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Economia in precario equilibrio: dai bonus alla programmazione


di Emanuele Davide Ruffino e Giovanni Ruffo


Non c'è titolo di apertura di giornali e telegiornali che non si richiami a ciò che sembra - giustamente - un imperativo: il nuovo Governo è chiamato a risolvere le sfide che pandemia e guerra hanno aperto. Sui criteri, però, ci si divide, tra la tentazione di ricorrere a sforamenti di bilancio e a decreti che impongano i prezzi. Anche il ricorso ai provvedimenti d’urgenza lascia perplessi, se non altro per la rincorsa a chiedere sempre più con una serie di rilanci che sfavorisce la cooperazione e la comunicazione tra i diversi segmenti della società, tralasciando l'elemento non secondario che il governo Draghi ha già stanziato e speso quasi 70 miliardi di euro, senza risolvere il problema (la Germania, più ricca e con meno deficit, si è potuta permettere un intervento da 200 miliardi, sfasando le regole degli incentivi di Stato). Intanto, altre elemento non marginale l’Opec si è incamminata sulla strada della riduzione produttiva di petrolio, non appena si è sentito odore di prezzi calmierati, il che non è un buon viatico.


Sopravvivere a colpi di incentivazioni

L’economia prevede sempre dei processi selettivi in modo che la soluzione più conveniente possa prevalere, ma non è detto che questa, nel lungo periodo, risulti la più razionale. In Italia, considerate le regole in essere, il processo di selezione trova attuazione soprattutto nella capacità di compilare moduli per l’accesso ai bonus. Infatti tra scarsa intelligibilità delle norme e la convenienza dell'offerta nell’accedere a certe forme incentivanti, non si ricerca più la soluzione più efficace, ma quella che permette di accedere alle agevolazioni. Anche quando queste rispondono a principi la cui utilità è indiscutibile, come facilitare le energie pulite e alternative, si corre il rischio che qualche solerte burocrate scovi un cavillo per ostacolarne la realizzazione. Per esempio, all’allettante concetto della cosiddetta “edilizia libera”, che permette la realizzazione di impianti fino a 20KWP, fa risconto una realtà notevolmente diversa che si presenta come un intreccio di comportamenti che di libero hanno ben poco.


Per quanto concerne la possibilità d’installare impianti fotovoltaici occorre fare i conti con il concetto di immobili di pregio e nuclei storici. La norma, ma prima ancora il buon senso civico, porta a escludere la possibilità di installare pannelli fotovoltaici su edifici di notevole interesse pubblico. In questo caso la realizzazione degli interventi è consentita previo rilascio dell’autorizzazione da parte dell’amministrazione competente, ai sensi del codice dei beni culturali e paesaggistici. Succede così che le richieste accolte rappresentino una percentuale infinitesima di quelle avanzate, causa ritardi decennali ed anche oggi chi si inizia a produrre energia pulita deve attendere mesi per operare il cosiddetto scambio energetico. Il legislatore poi non ha ancora chiarito come mai, nonostante la drammaticità della situazione energetica, per il fotovoltaico la detrazione è del 50%, per l’abbellimento delle facciate il 65%... Solo un controsenso?


Il problema è che ogni comune, ogni sovraintendenza ogni regione interpreta la norma in forma differente, rendendone aleatoria l’applicazione (manca un’autorità unica). Non fa testo l’aula Paolo VI, nota anche come Aula Nervi (la stanza delle udienze del Papa con i fedeli), che è stata ricoperta con più di 2400 moduli fotovoltaici, concepiti appositamente per rispettare la bellezza della struttura a volta dell’aula, e fornire energia pulita. L’aula Nervi però non è in Italia, ma nello Stato Pontificio, quindi l’opera si è potuta realizzare in tempi rapidi. All'opposto, all’autodromo di Monza si possono sostituire i vecchi pannelli, mantenendo però la stessa potenza produttiva creando esteticamente un obbrobrio e impedendo di produrre maggiori quantità di energia pulita. E infiniti sarebbero i casi in cui la burocrazia, ancora oggi, ritarda la produzione di energia pulita a vantaggio di quella inquinante.


Tra rigore finanziario e attese della popolazione

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI), nel Fiscal Monitor, è di recente intervenuto per stabilire che "i governi devono tutelare le famiglie a basso reddito e assicurare il loro accesso al cibo e all'energia ma anche mantenere una politica di bilancio rigorosa in modo che non sia in contrasto con quella monetaria”. Invito sicuramente condivisibile, ma il problema sta su come realizzare questo equilibrio, in un momento in cui i Governi occidentali sono tutti attaccati dalle opposizioni (indipendentemente se di destra o di sinistra) che richiedono interventi più incisivi per il caro bollette.


La sinistra in Germania, il partito conservatore Tory in Gran Bretagna e Macron in Francia sono contestati apertamente per l’insufficienza delle politiche messe in atto, sfruttando il disagio avvertito dalla popolazione. Sicuramente bisogna intervenire per evitare effetti più drammatici, ma pensare di sfasciare ulteriormente le finanze pubbliche nel promettere qualcosa di più dell’avversario politico, non sembra una politica di lungo periodo. Le crisi non si risolvono solo limandone gli eccessi ma programmando un insieme articolato di interventi in grado di far superare il contingente, senza traumi. L’alternativa è lasciar esasperare i problemi con il rischio che questi deflagrino in modo violento e con la conseguente affermazione di poteri altrettanto violenti per poter contrastare l’anarchia che si genera.


L’assalto dei supermercati perpetrato in Argentina e in altri Paesi dove politiche monetarie allegre hanno portato a situazioni angosciose, fungono da monito. Nonostante la gravità dei problemi, l’attenzione è spesso assorbita, in Italia come in Europa, dal cavillare sull’interpretazione di alcune norme o in come redigere i trattati (i tempi e i modi dell’accordo sul gas ne è l’ultima testimonianza), ma non si torna ad estrarre il gas dal mar Adriatico (si è passati dagli oltre 20 miliardi di metri cubi degli Anni '90, ai 4,4 attuali). Intanto, si scopre che la Germania ha più ore solari dell'Italia a giudicare dagli impianti solari installati e che in Olanda le pale eoliche fanno arredo urbano e via di questo passo.


Il caro bollette si risolve accrescendo l’indipendenza energetica e non passare da un fornitore ad un altro, perché chiunque sia questo "altro", quando si accorge di essere indispensabile, inevitabilmente tende ad approfittarne. Compete alle politiche industriali evitare che ciò far si non accada; compito che, con la globalizzazione dei mercati diventa ancor più complicato, ma è solo gestendo le opportunità di un mercato planetario rimanendo fortemente ancorato alle realtà locali che si possono realizzare equilibri stabili.

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