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Ora il governo venezuelano liberi i prigionieri politici


Non basta liberare i prigionieri stranieri, dagli italiani Trentini e Burdò a quelli spagnoli, le cui porte del carcere sono state aperte la settimana scorsa. Il Venezuela se vuole voltare pagina in nome della libertà e dell'autodeterminazione dei popoli, e nel rispetto della propria sovranità, deve liberare i suoi prigionieri politici. Che sono quasi un migliaio, secondo le organizzazioni umanitarie. La presidente ad interim Delcy Rodriguez non ha altre strade da percorrere per far riprendere spazi di manovra al suo Paese nei confronti degli Stati Uniti e del presidente Donald Trump. In altre parole, si tratta di guadagnarsi la fiducia dei paesi liberi e democratici per creare un fronte civile e politico da opporre alla prepotenza del neo imperialismo trumpiano e alla sua visione di considerate l'America Latina un personalissimo cortile di casa.

I primi a dirlo sono i venezuelani, sono le famiglie dei parenti dei prigionieri politici, prigionieri di cui nella maggior parte dei casi non si conosce neppure il capo d'accusa, che temono che le scarcerazioni vadano a rilento. Una preoccupazione emersa sabato scorso, in seguito alla morte per infarto del poliziotto Edison José Torres Fernández, 52 anni, detenuto da dicembre.

Dicono, significativamente, le madri che hanno piantato le tende davanti alle carceri e protestano quotidianamente: "Dove sono i diritti umani dei venezuelani? Non ci sono diritti umani, siamo stati violati e loro sono imprigionati e noi qui, le madri, siamo imprigionati insieme a loro. Per quanto tempo continueremo qui in Venezuela così, tutti imprigionati?

Questo è uno dei volti del Venezuela. Non l'unico. Perché nelle piazze ci sono giovani che reclamano libertà per il Venezuela, ma in un paese libero, non soggiogato da potenze straniere, e non costretto ad apprendere dai quotidiani che le compagnie petrolifere americane si fregano la mani nella prospettiva di aumentare del 50 per cento la produzione di petrolio e dunque dei loro profitti. E non basta ignorare la voracità di Trump per sostenere che la sua azione non è rivolta unicamente al petrolio. In primo luogo, perché deve essere chiaro a tutti che gli immensi giacimenti di oro nero appartengono al Venezuela e al suo popolo, e non a Donald Trump. Così come non gli appartiene il mondo intero, per quanto fragile rispetto al suo esercito di cui si vanta, trascurando il valore della vita umana. Né sono accettabili le sue ambizioni sulla Groenlandia e le sue minacce che si rivolgono a giorni alterni a Cuba: verità incontrovertibili che non possono essere silenziate dalla violenza, mista ad ipocrisia, con cui si esprime il presidente americano.

L'ipocrisia è di chi ha bombardato Caracas e in altri stati venezuelani il 3 gennaio, di chi ha aggredito militarmente un altro Paese, è la tesi dei giovani che si sono raccolti in Plaza de la Juventud sabato scorso. In altri termini, è anche di chi crede di avere la "libertà" di portare morte e distruzione nel mondo, senza dovere rendere conto a nessuno.

Il nuovo corso del Venezuela deve passare dal ritrovato diritto di cittadinanza per i diritti civili e dal riconoscimento del valore del pluralismo politico. All'opposto, la libertà ritrovata avrebbe il gusto amaro di una concessione sotto tutela da parte di terzi.



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