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Storia del Movimento5Stelle-18 Partecipazione, cittadinanza e democrazia digitale


 di Giorgio Bertola


Diciottesima puntata della storia del Movimento 5 Stelle scritta da Giorgio Bertola, consigliere regionale del Piemonte (Gruppo misto-Europa Verde), uno dei fondatori di quest'esperienza a Torino, le cui vicende entrano a far parte della scena politica italiana nel 2009. In questa puntata, l'autore affronta il tema della partecipazione elettorale.


Le democrazie liberali, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, sono andate incontro ad una progressiva crisi della partecipazione e del concetto di rappresentanza. È calata la partecipazione come tradizionalmente intesa, vale a dire quella alle consultazioni elettorali, e l’identificazione dei cittadini in una ideologia o un partito politico[1]. L’aumento dell’astensionismo è stato piuttosto evidente in tutta l’Europa occidentale. In Italia, a partire dal 1979, l’affluenza elettorale ha subito un progressivo e quasi continuo calo, passando dal 93,4% del 1976 al 63,8% del 2022. Il “partito del non voto” alle ultime politiche ha rappresentato la scelta principale degli elettori, anche considerando le coalizioni nel loro insieme[2]. A tutto ciò si abbina una crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni democratiche. Le cause di questo fenomeno non risiedono solo nei partiti e negli altri corpi intermedi, quanto al contesto politico, sociale ed economico nel quale essi si trovano ad agire.

Secondo Ruggie e Crouch[3] una delle cause è la globalizzazione, che ha eroso gli strumenti tradizionali di politica pubblica ed economica, trasferendo il potere ad élite tecnocratiche ed indebolendo quello dei governi nazionali e, di conseguenza, dei partiti. I cittadini sono stati quindi chiamati a esprimersi su questioni sempre meno significative, e questo ha fatto calare l’affluenza al voto. La seconda motivazione può essere identificata nel declino del voto di classe in Europa. Gli elettori si sono progressivamente allontanati dalla fedeltà ideologico-culturale ai partiti, virando verso scelte di carattere corporativo o emozionale, in quanto tali molto più volubili. I partiti hanno quindi iniziato a indirizzarsi verso un elettorato sempre più diversificato, indebolendo le loro caratteristiche specifiche. Infine, le difficoltà dei partiti sono state aggravate dalla crescente diffusione e importanza di mezzi di comunicazione come la televisione ed Internet. Il web 2.0, in particolare, ha consentito la disintermediazione[4], permettendo ai politici di rivolgersi direttamente ai cittadini, bypassando i media tradizionali, ma anche i partiti stessi, portando alla spettacolarizzazione ed alla personalizzazione della politica.

Le dinamiche sopra descritte portano a quella che Giacomini[5] definisce “scomposizione” della democrazia rappresentativa: la crisi delle forme tradizionali di partecipazione può portare a spinte tecnocratiche o, per contro, a pratiche di democrazia diretta e partecipata. Da un lato, quindi, la volontà di dare spazio a decisioni esperte e competenti, dall’altro quella di giungere a decisioni il più possibile coinvolgenti. Si tratta di due strategie contraddittorie e confliggenti, ma che non si escludono a vicenda, potendo essere applicate a livelli diversi. La strategia tecnocratica può essere applicata a livello sovranazionale, mentre quella che prevede metodi di coinvolgimento diretto può essere applicata a livello locale o di singola forza politica.


Democrazia partecipativa, democrazia deliberativa e democrazia diretta

Quando parliamo di democrazia partecipativa ci riferiamo a una forma che prevede un allargamento delle opportunità di partecipazione dei cittadini nei processi decisionali. Secondo Floridia e Vignati[6] si tratta di una espressione tornata alla ribalta nei primi anni Duemila, e che trae ispirazione dai movimenti giovanili e dai movimenti per i diritti civili attivi negli Stati Uniti nel corso degli anni Settanta. La sua ripresa più recente prende spunto dai movimenti contrari alla globalizzazione. La democrazia partecipativa esalta le pratiche di empowerment delle comunità locali, attraverso pratiche di autogestione e autogoverno; nella sua forma più moderna è complementare rispetto alla democrazia rappresentativa. I processi di democrazia partecipativa sono quindi prevalentemente quelle in cui i cittadini esercitano qualche forma di pressione o hanno spazi di intervento all’interno dei processi decisionali delle istituzioni. Secondo Della Porta gli approcci di democrazia partecipativa «tendono a sottolineare anche la dimensione sostantiva, sociale, della democrazia stessa».[7] Una forma di democrazia che quindi persegue l’ideale dell’eguaglianza oltre a rispettare le libertà individuali.

La democrazia deliberativa, nella definizione fornita da Giacomini[8], è una forma di democrazia partecipativa, poiché implica la partecipazione, ma esclude le iniziative antagonistiche o esogene rispetto al sistema e richiede che la formazione di interessi riguardi l’interno del processo democratico. La sua funzione è quindi quella di incanalare anche le voci più critiche all’interno del dibattito democratico. Le procedure di democrazia deliberativa prevedono delle discussioni aperte, riflessive e dialogiche, ponendo tutti i punti di vista in condizione di parità. La democrazia deliberativa è discorsiva: la convinzione è che il dialogo possa condurre a decisioni condivise o favorire l’adozione di decisioni migliori. Secondo Della Porta[9] l’aspetto più innovativo è proprio l’importanza attribuita alla trasformazione delle opinioni nel corso di un processo orientato alla definizione del bene pubblico.

Le forme e le procedure di democrazia diretta implicano l’annullamento di ogni forma di mediazione rispetto all’esercizio del potere popolare. Secondo Floridia e Vignati[10] l’esempio principale è quello del referendum, ma nella fattispecie della democrazia diretta rientrano anche istituti come quello del recall[11] e le proposte di legge di iniziativa popolare con obbligo di conferma a mezzo referendum. I propugnatori della democrazia diretta si ispirano in particolare alle posizioni di Jean-Jacques Rousseau, che ne Il contratto sociale[12] sosteneva che l’unico modo per formare correttamente la volontà generale fosse la partecipazione di tutti i cittadini all’attività legislativa, prendendo come riferimento la polis greca, e che eleggere dei rappresentanti per farli legiferare in proprio nome fosse la negazione stessa della libertà. In tale concezione c’è un rifiuto del concetto di rappresentanza e di delega[13]. I tre sistemi sopra descritti sono quindi molto diversi tra loro: nel caso della democrazia partecipativa l’attenzione è rivolta agli spazi ed alle modalità di discussione pubblica che precedono una decisione, mentre le altre due si fondano sull’azione diretta dei cittadini, volta ad esercitare un potere sulle decisioni istituzionali.


Note

[1] In De Blasio, Emiliana, E-democracy, Milano, Mondadori, 2019, p. 3, si parla di decremento della party membership e di tendenza al disallineamento ideologico.

[2] Qui un’analisi del calo di affluenza alle elezioni politiche in Italia: https://www.openpolis.it/lastensionismo-e-il-partito-del-non-voto/, consultato il 23 gennaio 2023.

[3] Ruggie (1997) e Crouch (2003), citati in Giacomini, Gabriele, Potere digitale, Milano, Meltemi editore, 2018, p. 171.

[4] Mazzoleni, Gianpietro, La comunicazione politica, Bologna, Il Mulino, Terza edizione 2012, p.67. La disintermediazione è uno degli effetti politici del web 2.0. Tra politici e cittadini è oggi possibile un dialogo diretto, bypassando media tradizionali come i giornali o la televisione, e togliendo loro il monopolio dei contenuti politici. Questo aspetto ha avuto una grande influenza anche sulle campagne elettorali. Sul tema cfr. anche il cap. 2, par. 2.1

[5] Giacomini, Gabriele, Potere digitale, Milano, Meltemi editore, 2018, p. 162.

[6] Floridia, Antonio, e Vignati, Rinaldo, Deliberativa, diretta o partecipativa?, Quaderni di Sociologia, 65 | 2014, pp. 51-74.

[7] Della Porta, Donatella, Democrazie, Bologna, Il mulino, 2011, ed. e-book, pos. 897

[8] Giacomini, op. cit., p. 189.

[9] Della Porta, op. cit., pos. 1356.

[10] Floridia e Vignati, ibidem.

[11] Cfr. cap. 2, par. 2.1.

[12] Rousseau, Jean-Jacques, Il contratto sociale, Milano, Edizioni Mondadori, 2015, III, 15.

[13] Nel caso preso in esame nel capitolo relativo al Movimento 5 Stelle, ad esempio, il rifiuto della delega si traduce nell’idea di un mandato imperativo per gli eletti, che devono attenersi rigorosamente al programma elettorale ed alle decisioni prese dagli iscritti.



Precedenti puntate in:


https://www.laportadivetro.com/post/storia-del-movimento5stelle-14-piattaforma-rousseau-e-l-eredità-di-gianroberto-casaleggio;

https://www.laportadivetro.com/post/storia-del-movimento5stelle-15-piattaforma-rousseau-criticità;



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