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Bonus 110: ultima fermata, ora (forse) si scende

Aggiornamento: 19 feb 2023

di Emanuele Davide Ruffino

Il “Governo dei Migliori” di Mario Draghi aveva nel suo dizionario economico preannunciato l’anomalia di rimborsare 110 una spesa pari a 100. Durante il suo mandato, lo stesso Presidente del Consiglio e il ministro dell'economia Daniele Franco avevano evitato il problema, ma soltanto per mantenere l’equilibrio di una maggioranza tanto ampia quanto contradditoria, così glissando sulla sua effettiva gravità. La questione è rimbalzata sul nuovo governo Meloni ed il ministro Giancarlo Giorgetti, il più "dragoniano dei ministri", come spesso veniva definito, ora ha colto il momento per fermare l’emorragia dei conti pubblici (i crediti hanno raggiunto più di 100 miliardi di euro al 31 dicembre 2022).



Concedere o mantenere un bonus fa guadagnare consenso. Toglierlo fa perdere voti. Peccato che il meccanismo di concedere più bonus di quanti ne concede la controparte, non possa essere protratto nel tempo e per tutti i settori. Sicuramente l‘edilizia è un settore trainante e la casa costituisce un bene particolarmente caro agli italiani, ma i costi che il provvedimento stava raggiungendo erano palesemente insostenibili, oltre a presentare incongruenze di vario genere.


Un problema tenuto in naftalina

Fu lo stesso ministro dell’Economia Franco ad affermare che «intorno al Superbonus è stata organizzata la più grande truffa della storia della Repubblica», già valutabile all’epoca in 4,4 miliardi di illeciti. Ma il Governo Draghi ha preferito glissare, ben conoscendo la situazione, lasciando che il provvedimento venisse applicato con inspiegabili sperequazioni (situazioni simili trattate differentemente) e con pericolose oscillazioni dei prezzi che hanno contribuito a scatenare pressioni inflazionistiche, oltre al sistematico rischio del nostro sistema di non premiare il bravo imprenditore, ma solo quello “fortunato” che riesce a richiedere un bonus corposo al momento giusto, all’ufficio giusto.

Su La Porta di Vetro si era già rilevato e sottolineato il problema con gli articoli entrambi miranti a cercare di portare l’attenzione sull’irrazionalità della situazione[1]. L’attuale Governo, che vuole governare per tutta la legislatura, ha percepito che la situazione non poteva perdurare a lungo, per non rischiare di ritrovarsi con uno spread a 500 (che nel 2011 portò alle dimissioni il Governo Berlusconi). Semmai stupisce come una cosa risaputa generi presunti reazioni inaspettate, sperando di accalappiare qualche voto.


Iniziative politiche per ideare soluzioni sostenibili

Certamente il decreto poteva essere discusso e ragionato con le parti sociali, ma tale metodica, in Italia, suona come un non voler affrontare il problema (leggasi Riforma delle pensioni, dove le riunioni e la mancate riunioni, sembrano più passerelle per accreditarsi verso alcune parti coinvolte, che non un tentativo razionale per approntare una soluzione). Il coinvolgere le parti, considerati gli interessi in gioco (decine di miliardi), avrebbe scatenato un’azione di lobbing difficilmente controllabile. Però anche gli altri settori reclamano la stessa attenzione e fondi analoghi, con l’evidente rischio di portare al collasso il sistema. Quando sono in gioco gli interessi nazionali (e l'incontrollabile cessione dei crediti alle pubbliche amministrazioni per acquistare quelli derivanti dai bonus edilizi, rischiava di compromettere le finanze pubbliche) le decisioni non possono essere delegate ad un tavolo cui partecipano inevitabilmente solo alcune delle parti, ma compete alla politica (sia quella di maggioranza, che di opposizione) predisporre modelli e soluzioni sostenibili.

Nell’attuale contesto, si prende sempre più coscienza che la crescita di una parte della spesa pubblica ne inibisce un'altra, e l'azione di “scaricare” tutto sul deficit dello Stato finisce per indebolirlo gravemente. E ciò che sta succedendo con la “Inflation Reduction Act” (IRA) voluta dal presidente Joe Biden per difendere gli interessi americani, dove i paesi con un deficit contenuto riescono a contrastare meglio questa guerra commerciale, emanando misure di sostegno alle proprie imprese.

Avviare il risanamento del settore edilizio

L’Italia invece rischia d’involversi in infinite discussioni su temi importanti per i singoli, ma marginali a livello macroeconomico (come gestire i crediti già in essere, come cedere il credito da un soggetto ad un altro, come sostenere i cantieri già aperti, come garantire che i lavori rispondano effettivamente all’efficientamento energetico, come gestire la possibile cassa integrazione per il rallentamento delle attività), ma soprattutto come dare stabilità e certezza in modo che gli operatori e i cittadini possano programmare il loro comportamento.

Ad essere tolto non è l’incentivo, ma solo la cessione del credito o lo sconto in fattura, ma questo produrrà una decisa contrazione del mercato e di questo ovviamente bisogna essere preoccupati, ma il problema è di risanare un settore ormai da troppo tempo soffocato dalla burocrazia (non migliorata dai superbonus) e di ridurre l’isteria normativa da cui si sono generati comportamenti opportunistici che non hanno portato a quell’economia green che l’oscillazione della bolletta energetica dovrebbe consigliare.

Adesso c’è da rimettere insieme i cocci e ridare credibilità al sistema con regole certe che permettano di sviluppare il settore senza accelerazioni e decelerazioni troppo ravvicinate nel tempo che influiscono in modo anomalo sui prezzi e non permettono di formare maestranze preparate, in modo da eseguire lavori a regola d’arte. Quello che non è avvenuto in questi ultimi anni e oggi se ne pagano le conseguenze.


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