolici per il No”. Hanno assunto le loro posizioni laicamente, come cittadini italiani, nel pieno esercizio della responsabilità politica. Questa postura è teologicamente esemplare: la fede non viene esibita per legittimare una scelta, ma agisce nel profondo della coscienza, senza trasformarsi in etichetta pubblica.

In quella scelta c’è una distinzione sana e feconda: la fede come orizzonte di senso; la decisione politica come atto responsabile; lo spazio pubblico come luogo di confronto tra cittadini, non tra identità religiose contrapposte.

Il cristiano ha già pronunciato il suo “Sì” fondamentale: a Dio, alla vita, alla dignità della persona, alla giustizia e alla pace. Confondere questo “Sì” radicale con un “Sì” referendario significa banalizzare l’atto di fede, riducendolo a procedura politica e a strumento di legittimazione.

Per queste ragioni, ritengo teologicamente più corretto e più evangelico non costruire comitati “per il Sì” o “per il No” in nome dell’identità cattolica, ma favorire informazione, confronto serio, accompagnamento delle coscienze, riconoscendo la legittimità di scelte diverse anche tra credenti. Non è relativismo: è fedeltà all’incarnazione, che rifiuta ogni scorciatoia sacralizzante.

La mia contrarietà, dunque, non è disimpegno. È un atto di responsabilità verso la fede stessa, affinché non venga arruolata, semplificata o piegata a logiche di schieramento. La fede cristiana non ha bisogno di comitati per esistere: ha bisogno di coscienze libere, adulte, capaci di assumersi il peso delle proprie decisioni davanti alla storia.

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