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"L'eredità della Resistenza non è solo memoria ma assunzione di responsabilità"

di Michele Sabatino


 Il 25 Aprile non è una data qualsiasi nel calendario civile italiano. È il giorno in cui si ricorda la Liberazione dal nazifascismo e, soprattutto, il momento in cui un Paese intero è chiamato a confrontarsi con la propria storia e con le proprie scelte.

Non è una ricorrenza neutra. Né può esserlo, se non altro perché, al di là della comprensibile pietas umana, non è giusto mettere sullo stesso piano vittime e carnefici, come si tende a fare, e non da oggi e non soltanto da parte degli eredi politici e spirituali del fascismo. Farlo significherebbe tradire la verità storica e indebolire le fondamenta morali della nostra democrazia. Dunque, un pericolo anche sotto il profilo pedagogico.

Il 25 Aprile segna la vittoria dell'antifascismo da cui è nata la Repubblica democratica che ha figliato la nostra Costituzione. Se avessero vinto i fascisti e i loro alleati nazisti, sarebbe continuata la terrificante oppressione della dittatura. Come disse Vittorio Foa ad un parlamentare del Movimento sociale italiano (erede del Partito nazionale fascista), se avessi vinto tu, io sarei ancora in galera, mentre tu ora sei in Parlamento... E, in proposito, c'è una frase che mi ha sempre colpito, accreditata al contrammiraglio Wilhelm Franz Canaris (con ascendenze italiane), direttore dell'Abwehr, il servizio di controspionaggio della Wermacht, che disse sull'esito della Seconda guerra mondiale che una disfatta della Germania sarebbe stata un disastro, ma una vittoria di Hitler sarebbe stata una vera catastrofe.

Negli ultimi anni, invero, nel tentativo di sostenere l’assenza di qualsiasi continuità culturale tra l’attuale assetto politico e il fascismo, si è diffuso un esercizio tanto artificioso quanto comodo: l’equidistanza. Si tende a equiparare fascismo e comunismo italiani, come se avessero avuto la stessa natura, il medesimo ruolo storico e analoghe responsabilità.

Si tratta di una scorciatoia che elude sia la complessità dell’analisi storica sia il rigore dell’onestà intellettuale. La storia, tuttavia, è inequivocabile: il fascismo fu una dittatura che soppresse le libertà fondamentali, perseguitò gli oppositori, promulgò le leggi razziali e condusse l’Italia nella tragedia della guerra. Dopo l'8 settembre 1943 e il ritorno in campo del Duce, liberato dai nazisti dalla prigione sul Gran Sasso, l'Italia si ritrovò di fronte a un bivio netto: da una parte la Repubblica di Salò, espressione di un regime ormai delegittimato e sostenuto dall’occupazione nazista, dall’altra i partigiani, pronti a rischiare la vita per restituire libertà all’Italia. Allora prevalsero il coraggio fino alle conseguenze estreme e la dignità.

Oggi, da quale parte ci collocheremmo? E da quale parte si schiererebbero coloro che governano, dopo aver giurato sulla Costituzione nata da quella lotta? È un interrogativo legittimo, ed è diritto dei cittadini esigere una risposta.

A difendere la possibilità stessa della democrazia furono donne e uomini che scelsero la Resistenza: contadini, operai, artigiani, studenti, intellettuali, sacerdoti. Una pluralità di esperienze e provenienze unite da un obiettivo comune. L’unità antifascista comprese comunisti, popolari, cattolici, socialisti, repubblicani, liberali e perfino monarchici, non fascisti o afascisti.

A quella generazione si deve non solo la Liberazione, ma anche l’impianto etico e civile su cui è stata edificata la Repubblica. Il nome della Resistenza resta indissolubilmente legato all’impegno di milioni di italiani nelle lotte per la libertà e nella difesa della democrazia. Non è retorica: è una parte viva della nostra storia nazionale, che merita rispetto, soprattutto in un tempo incerto in cui - come ammoniva Antonio Gramsci, una "mente" che Mussolini decise di sopprimere in carcere - “nel chiaroscuro nascono i mostri”.

Ora, nelle vicende successive da quel lontano 25 Aprile 1945, la distinzione tra destra liberale e sinistra progressista conserva ancora un significato, non come schema rigido, ma come chiave di lettura della realtà e strumento per immaginare alternative. Ignorarlo sarebbe controproducente per la stessa vita del Paese. Ma superare gli schemi, tuttavia, non può equivalere a cancellare la memoria, né a relativizzare i valori. Democrazia significa rifiutare ogni forma di discriminazione e difendere le libertà fondamentali. Per questo il 25 Aprile è la festa di tutti coloro che si riconoscono in tali principi.

Morale. Alle nuove generazioni e a chi aspira a guidare il Paese spetta la responsabilità di costruire una politica all’altezza delle sfide attuali: lavoro, diritti sociali e civili - perché senza i primi i secondi perdono sostanza - e inclusione. Una politica capace di dare voce a chi oggi si sente escluso o impoverito, di ricostruire legami sociali e di rafforzare la fiducia nelle istituzioni.

Il 25 Aprile, dunque, non è soltanto memoria. È responsabilità. Ricorda che la libertà non è mai definitivamente acquisita, ma va difesa ogni giorno, con consapevolezza e coerenza. È questo il significato più profondo di una ricorrenza che appartiene all’intera comunità nazionale. Non bisogna mai arrendersi, perché si è sconfitti quando si smette di lottare e ci si affida soltanto alla speranza: questo ci ha insegnato la Resistenza.


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