Dall'Italia al Venezuela e ritorno dopo 423 giorni in carcere
- Michele Ruggiero

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Una storia personale che Alberto Trentini, l'operatore umanitario di Venezia, non avrebbe mai pensato di vivere
di Michele Ruggiero

L'incubo si è riprodotto in un arco di tempo di 423 giorni. Giorni più o meno tutti uguali, come nel film "il giorno della marmotta". Cioè un incubo nell'incubo. Non ci dovremmo stupire, dunque, se da oggi, da questo 13 gennaio in cui ha rimesso piede sul suolo italiano, Alberto Trentini rivisitati, anche introspettivamente, quei lunghi ed interminabili giorni passati in un carcere del Venezuela. Insieme, probabilmente, avrà accanto a sé il desiderio, destinato umanamente a emergere all'improvviso, senza avvisaglie premonitrici, di conoscere che cosa è accaduto fuori dal suo microcosmo carcerario in quei 14 mesi meno tre giorni di detenzione. Pensieri che graviteranno sull'unica domanda che non poteva non battergli rumorosamente in testa, imponendosi con dilagante invasità in quei pochi metri quadrati della cella del carcere El Rodeo I: perché proprio a lui e per quale ragione?
Le istituzioni italiane, e non soltanto esse, a differenza del nostro connazionale, l'ovvia domanda se la sono posta tardivamente. Semplice distrazione? Se è così, a distrarsi siamo stati davvero in molti. Ma l'elevato numero non riduce le responsabilità. Né attenua la responsabilità per la "distrazione" sulla carcerazione dell'imprenditore torinese Mario Burlò, liberato insieme con Trentini. Ma sull'iniziale silenzio sulla vicenda dell'imprenditore hanno concorso probabilmente altre questioni.
Quando la Porta di Vetro ha segnalato per la prima volta la vicenda, Alberto Trentini era da 170 giorni dietro le sbarre. Non che il nome ci fosse del tutto estraneo. Anzi. La campagna meritoria di un quotidiano nazionale scandiva giornalmente l'assurda condizione di Trentini, ricordandone l'impegno in una Ong, il suo arrivo in Venezuela il 17 ottobre, l'arresto il 15 novembre.
Centosettanta giorni sono quasi un semestre, uno spazio di tempo relativamente non enorme se vissuto nella normalità del proprio quotidiano, mostruosamente impressionante se ti ritrovi dall'altra parte dell'Oceano Atlantico in un carcere che non è un modello di reinserimento sociale... Eppure, la dimensione kafkiana in cui era precipitato l'operatore umanitario di Venezia, stentava a decollare. Come il moto di indignazione collettiva che avrebbe dovuto non essere più addomesticabile, ma diventare prepotente, ponendoci dinanzi al fatto se non si stesse giocando con l'indifferenza, venata da un discutibile fatalismo, sulla pelle di una persona la cui unica colpa era stata forse quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Ed è da quei 170 giorni di reclusione che ritorniamo a ritroso ai giorni che hanno preceduto il ritorno a casa di Alberto Trentini.
Alberto Trentini, 170 giorni nelle carceri del Venezuela[1]
Alberto Trentini, veneziano, cooperante italiano di 45 anni, si trova in isolamento nelle carceri venezuelane dal 15 novembre scorso (nel carcere El Rodeo, alla periferia della capitale Caracas, riservato ai detenuti politici), senza che a suo carico sia stata formulata alcuna accusa. Si è deciso di associarsi a quanti si mobilitano quotidianamente per sensibilizzare l'opinione pubblica e le istituzioni a contrastare il muro di silenzio innalzato dalle autorità di Caracas e favorire l'uscita da uno stallo che rischia di compromettere pericolosamente la salute di Alberto Trentini, sofferente di ipertensione e privo di medicinali e generi di prima necessità, secondo quanto affermato dalla legale della famiglia Alessandra Ballerini. Il cooperante italiano, laureato a Ca’ Foscari, due master in Gran Bretagna, arrivato nella capitale venezuelana il 17 ottobre scorso, lavora per la Ong Humanity & Inclusion impegnata nell'assistenza umanitaria alle persone con disabilità. Secondo quanto riportato da più fonti, è stato arrestato nel viaggio che da Caracas lo portava a Guasdualito, nel sudovest del Paese insieme all'autista che lo accompagnava.
Per la cronaca, a Guasdualito, Papa Francesco ha eretto il 3 dicembre del 2015 una diocesi che comprende i comuni di Páez, Rómulo, Gallegos e Muñoz, nello stato di Apure, e Andrés Eloy Blanco, nello stato di Barinas, ma attualmente la sede è vacante. Un "clima ostile", secondo quanto confidato da Trentini ad un collega, avrebbe permeato fin dai primi giorni la sua permanenza in Venezuela.
Il governo italiano, come ha affermato il titolare della Farnesina Antonio Tajani, è impegnato per favorire una soluzione positiva dalla vicenda. E, sempre in proposito, mesi fa, la presidente del consiglio Giorgia Meloni, contattata telefonicamente da Armanda Colusso, madre di Alberto Trentini, aveva assicurato l'iniziativa di Palazzo Chigi per riportare a casa il cooperante.
5 maggio 2025
Nell'intervista di ieri sera, 4 maggio, la madre Armanda Colusso, ha detto di avere ricevuto l'impegno di Palazzo Chigi per una forte azione diplomatica, ed ha rilanciato un appello per la liberazione del figlio. Nell'approfondire la vicenda, il programma ha presentato le testimonianze di un ex detenuto che denuncia: "Arrestati solo perché stranieri, come merce di scambio" e di un giornalista italo-venezuelano Estefano Tamburrini fermo nel ricordare il comportamento del regime di Maduro teso a imprigionare gli stranieri per uscire dall'isolamento internazionale.
A Presa diretta, l'ex prigioniero David Estrella, cittadino statunitense con doppio passaporto, detenuto in Venezuela per 145 giorni in una cella 2 metri per 2, ha ricordato la sua "disavventura": turista nel Paese per incontrare amici, è stato fermato a un posto di blocco e subito arrestato non appena gli ufficiali hanno individuato il suo passaporto statunitense.
Prosegue il lavoro diplomatico per aprire una breccia nel muro del silenzio che circonda la vicenda di Alberto Trentini, il cooperante italiano detenuto nel carcere di alla periferia di Caracas. Nei giorni, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani ha ribadito l'impegno della Farnesina nei contatti con il governo Maduro ed ha ricordato di avere affrontato la questione direttamente con il segretario di Stato americano Marco Rubio nel marzo scorso, durante il G7 in Canada. Circostanza non secondaria, perché prima, Rubio, impegnato in un tour nei paesi dell'America centrale, era stato il regista dietro le quinte alla liberazione di sei cittadini statunitensi detenuti in Venezuela.
Intanto, si è appreso che sabato scorso è stato liberato dal carcere di El Helicoide, una struttura che il regime di Maduro utilizza soprattutto per prigionieri politici controllata dai servizi segreti del Sebin, l'imprenditore Alfredo Schiavo, 67 anni, doppio passaporto italo-venezuelano, detenuto da oltre cinque anni. Il suo arrivo in Italia insieme con la moglie è previsto nel pomeriggio di oggi.
6 maggio 2025
Una notizia buona e una cattiva sulla sorte di Alberto Trentini, il cooperante italiano detenuto in isolamento nel carcere di El Rodeo, periferia di Caracas, senza motivazione alcuna. Partiamo dalla prima che passa dal crescendo della mobilitazione in Italia affinché si prema sul governo del presidente Maduro, da ieri a Mosca per le celebrazioni dell'80° della vittoria sul nazismo: fino ad oggi, la petizione promossa per la scarcerazione di Trentini ha raccolto oltre 100 mila firme.
Intanto a Caracas, prosegue protesta dei famigliari e attivisti aderenti all'associazione Via Globale per la Giustizia che si batte per i diritti umani. Nei giorni scorsi decine di persone hanno manifestato davanti all'ambasciata messicana per chiedere che il governo messicano interceda per il rilascio dei detenuti post-elettorali in Venezuela. Le manifestazioni, come riporta il quotidiano El Impulso sono state indette dal Comitato per la Liberazione dei Prigionieri Politici del Venezuela (Clippve)" e mirano a porre l'attenzione sul caso di Bruno Juárez e Wilbert Castañeda, due cittadini di nazionalità messicana che sono attualmente privati della libertà nelle carceri venezuelane.[1]
I manifestanti, aggiunge El Impulso portavano striscioni con i volti dei detenuti e slogan che chiedevano la fine della criminalizzazione per motivi politici. I promotori della protesta hanno anche consegnato una lettera formale indirizzata all'ambasciata messicana, in cui chiedono alla presidente eletta Claudia Sheinbaum di adottare una posizione attiva in difesa dei diritti umani e di utilizzare i canali diplomatici disponibili per chiedere il rilascio dei messicani e del resto dei prigionieri politici venezuelani.
L'iniziativa rientra in una serie di attività che sono state organizzate dai parenti dei prigionieri politici e dai gruppi per i diritti umani che cercano di rendere visibile la situazione di oltre 270 persone incarcerate per motivi politici in Venezuela. Tra queste, Alberto Trentini. Di qui, la necessità di dare vita a una pari manifestazione di sostegno, inizialmente in Italia, davanti all'ambasciata del Venezuela a Roma, per contribuire a dare visibilità al caso Trentini oltre oceano. Ed è questa, infatti, la cattiva notizia: l'assenza più totale d'informazione attorno alla vicenda, priva di eco e ridotta a sola modalità diplomatica, ignorando il potenziale che esprime una protesta corale su scala internazionale.
174 giorni
Qualcosa si (s)muove. Ieri, Alessandro Alfonsini, Domenico Arruzzolo, Simona De Simoni, Stefania Insogna, Emilia Lazzari, Paola Massarelli, Marco Piacentini, Raimondo Raimondi, soci della Consulta del Volontariato di Viterbo, hanno scritto una lettera aperta alle Istituzioni Comunali di Viterbo che è stata pubblicato sul web dal gruppo editoriale NewTuscia Italia. In essa vi si legge:
"Vi è certamente nota la drammatica vicenda di Alberto Trentini: italiano di 44 anni, volontario della ONG Humanity and Inclusion in Venezuela per portare aiuto a persone disabili e in difficoltà economica, fermato e trattenuto dalle autorità di quel Paese il 15 novembre scorso. Ancora non si sa per quale motivo sia trattenuto, non si hanno notizie di lui, del suo stato di salute e del luogo dove è rinchiuso. Di questo, che può essere definito un sequestro, si è parlato in inchieste giornalistiche ed ultimamente il Ministro degli Esteri, on. Antonio Tajani, in una conferenza stampa ha detto che sta seguendo il caso, ma ci sono difficoltà nei contatti con le autorità venezuelane. Alberto è un volontario come noi e la sua vicenda ci colpisce particolarmente: non vogliamo che su di lui cali il silenzio. Già nell’Assemblea della Consulta dell’11 marzo scorso il caso è stato segnalato con forza. Certi di interpretare il comune sentimento di tutti i volontari della Consulta, i sottoscritti membri dell’Esecutivo Vi chiedono di presentare, in base alle vostre specifiche competenze, in Giunta e al Consiglio Comunale un Ordine del Giorno che esprima vicinanza ad Alberto e stigmatizzi il comportamento delle autorità venezuelane come atto di inciviltà, chiedendo parimenti alle autorità italiane competenti di fare il massimo sforzo per riportare il giovane volontario in Patria, alla madre e al suo impegno di civiltà.
Grazie dell’attenzione e buon lavoro".[1]
Non vi è commento che si possa e debba aggiungere a questo piccolo grande seme lanciato con la convinzione che possa germogliare e far germogliare tante altre iniziative a sostegno della liberazione di Alberto Trentini. E dunque, su questa scia, non si può che condividere, divulgare e confidare che si moltiplichino gli appelli alle istituzioni.
186 giorni
Iniziative diplomatiche, mobilitazioni, raccolta firme: si mantiene alta l'attenzione su Alberto Trentini l'operatore umanitario di Venezia, dal 15 novembre in un carcere venezuelano accusato dell'improbabile reato di terrorismo. Nei giorni scorsi una telefonata di Trentini dalla prigione ha rotto il silenzio che durava da sei mesi e ciò che acceso la speranza di una rapida soluzione della vicenda.
Intanto, il Venezuela si prepara ad andare al voto legislativo e regionale, dopo le presidenziali del 28 luglio scorso che hanno confermato con il 51,2 per cento il presidente uscente Maduro. Il voto è stato però contestato dalle opposizioni che hanno denunciato un rallentamento nelle operazioni di scrutinio e alcune irregolarità. Domenica urne aperte per il rinnovo dell'Assemblea nazionale ed eleggere nuovi governatori e deputati delle assemblee legislative dei 24 stati.
199 giorni
Era il 2 giugno del 1948, settantasette anni fa, quando gli italiani ascoltarono il radiomessaggio dell'allora presidente della Repubblica Luigi Einaudi, primo presidente eletto dal Parlamento, al quarto scrutinio, meno di un mese prima, l'11 maggio. Fu un discorso che si concluse con un forte richiamo a tre valori: Famiglia, Pace, Umanità. Un trinomio fondamentale per la convivenza civile e il rispetto dei diritti civili che il Venezuela ha bruciato con l'abituale prepotenza del Potere cieco arrestando Alberto Trentini che oggi vive la festa della sua Repubblica in una cella di un carcere alla periferia di Caracas. Fermato dalle autorità il 15 novembre scorso, al nostro connazionale è stata negata la possibilità di informare con i legittimi crismi giuridici la sua Famiglia e nessuna altra notizia è successivamente filtrata, oscurando di fatto la sua missione di Pace con una Ong al servizio di persone disabili, privandolo così dell'Umanità che per ogni essere umano in carcere ha le sue radici nel conoscere le ragioni del suo arresto.
Il nostro appello per la liberazione di Alberto Trentini è quotidiano. L'operatore umanitario d'origine veneziana, 45 anni, si trova in Venezuela con la Ong internazionale Humanity & Inclusion dal 17 ottobre scorso. Le forze dell'ordine lo hanno fermato durante il tragitto che per lavoro lo portava dalla capitale Caracas a Guasdualito, nel nordovest del paese. Come più volte ricordato, le autorità hanno fermato anche l’autista della ong che lo accompagnava. Alcune settimane fa, Trentini ha avuto la possibilità di parlare al telefono con i suoi famigliari dal carcere di El Rodeo I. Poi è calato, almeno ufficialmente, nuovamente su di lui il silenzio assoluto.
200 giorni
Vengono persino i brividi a scrivere quella cifra a tutto tondo: 200. Sono tanti, infatti, i giorni di prigionia di Alberto Trentini, "ospite" in un carcere del Venezuela. Risparmiamo ai lettori l'abituale e suggestivo calcolo della trasformazione di 200 giorni in ore, minuti, secondi e poi, al contrario, in mesi e settimane. Duecento giorni in galera dicono tutto e non lasciano niente all'immaginazione. Almeno a noi, che ne siamo fuori. Ad Alberto Trentini, invece, l'immaginazione sarà certamente amica e di conforto per continuare a viaggiare nel suo personalissimo spazio di libertà virtuale, forte della speranza che una volta aperta, quella porta di metallo gli potrà mettere ai piedi la libertà reale.
210 giorni
Ogni giorno l'attenzione diventa incalzante su avvenimenti più o meno prevedibili su scala planetaria. E, se ci si mette nei panni dei famigliari ai Alberto Trentini, ciò fa paura. La paura che Alberto sia dimenticato in quel buco di prigione di Caracas, che ha un nome da fumetto, El Rodeo I, in cui vive da 210 giorni. Dimenticato persino dalle autorità venezuelane, che probabilmente finiranno per non ricordare il motivo, la ragione, il reato, ammesso che esista, per cui l'hanno arrestato il 15 novembre scorso.
Di Alberto Trentini raccontiamo ogni giorno per non dimenticarlo e ci auguriamo che lo stesso riescano a fare i lettori, promuovendo una loro personalissima catena di solidarietà e di sensibilizzazione per un uomo, un operatore umanitario di 45 anni, ingiustamente detenuto a migliaia di distanza dal suo Paese che è il nostro, l'Italia. Lo abbiamo detto e denunciato ripetutamente: la sua vicenda è semplicemente inaccettabile. Alberto va liberato immediatamente.
230 giorni

Non c'è altro da aggiungere. Lo sguardo dice tutto. O dovrebbe dire tutto se si ha una coscienza per accoglierlo.
251 giorni
Andrés Bravo Pariaguán, 24 anni, detenuto dal 2021, è morto il 20 luglio scorso nel penitenziario di El Rodeo II nella città di Guatire, a meno di cinquanta chilometri dalla capitale Caracas. "Un detenuto in meno", saranno pronti a gaudere i soliti benpensanti che non hanno bandiere, né colore politico, quando si tratta di dimostrarsi irreprensibili cittadini sulla pelle degli altri. Un problema in più per il regime Maduro, sostiene invece chi quella morte l'ha denunciata. Ma andiamo con ordine.
Intanto che cosa c'entra Andrés Bravo Pariaguán con Alberto Trentini, il cooperante italiano "ospitato" da oltre otto mesi in una cella del carcere di El Rodeo I? [1] Tutto e niente. Se dovessimo soccombere, però, alle emozioni diremmo tutto. A cominciare dalle condizioni di vita che (r)esistono nelle strutture carcerarie del Venezuela. Un'illuminante idea la si può desumere sfogliando le pagine di una relazione universitaria di alcuni anni fa, ma non obsoleta, sui centri di detenzione nella regione della capitale, scritta da Laura Costa, relatori Alessandro Rocca (Politecnico di Milano) e Álvaro Rodríguez Muir (Universidad Central de Venezuela).[2] Invitiamo anche chi ha responsabilità istituzionali, se non l'avesse già fatto, a leggerlo.
Ciò ci riporta alla storia di Andrés Bravo Pariaguán, il cui decesso è stato denunciato lunedì scorso in una conferenza stampa dal Partito Comunista del Venezuela. Che non è un partito ferocemente reazionario. Almeno non lo era per il defunto presidente Chavez e per lo stesso Maduro, fino a quando lo ha appoggiato più o meno in silenzio. Poi, quando il Pcv è uscito dal suo guscio e lo ha accusato di condurre il Paese verso il fascismo, la reazione del presidentissimo non si è fatta attendere e non è stata certo all'insegna delle mezze misure: i comunisti venezuelani sono stati banditi e messi, a seconda delle situazioni, fuorilegge. Una mossa autoritaria "elastica" che ne ha confermato comunque le note riserve sulla natura oppressiva del regime che governa il Venezuela.
Ma ritorniamo ad Andrés Bravo Pariaguán. Di che cosa è morto? Tubercolosi. E senza aver ricevuto cure mediche adeguate durante la sua prigionia, ha affermato Jackeline López, dell'Ufficio Politico del PCV, che di conseguenza ha chiesto l'apertura di un'indagine sulla sua morte. La grave accusa, rilanciata dal quotidiano on line El Nacional [3], non si ferma a questo. Il partito ha sottolineato che Andrés Bravo è stato privato della libertà per più di quattro anni senza che fosse avviato il processo contro di lui. Il che ha portato Jackeline López a concludere che si è "di fronte alla violazione dei diritti umani fondamentali" che richiede un'indagine esaustiva sull'accaduto.
Tra l'altro, l'organizzazione per i diritti umani Surgentes ha ricordato che la detenzione del giovane è stata arbitraria e caratterizzata dall'assenza di garanzie procedurali. La stessa ha riferito che oltre alla tubercolosi il giovane aveva contratto un’infezione al sistema nervoso centrale ed è stato trasferito in ospedale in stato semi-comatoso.[4]
Ultimo, ma non meno importante, la sua morte ha più di un punto di contatto con quella avvenuta nel 2023 di José Felix Maiz, un altro degli arrestati nella stessa operazione che nel 2021 portò in carcere Bravo. Secondo un rapporto medico pubblicato all'epoca, scrive El Nacional, Maiz aveva patologie associate alle condizioni carcerarie, tra cui sepsi, tubercolosi e sindrome da deperimento degli organi.
Che cosa si deve ancora aspettare a chiedere la liberazione del cittadino italiano Alberto Trentini, detenuto illegalmente da 251 giorni?
[1] I precedenti articoli che descrivono la vicenda di Alberto Trentini, soprattutto con le sue mancate evoluzioni sono pubblicati in https://www.laportadivetro.com/post/alberto-trentini-170-giorni-nelle-carceri-del-venezuela e seguenti.
268 giorni
Un compleanno dietro le sbarre e senza sapere perché. O meglio, Alberto Trentini che oggi, 10 agosto, compie 46 anni, la ragione per cui si trova in un pidocchioso carcere venezuelano dal nome vagamente intrepido di El Rodeo I, situato a qualche decina di chilometri dalla capitale Caracas, lo ha compreso, anche se non potrà mai accettarlo. Se non altro per la sua vocazione opposta che fino ad oggi ha scandito la sua vita e che continuerà a scandirla, è il nostro augurio. Lui è vittima della prepotenza che esercita un governo prepotente guidato da un prepotente presidente di nome Maduro, che a sua volta ha sulla sua testa una taglia di 50 milioni di dollari offerta dal numero uno dei prepotenti mondiali, il presidente americano Donald Trump, cui spetta l'Oscar dell'altruismo per come è istintivamente pronto a sostenere e incoraggiare chiunque voglia iscriversi al club della prepotenza.
Insomma, l'umanità si ritrova di fronte a una spaventosa girandola di bulli che negli ultimi anni si è dilatata mostruosamente ad ogni latitudine in maniera pervicace a danno delle persone comuni. E non si tratta di una semplificazione. La realtà è sotto i nostri occhi. Atterriti. E quella, per quanto minuscola, ma non meno importante, di Alberto Trentini, un operatore umanitario di Venezia, uno che ha assunto come missione personale quella di aiutare il prossimo, lo conferma. Da una parte i prepotenti, dall'altra i generosi. I primi al potere, gli altri in galera. Un mondo sottosopra.
279 giorni
Dimenticato. Abbandonato. Lasciato a sperare nella cella di un carcere nelle vicinanze di Caracas che qualcosa prima o poi accada. Intanto i giorni di Alberto Trentini trascorrono. Lenti o veloci, sicuramente indifferenti al suo dramma e alle sue condizioni psicofisiche. Il 10 agosto scorso l'operatore umanitario di Venezia ha compiuto 46 anni. Il 15 agosto ha segnato sul calendario la conclusione di nove mesi di prigionia e l'inizio del decimo. Ma all'orizzonte non si vedono segnali di fumo. Dopo l'ultima telefonata delle due, la seconda alcune settimane fa, l'altra sei mesi dopo il suo arresto, è calato nuovamente il silenzio attorno a lui e alla possibilità di una rapida scarcerazione. Nei fatti, la sua è una vicenda minore per il Venezuela, in un Paese le cui prime pagine on line oggi, giovedì 21 agosto, sono dominate dall'iniziativa della Casa Bianca che, come riporta El Nacional, citando l'agenzia Reuters, ha ordinato il dispiegamento delle navi USS San Antonio, USS Iwo Jima e USS Fort Lauderdale entro domenica prossima davanti alle coste venezuelane con la presenza di circa 4.500 militare, di cui oltre duemila marines per affrontare le minacce dei cartelli latinoamericani. E, per evitare equivoci sulla reale portata dell'operazione militare, la portavoce presidenziale Karoline Leavitt è stata esplicita nel ricordare che gli Stati Uniti sono pronti a usare tutto il loro potere nella lotta contro le reti del traffico di droga e che il presidente Trump è pronto a fermare il flusso di droga negli Usa e ad assicurare i responsabili alla giustizia. Premessa per accusare, qualora ve ne fosse bisogno, il presidente venezuelano di essere a capo di un cartello del traffico di droga e ricordare che su di lui pende una taglia di 50 milioni di dollari.
Per contro, sulla tensione Venezuela-Stati Uniti, è intervenuto l'ex presidente della Colombia ed ex segretario generale dell'Unasur Ernesto Samper che ieri ha sottolineato l'ambivalenza di Trump che chiedeva la pace in Ucraina, mentre ad un tempo minacciava Caracas di un'azione militare.
Questo è il tempo che vive Alberto Trentini, da oltre nove in carcere per... non avere commesso il fatto.
Alberto Trentini, 301 giorni nelle carceri venezuelane. A rischio abbandono la sorte del cooperante italiano
Non ci sono più parole per il dramma, perché di questo si tratta, che vive da dieci mesi il prossimo 15 settembre, Alberto Trentini, il cooperante veneziano trattenuto in un penitenziario del Venezuela, senza uno straccio di accusa o di prova. In linea, verrebbe da aggiungere, con lo stile giudiziario del regime Maduro che non ama familiarizzare con le critiche, abituato a rispondere alle proteste sociali e non con la soluzione tipica delle dittature: il carcere. Lo denuncia anche oggi, il sindacato nazionale dei lavoratori della stampa in un articolo pubblicato da El Nacional, secondo cui "la criminalizzazione della protesta sindacale si manifesta attraverso accuse sproporzionate come il terrorismo e la cospirazione, con l'obiettivo di mettere a tacere le legittime richieste dei lavoratori", parole che seguono l'esplicito titolo "Processi iniqui e sparizioni temporanee: 101 lavoratori del settore petrolifero e 15 leader sindacali sono ancora in carcere".
10 mesi
Dal 15 novembre scorso, cioè da 10 mesi, esattamente oggi, Alberto Trentini è rinchiuso nel carcere di El Rodeo I, poco distante da Caracas, capitale del Venezuela. Non si può dire che la sua drammatica vicenda sia poco nota. Anzi. Negli ultimi mesi si sono intensificati appelli accorati e manifestazioni pubbliche che ne chiedono la liberazione e molteplici sono state le sollecitazioni dei suoi famigliari al governo italiano, ultima quella della madre Armanda, affinché Palazzo Chigi intervenga con la necessaria decisione per porre fine a questa storia assurda, senza senso, trascinata avanti forse per quella tipica inerzia che non di rado si impossessa dei prepotenti, forti del fatto di potersi permettere qualunque cosa a danno dei più deboli, persino di dimenticarsi perché li vessano e li umiliano.
Alberto Trentini è stato privato della libertà, ma non se ne conoscono le ragioni, dopo essere arrivato il 17 ottobre 2024 in America Latina per aiutare il popolo venezuelano attraverso la ONG per la quale lavora. In carcere è diventato più vecchio di un anno, ora ne conta 46, e ha compreso che nella speranza che altri si muovano rapidamente per aiutarlo, deve contare soprattutto su sé stesso, sulla sua capacità di resistenza fisica e psichica. Non è un'impresa, ma l'impresa che noi possiamo provare soltanto ad immaginare, cercando in questo modo di stargli accanto e di favorire il messaggio che il suo Paese è indisponibile ad arrendersi, e che il quotidiano pensiero di milioni di persone diventi la più pacifica arma di pressione per la sua liberazione.
La situazione internazionale non è però incoraggiante. Da fine agosto, gli spazi per la diplomazia "ombra", compresa anche quella di organizzazioni umanitarie, si sono ulteriormente ridotti con il dispiegamento militare nelle acque meridionali dei Caraibi ordinato dal presidente americano Trump per combattere il traffico di droga nella regione. Traffico gestito da cartelli che per l'amministrazione Usa sono diretti dal presidente venezuelano Nicolás Maduro e dal suo esecutivo.
Dal dialogo tra Vaticano e Maduro una speranza per la sua liberazione
Uno spiraglio per mettere la parola fine all'incubo in cui è precipitato l'operatore umanitario Alberto Trentini, potrebbe arrivare attraverso la mediazione della Conferenza episcopale del Venezuela che domenica 19 ottobre in piazza San Pietro a Roma concluderà il suo processo di canonizzazione per le figure di José Gregorio Hernandez e di suor Carmen Rendiles. Il primo, fervente cattolico e sincero democratico, morto tragicamente nel 1919 a 54 anni, è stato beatificato da Papa Francesco ed è considerato un capostipite della ricerca medica in Venezuela; suor Carmen Rendiles, fondatrice della Congregazione delle Serve di Gesù in Venezuela, scomparsa nel 1977, è stata beatificata nel 2018. Come è noto, Trentini, 46 anni, nativo di Venezia, è da oltre dieci mesi nel carcere venezuelano di El Rodeo I, senza che se ne conoscono i motivi, è impossibilitato a comunicare con la sua famiglia e i suoi legali.
Il Piemonte si schiera per la liberazione di Alberto Trentini
Il presidente del Consiglio regionale del Piemonte, Davide Nicco, è stato promotore di un ordine del giorno approvato oggi, 28 ottobre, a Palazzo Lascaris per la liberazione di Alberto Trentini, il cooperante veneziano di 46 anni, che il regime Maduro ha incarcerato il 15 novembre del 2024, senza una specifica accusa, se non le solite "voci" mai accreditate in un'aula di Tribunale o davanti a un magistrato.[1] Una violazione della libertà individuale che ha visto anche il Comitato Diritti umani e civili, emanazione del Consiglio regionale del Piemonte, in prima fila con i suoi vicepresidenti Sara Zambaia e Giampiero Leo accanto all'iniziativa del presidente Nicco, e prima ancora, la scelta della consigliera Nadia Conticelli (Pd) che mesi fa, mostrando una visione politicamente unitaria sul caso, ha presentato un altro ordine del giorno con il quale si chiede l'impegno della Giunta regionale guidata da Alberto Cirio ad attivarsi presso il presidente del Consiglio e il ministero degli Esteri per sostenere iniziative affinché tutti i diritti processuali e di detenzione siano garantiti a Trentini", insieme con un massiccia opera di sensibilizzazione presso l'opinione pubblica e il governo Meloni, raccogliendo i ripetuti appelli dei famigliari del prigioniero.
In proposito, Davide Nicco ha invitato il Comitato diritti umani e civili del Consiglio regionale a continuare "le attività di informazione e sensibilizzazione, mantenendo viva l’attenzione della comunità piemontese su queste vicende e manifestando vicinanza e solidarietà alle famiglie dei detenuti” con l'obiettivo di mantenere alta la speranza di risolvere i numerosi casi di detenzione illegale.
Infatti, dall'ordine del giorno del presidente Nicco, emerge anche un forte richiamo alla liberazione di tutti i prigionieri politici (circa un migliaio), insieme con l'invito al governo Maduro a fornire le dovute spiegazioni sulla scomparsa di più avversari politici, effetto di un sistema brutale che si è affermato come brutale regola in Venezuela, nonostante gli appelli e le denunce di organizzazioni internazionali, sindacati, interventi di governi stranieri. Tra l'altro, ha ricordato il presidente Nicco, risultano detenuti altri cittadini italo-venezuelani, tra cui Gerardo Coticchia Guerra, Daniel Enrique Echenagucia Vallenilla, Juan Carlos Marruffo Capozzi, Perkins Rocha e Biagio Pilieri, e non si hanno notizie del connazionale Hugo Marino, scomparso nel 2019.
Note
[2] L'impegno dei membri del Comitato Diritti umani e civili si è concretizzato sul caso Trentini ancora di recente con una lettera inviata a tutti i consiglieri regionale firmata da Maria Requena, fondatrice e presidente dell'associazione "Venezuela in Piemonte", Michele Ruggiero, presidente dell'Associazione La Porta di Vetro, e Yoosef Lesani, esponente dell'opposizione al regime iraniano all'estero.
Dov'è Alberto Trentini, è ancora nel nostro cuore e nella testa?
Il prossimo 15 novembre, l'operatore umanitario Alberto Trentini "compirà" un anno di permanenza nelle carceri venezuelane. La sua odissea ha un che di misterioso, perché rimane un mistero la motivazione del suo arresto e della sua detenzione. L'Italia non ha relazioni diplomatiche con il Venezuela e non riconosce il governo Maduro. Una condizione che mette il tavolo di eventuali trattative (sottotraccia) in precario equilibrio e che ha ridotto lo spazio di manovra del governo italiano e della Farnesina, il ministero degli Esteri, cui non si può negare la volontà di riportare Alberto Trentini nella sua Venezia. Giorgia Meloni e Antonio Tajani si sono esposti con ripetute dichiarazioni ed interventi, ma la situazione internazionale non li aiuta, non si può non riconoscerlo.
Il Venezuela è dall'altra parte dell'Oceano Atlantico. In quello stesso oceano, nel mar dei Caraibi, dove il presidente Donald Trump mostra i muscoli con il presidente Maduro, accusandolo di essere il capo di un cartello di narcotrafficanti. Da più di un mese, una potente flotta Usa preme sulle coste venezuelane e ieri al largo si è profilata la sagoma della portaerei più grande del mondo, la Gerald Ford.
Alberto Trentini, un anno nelle carceri venezuelane Sono trascorsi 365 giorni dall'arresto di Alberto Trentini. Da un anno la sua esistenza si è come fermata nello spazio angusto di una cella in una delle peggiori carceri venezuelani, El Rodeo I, poco distante da Caracas.
Perché stia lì, è un mistero. Non si sa per quale ragione il governo del presidente Maduro ne abbia deciso la prigionia e continui ad impedirne contatti esterni.
Alberto Trentini lavorava per Ong francese per disabili 'Humanity and Inclusion'. Il che ne traccia il profilo riconoscibile di chi antepone gli altri a sé stesso. Non è necessario aggiungere altro. Il più lo deve fare chi legge. Diffondendo con la convinzione dei giusti che non vi è altra arma che quella di informare, di sensibilizzare, di parlare, indignarsi per liberare Alberto Trentini.
Alberto Trentini, un anno e 14 giorni nelle carceri venezuelane
Qualcosa si muove. Lentamente. Alberto Trentini, l'operatore umanitario, 46 anni, rimane nel carcere di El Rodeo I. Ma lo sfogo della madre, Armanda Colusso, che il 15 novembre scorso, ad un anno dall'arresto del figlio, ha accusato il governo di inazione, ha dato una scosso all'esecutivo, che è uscito allo scoperto. Ieri l'altro, l'incaricato d'affari d'Italia a Caracas, Giovanni De Vito, ha incontrato Trentini, insieme con un altro detenuto Mario Burlò, imprenditore torinese, da mesi detenuto in Venezuela. Al diplomatico, Trentini e Burlò sono apparsi "in condizioni di umore migliore, rispetto alla precedente visita", avvenuta il 23 settembre scorso. In quella circostanza, i nostri connazionali avevano riferito di essere in buone condizioni di salute, di mangiare regolarmente, di godere di un'ora d'aria e di essere accusati insieme con altri detenuti politici dei reati di terrorismo e cospirazione. Sugli ultimi avvenimenti, si registra una nota del vice ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Edmondo Cirielli, in cui si ricorda la conversazione telefonica con la sua omologa venezuelana, Andrea Corao, e i ringraziamenti espressi dal Governo italiano per la visita consolare che l’Incaricato d’Affari a Caracas a Trentini e Burlò, con l'auspicio di ulteriori passi in avanti per la soluzione della doppia vicenda.
Alberto Trentini, da tredici mesi è prigioniero in Venezuela
Il dolore di una madre: "Alberto non dimentica mai la data del mio compleanno. Io ho atteso inutilmente quella telefonata perché avevo bisogno di sentire il timbro della sua voce e di capire come vive questa situazione così dolorosa e ingiusta". Armanda Colusso, la madre di Alberto Trentini, ha rivelato a Repubblica l'ennesimo risvolto di una lontananza di tredici mesi dal figlio, detenuto in Venezuela, prigioniero non in un Paese, ma di un Paese come se fosse merce di scambio. Un Paese sottoposto a restrizioni di libertà, per di più sottoposto alla pressione militare americana nel Mar dei Caraibi, che non ha rapporti diplomatici con l'Italia.
E, proprio in proposito, Armanda prova a sparigliare la situazione e afferma al quotidiano diretto da Mario Orfeo che occorrerebbe cambiare strategia, cioè scegliere una persona che interloquisca direttamente con il presidente Maduro e con il suo entourage, perché è abbastanza evidente che se Alberto continua a rimanere nel carcere di El Rodeo I, nelle vicinanze della capitale Caracas, più di qualcosa non ha funzionato e continua a non funzionare.
I detenuti politici in Venezuela, secondo l'associazione Foro Penal, sono circa 900. Domenica scorsa, scrive El Nacional on line, "un gruppo di parenti di persone detenute per motivi politici si è riunito a Caracas per chiedere al governo di liberare i loro cari in occasione delle festività natalizie".
Alberto Trentini, 46 anni, cooperante, operatore umanitario, non può essere dimenticato. Ma, nei fatti, è come se lo fosse.
18 dicembre: Torino, Ordine del Giorno in Sala Rossa per Alberto Trentini
Un Ordine del Giorno sarà depositato oggi, 18 novembre, primo firmatario il presidente della III commissione Lavoro Pierino Crema, per la liberazione di Alberto Trentini, il cooperatore italiano detenuto in un carcere venezuelano, nei pressi della capitale Caracas dal 15 novembre dello scorso anno. Nel documento, si chiede che in attesa del ritorno in patria di Alberto Trentini, gli venga garantita l'assistenza legale e sanitaria di cui necessita. L'ordine del giorno invita il Sindaco e la Giunta ad attivarsi presso la presidenza del Consiglio e il Ministero degli Esteri per sostenere tali iniziative e a sostenere "le iniziative del territorio e a organizzarne di proprio per sensibilizzare l'opinione pubblica", raccogliendo così l'invito più volte riproposto della madre di Alberto, Armanda Colusso, per l'immediata scarcerazione del figlio.
Alta tensione tra Stati Uniti e Venezuela
La situazione internazionale non è di buon auspicio per le sorti di Alberto Trentini. Tutti guardano altrove e le condizioni dei detenuti politici in Venezuela, quasi mille, insieme a quelle dell'operatore umanitario di Venezia, di cui non si conoscono neppure le accuse con le quali viene trattenute nel carcere di El Rodeo I, sono un argomento retrocesso nell'agenda diplomatica. Una pratica di serie B.
23 dicembre, timori per Alberto Trentini: nel carcere El Rodeo I violenze e minacce di morte ai detenuti
Sono pessime notizie, che non promettono nulla di buono, quelle che arrivano dal carcere venezuelano di El Rodeo I, nello Stato di Miranda, dove è recluso il cooperante italiano Alberto Trentini. El Rodeo I, struttura su cui incombe l'ombra dei servizi segreti venezuelani, ha fama di luogo sinistro per le angherie, minacce e violazioni sistematiche dei diritti umani subite e denunciate dai detenuti politici e stranieri.
A riprendere le accuse con un post su X, e rilanciate dal quotidiano on line El Nacional di Caracas, è María Alexandra Gómez, compagna di Nahuel Agustín Gallo, il caporale della Gendarmeria Nazionale argentina arrestato l'8 dicembre 2024 dall'intelligence venezuelana , al valico con la Colombia. A Gallo il governo Maduro muove l'accusa di appartenere a una forza mercenaria (125 persone) ingaggiata - con la complicità del governo Milei, secondo il Venezuela - per attentare alla sicurezza della vicepresidente Delcy Eloina Rodríguez, sorella di Jorge Rodríguez, attuale presidente dell'Assemblea Nazionale, e figlia di Jorge Antonio Rodríguez, guerrigliero e leader della sinistra venezuelana, torturato a morte nel corso di un interrogatorio dei servizi segreti venezuelani il 25 luglio 1976 in relazione al sequestro di William Niehous, presidente locale della multinazionale americana Owens-Illinois (oggi O-I).
Alberto Trentini: un altro Natale in carcere, è il secondo...
In questo momento, mentre si licenzia l'articolo che reclama la liberazione di Alberto Trentini, non è ancora comparsa l'alba in Venezuela, nello Stato di Miranda dove, nel carcere El Rodeo I, è tenuto prigioniero da un anno, un mese e dieci giorni il cooperante italiano di 46 anni. Il che si traduce nel secondo Natale dietro le sbarre, privato della sua libertà. Di che cosa lo si accusi, l'abbiamo ripetutamente scritto: non si sa. Genericamente si parla di attentato alla sicurezza dello Stato. Dunque, un reato grave. Che se fosse vero, implicherebbe immediatamente l'apertura di un'indagine con la conseguente e doverosa informazione presso l'opinione pubblica, cioè il popolo venezuelano, alla cui sicurezza Alberto Trentini avrebbe attentato. Invece, lo riscriviamo, nulla. Nulla di eventuali attività cospirative e complicità interne o internazionali, né si è a conoscenza di elementi probatori per sostenere un eventuale processo. L'unica certezza è la reclusione di Alberto Trentini.
Insomma, una vergogna per un governo che si dichiara di sinistra e si appella a ideali di libertà e di sovranità popolare, ma che quotidianamente riesce a svendere quegli stessi ideali gettando in carcere oppositori politici e dissidenti.
Ieri, alla vigilia di Natale, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha telefonato ai familiari di Alberto Trentini ed ha parlato con la madre Armanda, rincuorandola ed esortandola ad avere fiducia nell'azione del Paese. Una vicinanza espressa concretamente dal Capo dello Stato nei giorni in cui la sofferenza per la famiglia Trentini non può che essere ancora più lancinante.
"Petrolio, Petrolio, Petrolio": ma ci sono anche i detenuti politici e Alberto Trentini
Nella conferenza stampa di oggi, 3 gennaio, il manifesto economico di Donald Trump si è esaurito in una parola: petrolio. A ciò, il presidente americano ha fatto corrispondere altre "pillole" (infrastrutture, compagnie petrolifere, privatizzazioni, ecc.)per dare un senso compiuto al mercantilismo (business) che si prefigura per gli States e, forse, anche per i suoi famigli, considerando l'innata vocazione dell'immobiliarista prestato alla Casa Bianca.
Poi, nel ricordarsi di essere il presidente della più potente nazione democratica del mondo, ha snocciolato il suo manifesto politico su come provvederà a gestire la transizione politica del Venezuela, cioè il dopo Maduro, nell'assoluta convinzione che nessuno del vecchio regime oserà mettergli il bastone tra le ruote, confidando anche nelle promesse di arricchimento per i venezuelani, quelli in patria, e quelli all'estero desiderosi di rientrarvi.
Non una parola, però, è stata spesa direttamente per i detenuti politici, molti dei quali stranieri, che per la cronaca sono circa un migliaio, e per le numerose persone scomparse. A meno che la sua ripetuta insistenza sulla giustizia dovuta al Paese sudamericano, con una eco che soltanto flebilmente si è sovrapposta alla "richiesta" di risarcimento dell'America per il "furto" subito con la nazionalizzazione dell'industria petrolifera, Trump non avesse in animo di inglobare anche coloro che Maduro ha spedito in carcere con un ventaglio di accuse che si sostanziano nel reato di opinione, molto diffuso in Venezuela tra politici e giornalisti.
Tra questi detenuti, come è noto, c'è l'italiano Alberto Trentini che si avvia a stabilire un record di permanenza nel carcere di El Rodeo I, "ospite" dal 15 novembre 2024 con la fantomatica accusa di attentato alla sicurezza dello Stato.
Ora, senza entrare nelle intenzioni della vicepresidente venezuelana Delcy Eloína Rodríguez Gómez, drastica nel ribadire che Maduro rimane l'unico presidente legittimo del Paese, non sarebbe inopportuno dare un segnale di ritrovata umanità al mondo in questa disumanità dilagante, riportando alla scaletta di un aereo per l'Italia Alberto Trentini e per altre destinazioni tutti coloro cui sono stati negati da troppo tempo i diritti umani e civili.
Appello urgente al sindacalismo italiano: Alberto Trentini non può essere dimenticato!
La Porta di Vetro ha chiesto a Savino Pezzotta un intervento sul "caso Trentini". Un modo diretto per contribuire con la sua voce di prestigioso leader sindacale alla campagna che nel suo piccolo l'associazione conduce, al pari di tantissime altre realtà poco note, piccole e grandi, per la liberazione dell'operatore umanitario arrestato in Venezuela il 15 novembre 2024. In un quadro di mobilitazione popolare allargata ed estesa che possa rafforzare le iniziative para-diplomatiche del governo, confidiamo che l'appello di Pezzotta possa essere condiviso e ripreso dai mezzi di informazione e dalla comunità social.
Cari Amici e compagni,
oggi vi parlo con urgenza e con rabbia civile: Alberto Trentini, nostro connazionale, cooperatore e lavoratore, è prigioniero in Venezuela da oltre tredici mesi, arrestato mentre si dedicava a una causa giusta e solidale. La sua detenzione non è una vicenda lontana dalla nostra realtà: è un monito che ci chiama, con forza, a non voltare lo sguardo.
Per troppo tempo il nostro sindacalismo ha esitato, si è limitato a dichiarazioni di circostanza, ha trascurato l’impegno internazionale. Alberto Trentini ha bisogno di noi ora, non tra sei mesi o un anno. È tempo di mobilitarsi, di scendere in campo concretamente, di dimostrare che il sindacato italiano non è solo difesa dei contratti, ma anche difesa dei diritti, della libertà, della dignità dei lavoratori ovunque essi operino.
Non possiamo più tollerare silenzi imbarazzanti o ritardi colpevoli. Le Confederazioni, le categorie e ciascun sindacalista hanno il dovere morale e civile di unirsi in una mobilitazione reale: chiedere la liberazione immediata di Alberto Trentini, denunciare pubblicamente la sua detenzione ingiusta, fare pressione sul governo italiano affinché agisca senza esitazioni.
Alberto Trentini non è un caso isolato. La sua prigionia rappresenta tutti quei lavoratori italiani che operano nel mondo, rischiando la libertà per cause nobili, e che troppo spesso restano invisibili agli occhi di chi dovrebbe difenderli. La nostra responsabilità è chiara: se restiamo silenziosi, se non usiamo la forza organizzata del sindacato, il prezzo dell’ingiustizia ricadrà su di noi, sulla credibilità del nostro movimento, sul futuro del sindacalismo come voce della giustizia sociale.
Confederazioni, categorie, sindacalisti, è tempo di agire con coraggio e determinazione! Dobbiamo tornare a essere un sindacalismo forte, credibile, capace di mobilitare le istituzioni e l’opinione pubblica, di mostrare che la solidarietà non è uno slogan, ma un impegno concreto. La liberazione di Alberto Trentini deve diventare un obiettivo di tutti, senza eccezioni.
Questo è un richiamo militante: il sindacalismo italiano non può più permettersi l’inerzia. La nostra storia ci insegna che la forza del movimento sta nella solidarietà attiva, nella difesa dei diritti senza compromessi, nella capacità di alzare la voce quando la dignità dei lavoratori è minacciata. Alberto Trentini è nostro fratello di lotta: non possiamo lasciarlo solo.
Alziamo la voce, mobilitiamoci, facciamo sentire la potenza organizzata del sindacato italiano. Non è più tempo di esitazioni: è tempo di azione, di unità e di coraggio. Alberto Trentini ha bisogno di noi. Il sindacalismo italiano non può fallire questa prova di responsabilità morale.
Alberto Trentini è libero! Un'attesa durata 423 giorni[2]
Una videochiamata alla famiglia, alla madre Armanda, con quelle parole tanto attese: "sono libero". Alberto Trentini, il cooperante italiano di 46 anni nato a Venezia, arrestato il 15 novembre 2024 in Venezuela, è stato liberato dal carcere di El Rodeo I, dopo 423 giorni di prigionia, quasi quattordici mesi. Insieme a lui è stato scarcerato anche un altro italiano, l'imprenditore torinese Mario Burlò. L'annuncio è stato dato dal ministro degli esteri Antonio Tajani, aggiungendo che Trentini e Burlò, sono in buone condizioni ed attendono nella sede dell'ambasciata d'Italia a Caracas di rientrare nel nostro Paese. Sia Tajani, sia la presidente del consiglio Giorgia Meloni hanno rilasciato dichiarazioni di apprezzamento per l'intervento della presidente Delcy Rodriguez. Giorgia Meloni ha poi espresso a nome del governo italiano, un sentito ringraziamento alle Autorità di Caracas, "a partire dal Presidente Rodriguez, per la costruttiva collaborazione dimostrata in questi ultimi giorni e a tutte le istituzioni e alle persone che, in Italia, hanno operato con impegno e discrezione per il raggiungimento di questo importante risultato".
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