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Veneziani e il coraggio di non abiurare a una destra sociale

Aggiornamento: 18 ore fa

A ridosso delle critiche al governo Meloni espresse di recente dallo scrittore


di Marcello Croce  


Le iniziative geopolitiche di Donald Trump, in primis il blitz in Venezuela, hanno avuto l'effetto di un tornado su molte questioni aperte, soprattutto di politica interna. Tra queste, ed è motivo di ritorno su ciò che stava cominciando a lievitare a fine anno, il giudizio molto severo sull’attuale governo italiano, esposto da Marcello Veneziani dalle colonne de La Verità del 21 dicembre scorso. Si tratta di un giudizio che fa discutere, ma non per questo va catalogato semplicemente attraverso un assenso o un dissenso pregiudiziali. Le ragioni menzionate in quell’articolo oltrepassano, infatti, il dibattito acceso da chi contesta e da chi replica alle contestazioni, riguardo gli atti compiuti o quelli previsti per il 2026 dalla graziosa signora uscita vincitrice nelle elezioni del settembre 2022.

Di qui un interesse che coinvolge tutti (destra e sinistra, per intenderci). Veneziani chiama in causa i significati ultimi della politica, quando sostiene che in Italia nulla è cambiato da quindici anni, attraverso i governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte (I e II), Draghi; e ora Meloni. Una cosa sola è cambiata, in linea ascensionale: l’astensionismo:

Tre quarti del popolo italiano, dice il Censis, non crede più alla politica. È nato un nuovo populismo antipolitico. È questo l’ultimo stadio del populismo, quello di chi diffida ormai della politica e se ne tiene alla larga. Ma questo malumore generale vive nella sua dimensione privata e individuale, senza sbocchi politici.


L'astensionismo e la sfiducia verso la politica

Inedito, dunque, l’approccio di Veneziani. Non si sofferma a discutere su questo o quel (realizzato o mancato) provvedimento, ma misura il governo di destra a fronte di questo vuoto, di questa voragine al di sopra della quale la boria del potere si può solo illudere di stare al sicuro; e chiede conto di cosa farà, questo potere, per aprire agli italiani delle nuove ragioni di partecipazione.

Badiamo, non si tratta di commisurare semplicemente in forma numerica la curva dell’indice di astensionismo. Sarebbe una cosa legittima, ma asettica. Gli indici direbbero soltanto che dal 2008 al 2022 la percentuale di astensionisti è aumentata di 17 punti percentuali, fermandosi al 63,8% di votanti nelle ultime elezioni politiche. Direbbero, ancora, che nel 2022 Fratelli d’Italia ottenne più voti fra gli operai e le sinistre ottennero la maggior parte di quelli dei giovani.[1]

Ma la domanda di Veneziani è altra, consiste nel porre il seguente problema: un governo che pretende il titolo di governo per la nazione, come può coesistere con la sfiducia passiva di poco meno del 40% di italiani con diritto di voto?

Il ragionamento implica almeno due cose, che riguardano sia le destre che le sinistre.

Una, che il distacco, da parte di poco meno della metà degli adulti, da ogni forma di partecipazione politica è un problema che investe l’essere stesso di una nazione e di un popolo. Significa che qui sono in gioco le ragioni ideali dell’esistenza di uno Stato e non l’ordinaria amministrazione. Quali ragioni ideali queste destre incarnano, cioè testimoniano e difendono,? Quali ragioni ideali incarnano, cioè testimoniano e difendono, queste sinistre? Qui non si tratta del pronunciare slogan di propaganda, buoni per l’effimero, ma di aprire lo sguardo al futuro delle generazioni, di pensare l’oggi in vista del domani, perché questo è il compito di un governo all’altezza della propria epoca storica.

La seconda cosa riguarda il riferimento a due date storiche che costituiscono la chiave di questo primo quarto di secolo, rappresentandone la svolta decisiva. Le date sono il 1989 e il 2024. Collegati fra loro, la caduta dei sistemi comunisti europei e il trionfante rientro di Trump alla testa degli Usa completano la fine dell’ordine storico che nel 1945 dettò i principi costitutivi di una interpretazione etico-politica del mondo, determinata a misura della catastrofe di un conflitto (1914–1945), per il quale l’Europa aveva pagato un prezzo di dolore infinito.


Ciò che difetta alla classe dirigente di Fratelli d'Italia

E qui torno all’articolo citato all’inizio. L’analisi fatta da Veneziani è ben più profonda di quanto non appaia a un lettore che non intenda quanto sopra ho schematicamente ricordato.

Quel che finora è mancato, alle destre, è la volontà – o la possibilità – di proporre  un comunitarismo alternativo al puro sguardo consumistico come forma e ragione di convivenza. A ben guardare, in questa impotenza è naufragata già la Prima repubblica, così come poi il berlusconismo e il post-berlusconismo.

Difetta alla destra una forma di consapevolezza emergente dai significati della sua lunga transizione storica. Non mi riferisco qui a una concezione politica, che venne sommersa dalla stessa catastrofe di cui era responsabile: mi riferisco piuttosto al pensiero lasciato nei decenni del dopoguerra dai grandi maestri della destra, come eredità di una sconfitta coraggiosamente vissuta (chi, a destra o a sinistra, abbia letto Genesi e struttura della società di Giovanni Gentile, o Il nomos della terra di Carl Schmitt mi capisce). Si tratta cioè del grande pensiero critico della realtà del dopoguerra; e, a fronte delle reticenze e delle omissioni della memoria imposte dal rispetto dell’ordine di Jalta, di testimoni di una verità che si palesa solo allo sguardo dei vinti (chi trionfa è sempre accecato dall’ebbrezza del suo trionfo). E, riguardo ai primi, mi riferisco naturalmente anche ai reduci che fondarono il Msi.

Oggi la destra sembra invece accettare tutti i paradigmi e la piatta positività del successo mediatico, totalmente al di fuori delle ragioni per cui gli uomini vivono insieme in una realtà che ha nome popolo. Si ha un prolungamento dello Stato televisivo berlusconiano come facciata di grandi interessi prevalentemente di minoranze o addirittura privati. Tutto diventa piccolo proprio quando viene ingigantito dalla televisione.

Con il sussiego di una prima della classe, la Meloni recita la sua parte giustificando il potere di governare con i numeri elettorali: nessun governo al mondo, tuttavia, può legittimarsi solo con i numeri, come farebbe il proprietario di un’azienda.

Oggi a chi governa da destra (dopo l’infelice esperienza del cosiddetto Stato-azienda di Berlusconi) sarebbe doveroso chiedere di confermare, verificandole, le ragioni della sua opposizione parlamentare, durata ben mezzo secolo: solo in continuità con esse può sostenere la sua vera legittimità.

Questo il vero banco di prova: la rappresentanza di qualcosa che non è riducibile alle misure di polizia, alla parsimoniosa amministrazione, all’efficacia mediatica. In altre parole, come ha scritto Veneziani, non è riducibile alla mera sopravvivenza. Rappresentare una nazione vuole il coraggio di rischiare un’idea di Stato, un essere per il popolo, una politica sociale. I bagni mediatici spettacolari sono solo vie di fuga nei sogni mediocri dei followers.


Le intuizioni di Pier Paolo Pasolini

Ma che cosa vuol dire essere all’altezza della propria epoca storica? La fine del sistema sovietico e il rientro di Trump alla presidenza degli Usa, dicevo più sopra, segnano la fine del mondo di Jalta: quello che nel nostro Paese dettò l’avvio di un “copione”, che doveva giustificare la nostra dipendenza dagli Stati Uniti d’America. Il vero atout venne dai fondi del piano Marshall.

La cortina di ferro distribuiva le parti con certa equità: il partito “cattolico” divenne baluardo del mondo occidentale e il partito comunista elaborò una cultura del contropotere. Al tempo di Moro si sfiorò un’eccezione – e sappiamo come andò a finire.

I conquistatori erano invece “liberatori” e il grande Paese d’oltreatlantico ci dette il benessere e la libertà di voto, insieme alla dipendenza politico-militare.

Fu la progressiva frana dell’Impero sovietico a smuovere le acque, parallelamente alla mutazione antropologica denunciata da Pasolini, ovvero all’americanizzarsi di un popolo che uscendo dalla tragedia bellica con le ossa rotte non aveva potuto o voluto riconoscersi responsabile della propria catastrofe. Lo scrittore fece in tempo, prima di morire a Ostia, a denunciare l’ambiguità di un Sessantotto, che nella veste libertaria celava la vocazione che poi fu detta “consumista”: l’ultima, micidiale forma di mobilitazione di massa del Novecento.[2]

Dopo la morte di Enrico Berlinguer (giugno 1984) anche i partiti di opposizione cominciarono a lasciare la dogmatica per abbracciare un pragmatismo sempre più fluido, che consentì loro di prendere le distanze dalla madrepatria comunista e accostare le più morbide sponde della parte liberal dell’oltreatlantico. Non restò altro infine che l’ideologia – originariamente “atlantica” – della santa contrapposizione tra democrazia e dittature (o “totalitarismi”). Un’ideologia, tra l’altro, che legittimava la necessità di “esportare” la democrazia per “liberare” Paesi produttori di petrolio, come Iran e Venezuela.

Dopo l’89 anche il disfacimento del partito “cattolico” – preparato dall’offensiva giudiziaria del ‘92 – testimoniò la fine dell’ordine di Jalta, che fu percepita o rappresentata solo come “fine della Prima repubblica”.  Il partito “cattolico” esprimeva ancora l’anima autarchica e statalista in continuità col fascismo e in evidente contrasto con il nuovo ordine che sarebbe dovuto succedere a quello di Jalta, cioè il libero mercato mondiale (“globalizzazione”, chi ne parla più dopo l’arrivo di Trump?). La transizione fu il ventennio di Berlusconi – e qui spuntò la grande ora inedita della destra. Ma cos’era, a quel tempo, la “destra”? Fino a quel tempo era stata una “destra sociale”.  


Alla ricerca di nuovi paradigmi

Occorre fare luce anche su questo, e abbandonare vecchi schemi, provare nuovi paradigmi. Poniamo che nel 1914 – data d’inizio della guerra che vide per la prima volta scendere nel nostro continente le forze armate americane, poi tornate dal 1943 in modo definitivo – il movimento socialista mondiale abbia vissuto la più grande delle scissioni: quando vennero gettati i semi di due diverse rivoluzioni, quella di Lenin in Russia (1917) e quella di Mussolini in Italia (1922). Un quadro che potrebbe suscitare la reazione di chi è abituato a versioni costruite solo a posteriori, e soprattutto dopo il 1945.

Eh, sì, innegabile che anche il movimento fondato dal direttore dell’Avanti si produsse nel crogiuolo del socialismo rivoluzionario. Ciò che avvenne nel 1922 in Italia, piaccia o non piaccia, fu effetto del fatto che all’inizio della Prima guerra mondiale il socialismo storico si spaccò; a dividerlo furono i significati dati a quella guerra.

Anche se il fascismo in seguito “dimenticò” le sue origini per vantare una propria originalità (la cosiddetta “terza via” tra capitalismo e comunismo), le cose stanno esattamente così. E nel 1924 l’Italia fu prima a riconoscere la legittimità sovrana della nuova Urss.

È incancellabile il fatto che nel 1914 – cioè all’avvio di una guerra trentennale – Mussolini, come Lenin, fosse un rivoluzionario socialista, e che entrambi possedessero un senso che è molto raro negli uomini, la discrezione intuitiva del comportamento delle masse. Qui mi interessa evidenziare solo il fatto che due capi socialisti, in Europa, andarono al potere attraverso l’evento della guerra mondiale, prima in Russia (1917) e dopo in Italia (1922).

Questo cosa ha poco a che vedere, dunque, con quella che oggi chiamiamo destra, ma che poi è filtrata attraverso l’esperienza “liberale” berlusconiana; ma che pure è figlia del partito di Almirante e dei reduci della Rsi.  

La si potrebbe credere ancora una “destra sociale”? Se ci domandiamo qual è la differenza tra una destra liberale e una destra sociale, potremmo rispondere con un riferimento al sopracitato filosofo Gentile, quando scrive che l’errore del vecchio liberalismo è quello di concepire lo Stato semplicemente come un limite alla libertà originaria di singoli individui. Il presupposto di questo errore è il bellum omnium contra omnes, da cui non può mai sorgere un popolo.

Rammento qui la confidenza che la sera del 25 settembre del 2022, mentre la Meloni festeggiava il grande successo elettorale, feci a un amico: “Speriamo  che il suo modello non sia Margaret Thatcher, ma Evita Perón!”. Una speranza finora delusa.

                                                                                          

Note                                                                                             

[1] “Le differenze nelle preferenze emerse tra gli studenti invece sono notevoli, con M5S e PD che ottengono quasi la metà dei consensi totali. Al contrario, i partiti del centrodestra risultano meno attraenti per questa categoria di elettori, fermandosi complessivamente al di sotto del 20%. La distribuzione del voto tra gli operai mostra un forte sostegno a Fratelli d'Italia, seguito in misura più contenuta dalla Lega e da una netta penalizzazione per i partiti di centrosinistra: PD, SI/Verdi e il terzo polo non raggiungono complessivamente il 18%”. (cit. F. Regaldo, Analisi ed evoluzione del fenomeno dell’astensionismo in Italia, Luiss Thesis 2023).  

[2] "Il nuovo potere consumistico e permissivo si è valso proprio delle nostre conquiste mentali di laici, di illuministi, di razionalisti, per costruire la propria impalcatura ...I nostri vecchi argomenti di laici, illuministi, razionalisti, non solo sono spuntati e inutili, ma, anzi, fanno il giuoco del potere". Corriere della Sera, 1° marzo 1975.

 

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