Il bluff del figlio dello Scià: Pahlavi, senza regno e seguito
- Vice
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Un corrosivo articolo di Struan Stevenson, europarlamentare dal 1999 al 2014
di Vice

Alla fine lo scozzese di Ballantrae Struan Stevenson, coordinatore della Campagna per il Cambiamento dell'Iran (CiC), deve avere pensato che "il troppo stroppia". Soprattutto se riportato alle esternazioni del figlio dell'ultimo imperatore di Persia detronizzato dalla rivoluzione del 1979. Lui è un Pahlavi, dal nome altisonante: Ciro, eponimo dell'Impero persiano, che ha trascorso 49 dei suoi 65 anni fuori dall'Iran, curando da uomo adulto gli interessi di famiglia e l'immagine del padre Mohammed Reza Pahlavi e della madre Farah Diba (1938). Terza moglie dello Scià, da imperatrice, Farah Diba è stata per decenni una presenza fissa sui rotocalchi italiani in un rapporto quasi simbiotico con Sorāyā Esfandiyāri Bakhtiyāri (1932-2001), l'affascinante seconda moglie di Reza Pahlavi, ripudiata per non avere dato un'erede alla dinastia del Pavone.
Ma ritorniamo a Ciro che dall'inizio della nuova ribellione iraniana contro gli ayatollah ha cominciato a invadere l'etere, sostenuto dalla televisione Iran International finanziata dall'Arabia Saudita, con messaggi di accorato sostegno ai manifestanti e di palese disponibilità al servizio del Paese. Un rientro sul trono? L'interrogativo, più metafisico che reale, si però è gonfiato di intervista in intervista fino a diventare un'affermazione di principio del principe, incontrando al quindicesimo giorno di lotta in Iran, la durezza delle parole di Stevenson che l'ha bollata come "una fantasia che sarebbe comica se non fosse così pericolosa". [1]
Rappresentante della Scozia nel Parlamento Europeo dal 1999 al 2014 e presidente della Delegazione del Parlamento per le Relazioni con l'Iraq dal 2009 al 2014) e presidente del gruppo Friends of a Free Iran per dieci anni dal 2004, oltre a essere docente internazionale sul Medio Oriente e presidente dell'Associazione Europea per la Libertà Irachena (EIFA),[2] Stevenson ha tutte le carte in regola per spiegare ai suoi lettori che quanto sta accadendo a Teheran come in altre centinaia di città iraniane "non è una lite tra fazioni o di un colpo di stato di palazzo. È un momento rivoluzionario". Di qui la sua presa di posizione critica nei confronti di Ciro Reza Palhavi, corteggiato dai media occidentali e dai circoli think tank, i più rapiti da uno spettacolo grottesco: "l'idea che il figlio dello Scià deposto possa in qualche modo tornare a Teheran come salvatore dell'Iran, mentre gli iraniani sanguinano". Premesso ciò, Stevenson va giù d'accetta con una serie di tagli assestati alla figura del nobile Ciro che toglierebbero il respiro anche al miglior polemista. Intanto dice: "non ha fatto nulla per 47 anni se non aspettare". Poi aggiunge che "non ha alcuna organizzazione politica in Iran. Nessuna rete sotterranea. Nessuna unità di resistenza. Niente sindacati. Nessun movimento giovanile. Nessun movimento femminista. Niente comitati dei lavoratori. Niente organizzazioni studentesche. Niente comitati di sciopero. Nessuna infrastruttura rivoluzionaria di alcun tipo". In altri termini: "non sta guidando nulla" se non commentare "dalla California". Eppure, scrive manifestando un aperto fastidio, "viene trattato dai giornalisti occidentali come se fosse un governo in attesa, nonostante l'assurdità delle sue stesse dichiarazioni". Che non riportiamo, perché sono facilmente intuibili nel vuoto pneumatico che Stevenson ha disegnato per Reza Pahlavi quasi con furore antimonarchico che fa pensare...
Più interessante è il paragone tracciato con un personaggio tragico della storia irachena e il parallelismo che si intuisce nella relazione con la macchina propagandistica degli Usa. Il personaggio è Ahmed Chalabi, cioè l'esule iracheno, che convinse - ma non era difficile farlo - Bush figlio e il suo vice Cheney che Saddam Hussein possedeva armi di distruzione di massa. Ma Chalabi, osserva Stevenson, il politico che la Casa Bianca vedeva al vertice del dopo Saddam, "aveva decisamente più di quanto non abbia il principe ereditario: aveva i finanziamenti della CIA, unità armate sul campo, potenti alleati a Washington e una forza d'invasione statunitense pronta a insediarlo. Eppure, quando agli iracheni fu finalmente permesso di votare, non gli diedero nulla. È diventato un cadavere politico perché la gente in Iraq sapeva che non era uno di loro". A questo punto, non sarà un problema rendersene conto anche per gli iraniani.
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