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Passato, presente e futuro nei Territori occupati da Israele: intervista a Salma

di Stefano Marengo


Nuovo bombardamento notturno di Israele sulla Striscia di Gaza. Le bombe hanno colpito una scuola delle Nazioni Unite che ospitava un nutrito gruppo di sfollati. Una trentina i morti. Tel Aviv replica: abbiamo eliminato i terroristi del 7 ottobre che progettavano nuovi attacchi. Intanto, gli obitori sono stracolmi e gli ospedali secondo quanto ha riferito ieri, 5 giugno, Al Jazeera. Che nelle corrispondenze ha riportato i dati relativi all'attacco di ieri diffusi dal ministero della Sanità di Gaza: 36 persone uccise e 115 ferite in tutta l'enclave nelle ultime 24 ore. Fonti israeliane hanno affermano che nello stesso arco di tempo è morto un soldato e almeno dieci sono rimasti feriti nel nord di Israele durante il bombardamento con droni sulla città di Hurfeish, un centro con poco più di seimila abitanti nella Galilea occidentale. L'azione è stata rivendicata da Hezbollah in risposta agli attacchi israeliani di ieri l'altro nella città di Naqoura, nel sud del Libano.

Questo il bollettino militare di oggi, 6 giugno, 244° giorno dall'incursione omicida di Hamas in Israele e 243° dalla reazione progressiva per intensità e spietatezza militare di Israele nella Striscia di Gaza, dove continua l'incubo per la popolazione civile martoriata dalla fame e dalle bombe, mentre nei territori occupati dagli israeliani la situazione rimane esplosiva. La Porta di Vetro per fornire ai lettori qualche elemento di riflessione ulteriore in merito alla situazione sul campo e alle prospettive per il futuro della regione ha intervistato due giovani donne, Salma, palestinese di Betlemme, e Gaia, israeliana di Haifa. Entrambe sono da tempo impegnate nella lotta contro l’occupazione e la colonizzazione della Palestina storica da parte dello stato di Israele. Le voci delle intervistate non hanno nulla di casuale. Salma e Gaia sono donne che, nonostante origini e percorsi di vita diversi, condividono la medesima lettura critica della realtà e hanno come stella polare la speranza in un avvenire di convivenza e pace secondo giustizia. Le loro voci e l’originalità del loro sguardo, tuttavia, difficilmente trovano spazio nel discorso politico-mediatico occidentale. Con queste interviste ci auguriamo di aver dato un piccolo contributo a colmare questa lacuna. La prima intervista è quella con Salma; domani pubblicheremo quella con Gaia.


Betlemme, con la Basilica della Natività e i suoi antichi edifici di pietra, è una di quelle città che popolano il nostro immaginario sin da quando siamo bambini. Basta menzionarla per farci andare con la mente alla notte di Natale e all’onirica dolcezza che porta con sé. La realtà dietro la fantasia, però, è molto diversa. Dal giugno 1967, cioè da 57 anni, Betlemme è infatti sottoposta a occupazione militare israeliana. A ovest e a nord, per decine di chilometri, la città è circondata dal muro dell’apartheid che divide Israele dalla Cisgiordania, mentre a sud sorgono diversi insediamenti coloniali ebraici. A completare il quadro, poi, ci sono le strade (riservate ai soli ebrei) che collegano le colonie tra di loro e ad Israele e, a est, verso l’area urbana di Gerusalemme, i principali presidi militari dell’IDF. È proprio qui, tra le strade della Betlemme occupata e assediata, che è nata e cresciuta Salma (nome di finzione che utilizziamo per ragioni di sicurezza). Giovane donna discendente da una famiglia che già nel 1948 fu vittima della Nakba – la pulizia etnica dei palestinesi attuata dalle truppe israeliane su quello che sarebbe diventato l’attuale territorio dello stato ebraico, – Salma ha studiato in Palestina e in Europa e ha da poco conseguito la laurea. Impegnata per la causa palestinese sin da quando ha memoria, le abbiamo chiesto di raccontarci qual è la situazione sul campo in Palestina e quali, a suo giudizio, sono le prospettive per il prossimo futuro.

 

In questi mesi l’attenzione di tutti si è concentrata sul massacro di Gaza, e questo ci ha fatto perdere di vista quello che accade in Cisgiordania, dove la violenza dei coloni è cresciuta esponenzialmente. Tu, Salma, vivi a Betlemme, puoi raccontarci cosa sta succedendo?

In Cisgiordania la realtà è diversa rispetto a quella di Gaza, ma in fondo è solo l'altra faccia dell'occupazione. Dopo il 7 ottobre, le diverse misure di apartheid sono state intensificate drasticamente. Principalmente, la libertà di movimento di noi palestinesi, già limitata, è stata ridotta ancora di più. Ogni città e villaggio sono diventati zone controllate dai soldati dell'IDF [Israel Defense Force, l’esercito israeliano] che possono decidere se e quando puoi spostarti, anche solo per tornare a casa. Inoltre, passare attraverso un checkpoint può esporci a molestie fisiche, se non ad arresti o a ferimenti da arma da fuoco, che ci fanno sentire costantemente insicuri e in pericolo mentre ci spostiamo da una città all'altra. Di conseguenza, molti hanno perso il lavoro o hanno smesso di vedere le loro famiglie. In Cisgiordania le persone sono come intrappolate in piccoli spazi, gli unici in cui ci si può sentire al sicuro. È aumentata in modo significativo anche la minaccia dei coloni, che ora sono armati più pesantemente e possono attaccarti o bruciare la tua casa o le tue proprietà senza che nessuno sia lì a proteggerti. Personalmente ritengo che l'espansione degli insediamenti e la violenza dei coloni siano la principale minaccia per l'esistenza dei palestinesi in Cisgiordania. In poche parole, vivere qui è come stare in una gabbia in cui sono degli estranei a decidere come puoi muoverti, dove puoi vivere, cosa puoi possedere e, talvolta, chi puoi sposare.

 

Tu sei nata e cresciuta sotto un regime di occupazione militare. È una cosa che anche le persone più informate in Europa fanno fatica a immaginare. Ti chiedo quindi: che cosa significa, nella quotidianità, vivere sotto occupazione?

Essendo nata in questa condizione, posso dire che per me è una vita normale. Qui non essere liberi è la normalità; la stranezza, semmai, è sentirsi liberi. Posso raccontarti un episodio della mia prima infanzia, quando la mia città, Betlemme, è stata assediata per 40 giorni, un periodo durante il quale dovevamo tutti rispettare un coprifuoco rigidissimo e io non potevo nemmeno andare all'asilo. L’unica cosa che potevo fare era giocare per strada nei momenti in cui il coprifuoco non era in vigore. È stato lì che per la prima volta ho compreso la minaccia incarnata dai soldati e dai carrarmati israeliani. Ricordo – ed è il mio ricordo più spaventoso – quando fui inseguita da un tank proprio mentre ero in strada a giocare: il rumore di quel carrarmato gigante e la paura di una bambina sono cose indescrivibili. Ma anche senza assedio la situazione era paurosa. Da piccola, quando andavo a scuola, dovevo fare attenzione, ad esempio, agli odori che sentivo, e se sentivo odore di gas lacrimogeno dovevo tornare a casa perché era pericoloso. Fin dai primi anni di vita, quindi, provi la sensazione di avere un nemico, un nemico gigante che non puoi non odiare perché il suo unico desiderio è quello di eliminarti, cancellare la tua esistenza. Col passare degli anni, come ti dicevo, questa diventa la normalità, ti abitui a incontrare i soldati per strada e a sentirti inferiore. Ti senti umiliato e non protetto. Da adulta ho dovuto spostarmi spesso perché frequentavo l’università in un’altra città. Le strade che facevo dovevano essere spesso circondate da cecchini israeliani, e a volte i checkpoint, a volte altri blocchi stradali mi facevano arrivare in ritardo a lezione o agli esami. Ovviamente niente di tutto questo è una vita normale, ma non mi sono mai preoccupata: per me rimaneva un viaggio emozionante verso l'università!



 Tu ti occupi molto di risorse idriche, e sappiamo che l’accesso alle fonti d’acqua è uno degli ambiti in cui più evidente è la brutalità dell’occupazione israeliana. Si parla spesso di un vero e proprio “apartheid dell’acqua” in Cisgiordania. Ci aiuti a capire di cosa si tratta?

L'apartheid dell’acqua è qualcosa di reale. È una situazione dovuta principalmente al fatto che gli israeliani hanno il controllo della maggior parte delle risorse idriche. Israele, che viene descritto come un pioniere nella tecnologia di trattamento dell'acqua, è anche un pioniere nel privare i palestinesi dei loro mezzi. Per esperienza personale, soprattutto in estate quando i consumi aumentano, l'acqua corrente in casa è disponibile soltanto ogni due settimane; in alcuni casi sei costretto a comprarla da aziende private per soddisfare i tuoi bisogni primari. Ci sono stati giorni in cui aprivo il rubinetto e non scendeva nulla. Per questo motivo, se visiti la Cisgiordania, noterai i serbatoi d'acqua sui tetti delle case: dobbiamo per forza immagazzinare l'acqua piovana per averla a disposizione quando ne avremo bisogno. Le cose, inoltre, peggiorano se ti sposti nelle zone più trascurate dell’Area C,[1]come Masafer Yatta e la regione meridionale di Hebron, che ho spesso visitato: qui la popolazione palestinese non ha nemmeno accesso alla rete idrica, e per questo utilizza ancora l’acqua dei pozzi. Se poi consideriamo il contesto del cambiamento climatico, è chiaro che le crisi idriche diventeranno più gravi. Oltre al clima semi-arido della Palestina, l’accesso limitato all'acqua costituisce per noi una grandissima minaccia. Insomma, il cambiamento climatico è naturalmente una sfida globale, ma in Palestina il suo impatto è intensificato dalle politiche di occupazione coloniale.

 

A questo punto vorrei parlare della resistenza all’occupazione e ti chiederei di spiegarci l’attuale scenario politico palestinese. Raramente in Europa si danno notizie in merito alla realtà politica sul campo, e davvero pochi sono coloro che si chiedono che cosa pensano e cosa si aspettano i palestinesi. Ci aiuti a capirlo?

La maggior parte delle persone non milita attivamente in alcun movimento politico, anzi si può dire che la maggioranza della popolazione non ha legami politici specifici.  In Cisgiordania, Fatah attraverso l’Autorità Nazionale Palestinese controlla quasi tutte le istituzioni; se non ufficialmente, è almeno indirettamente coinvolta nella gestione di scuole, università e grandi aziende. A parte questo, in Cisgiordania la forma di democrazia più praticata a oggi sono le elezioni dei consigli studenteschi nelle università. Si tratta di elezioni che vedono la partecipazione dei partiti politici a cui i candidati sono affiliati (Fatah, Hamas, Fronte Popolare), e tra questi gli studenti devono scegliere i loro rappresentanti. Personalmente la trovo una prassi assurda e irrilevante, ma è comunque un modo per i partiti di esercitare potere all’interno della società; soprattutto, queste consultazioni possono essere rappresentative dell'orientamento politico della popolazione in generale. Presumo che oggi molti palestinesi guardino con favore a Hamas perché vi vedono una forma di resistenza all'occupazione. Ma gli abitanti della Cisgiordania, come quelli di Gaza, sono solo una parte del popolo palestinese, e bisogna considerare anche il resto. Ad esempio, i palestinesi che vivono in Israele hanno scarsissimi legami con il contesto politico che ti ho illustrato: più che legami politici, con loro possono esserci legami sociali. Per quanto riguarda la diaspora, invece, i partiti attivi in Palestina hanno indubbiamente un’influenza sui rifugiati che vivono all’estero, ma è difficile misurarla e stabilire con precisioni quali legami ci siano con lo scenario politico interno. Tutto questo, in ogni caso, ti fa capire che, a seconda di dove si trovano – nei cosiddetti “Territori occupati”, all’interno di Israele o all’estero – i palestinesi vivono dimensioni politiche diverse, e sarebbe il caso di aggiungere che vengono trattati in modo diverso da Israele.

Nelle settimane scorse si è anche parlato di riformare l’Autorità Nazionale Palestinese, ma non si capisce bene in cosa dovrebbe consistere questa riforma, tanto più che i palestinesi sembrano decisamente sfiduciati da Fatah e Abu Mazen. Non sarebbe forse più opportuno andare verso la costruzione di una nuova organizzazione unitaria di tutti i partiti, sia laici che di ispirazione religiosa? E chi potrebbe guidare questa organizzazione? Alcuni ritengono che Marwan Barghouti sia il leader in cui la maggioranza dei palestinesi potrebbe riconoscersi.

In effetti la maggioranza dei palestinesi è delusa dall'attuale leadership. Personalmente ritengo che la cosa più importante sia rimanere uniti, altrimenti è difficile poter agire ed essere visibili. Per me l'attuale divisione tra Gaza e Cisgiordania è lo scenario peggiore per la causa palestinese: senza unità nessuno si accorge di te né ti tiene in considerazione. Al di là delle singole storie e provenienze, bisogna che i territori occupati abbiano un’organizzazione rappresentativa unitaria, e per questo, per il bene di tutti, Fatah e Hamas, ossia i partiti principali, devono scendere a compromessi. Per quanto riguarda la leadership, non starei adesso a fare nomi specifici, ma sicuramente ritengo che il profilo necessario sia quello di un leader sostenuto e rispettato da entrambi i partiti, una persona di esperienza anche in politica internazionale e che dia priorità alle ragioni dell’unità e al miglioramento delle condizioni di vita dei palestinesi, cosa che infonderebbe maggiore fiducia nelle persone. Purtroppo, però, non credo che tutto questo sarà possibile nel prossimo futuro visto che le attuali leadership in Cisgiordania e a Gaza sembrano non avere interesse nel ricercare l’unità.

 

Molti leader occidentali continuano a sostenere verbalmente la soluzione “due popoli, due stati”, salvo non riconoscere mai lo stato di Palestina. Al netto dell’ipocrisia della loro posizione, bisogna anche considerare che oggi quella soluzione “a due stati” non è più percorribile, e per molte ragioni. Mi pare del resto che ci sia un certo consenso tra le nuove generazioni di palestinesi per la creazione di uno stato unico, binazionale, laico e democratico per palestinesi ed ebrei israeliani a pari diritto. Questa soluzione sarebbe anche l’unica capace di affrontare costruttivamente la questione cardine del “diritto al ritorno” delle famiglie palestinesi che furono cacciate da Israele nel 1948 e nel 1967. Qual è la tua posizione in proposito? È possibile, secondo te, prendere altre esperienze come modello? Molti, ad esempio, suggeriscono di ispirarsi al Sud Africa della transizione al post-apartheid.

Devo dire che sono piuttosto pessimista al riguardo. Non credo sia possibile una soluzione di uno stato unico binazionale nelle condizioni attuali. Io stessa sono discendente di rifugiati. Entrambe le famiglie dei miei genitori furono vittime della pulizia etnica attuata da Israele nel 1948. Quindi per me il diritto al ritorno è ovviamente una priorità: è il diritto di possedere ciò che è proprio, di avere indietro ciò che ti spetta. Può sembrare solo un sogno, ma credo che sia ciò che vuole la maggior parte dei palestinesi. La realtà, tuttavia, è che di fronte a noi c'è uno stato, Israele, riconosciuto da quasi tutto il mondo, mentre la Palestina non è riconosciuta dai paesi più potenti. Ecco perché ritengo che nella fase attuale dovremmo concentrarci innanzitutto sul riconoscimento di uno stato palestinese. Intendo uno stato che abbia davvero le caratteristiche di uno stato, con un territorio unificato e un governo centrale, un'economia indipendente, la libertà di movimento all'interno dei confini e un esercito proprio. Nella condizione attuale i territori occupati non hanno nessuna di queste caratteristiche. Se il mondo, quindi, è seriamente intenzionato a riconoscere uno stato palestinese, deve anche intraprendere azioni concrete per strutturarlo. Anche in questo caso, tuttavia, sono pessimista per il prossimo futuro. Riguardo al modello da seguire, è vero che ci sono delle somiglianze tra l’apartheid palestinese e quello sudafricano, ma gli scenari di fondo sono diversi: qui in Palestina c’è l’occupazione militare e coloniale, e questo rende la situazione peggiore.

 

Note


[1] In base agli accordi di Oslo, la Cisgiordania fu suddivisa in tre aree: l’Area A, corrispondente indicativamente alle principali città, sotto controllo amministrativo e di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese; l’Area B, sotto controllo amministrativo dell’ANP ma con la sicurezza gestita dall’esercito israeliano; l’Area C, sotto il pieno controllo di Israele sia dal punto di vista amministrativo che militare. L’Area C, in particolare, comprende oltre il 60% del territorio della Cisgiordania ed è la zona in cui i palestinesi sono maggiormente esposti ad essere cacciati dai loro villaggi per far spazio agli insediamenti illegali israeliani.

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