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Bruno Cartosio: “C’è un’America che vuole resistere a Trump”


di Alberto Ballerino


La premessa: il governo Trump sta sconvolgendo tanto l’ordine internazionale quanto l’assetto istituzionale degli Stati Uniti. Con questo filo conduttore, il professore Bruno Cartosio[1] che da anni si occupa della storia e culturale degli Usa, sarà mercoledì 24 giugno alle ore 16.30 in dialogo con il professore Roberto Maccarini[2] in un incontro ad Alessandria presso l’Istituto per la Storia della Resistenza in via dei Guasco 49. "Gli USA oggi: guerre nel mondo e conflittualità interna" è il titolo dell’appuntamento, organizzato con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria e della Fondazione CRT. L'intervista al prof. Bruno Cartosio.


Dunque, si tratta di capire da dove nasce l’aggressività in politica estera, dal Venezuela alla Groenlandia, da Cuba all’Iran. 

“Ci sono - dice Cartosio - spiegazioni da cercare su due terreni diversi. Biden aveva l’idea di un ordine mondiale guidato dagli Stati Uniti e questo rientrava nello loro storia politica nazionale e internazionale. A Trump di un nuovo ordine mondiale non interessa niente, vuole l’istituzione di un dominio degli Stati Uniti che si basa sulla potenza militare e tecnologica”.

Si può parlare di fascismo?

“Già al tempo della prima presidenza c’era stata una grossa e molto seria discussione in ambito accademico sulla sua politica con l’interrogativo se questa aspirazione al dominio facevano di lui un fascista. Dopo l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, il più importante storico americano del fascismo, Robert Paxon, diede la sua sanzione: definirlo fascista non solo è corretto ma doveroso. Questo non vuole dire che gli Stati Uniti siano diventati un paese fascista. Un repubblicano non di sinistra, Robert Kagan, scrisse sul ‘Washington Post’ che questo era il modo in cui il fascismo arrivava negli Stati Uniti. Questa fascistizzazione fino ad ora non è riuscita, è in corso ma trova anche delle forti resistenze”.

Ora è stata fatta la pace, o meglio una tregua, con l’Iran, ma è davvero tutto finito?

“Tutto quello che riguarda Trump è intrinsecamente precario. Una volta che qualcosa venga definito, non è detto  che lo sia per sempre. Non è però una novità nella storia americana: nell’Ottocento vennero firmati quasi trecento trattati che non furono rispettati. L’idea della eliminazione dei nemici e dell’occupazione dei territori è intrinseca alla storia degli Stati Uniti. Trump vi ha aggiunto alcuni aspetti legati al suo stato mentale. Al tempo della sua prima presidenza un gruppo di 27 psicologi americani contravvennero alla regola che impone di evitare diagnosi a distanza, in quanto ritennero che questo presidente costituiva una minaccia per la popolazione degli Stati Uniti: pubblicarono uno studio in cui giunsero alla conclusione che il suo comportamento e le sue parole lo caratterizzavano come un narcisista maligno, il che implica la tendenza a eliminare i propri nemici.  In questi ultimi tempi sono state fatte altre analisi che aggiungono forme di demenza e di aggressività legata alla paranoia”.

L’aggressività in politica estera trova riscontro anche sul piano interno.

“Ha fatto partire un attacco violento contri i sindacati. Quelli operai erano già stati schiantati dalle politiche del neoliberismo, diventato politica ufficiale degli Stati Uniti dal 1981. Ora la sua offensiva ha riguardato il settore pubblico dove avevano conservato una presenza oscillante tra il 30% e il 40%, compresi anche settori dell’amministrazione dello stesso governo. Alcuni di questi settori sono stati brutalmente eliminati, non esistono più. Si è passati anche all’impedimento dell’operatività sindacale in quelli rimasti. Sono stati cancellati accordi già firmati.

Una violenza dunque straordinaria.

Sì, cui si è però contrapposta tra il 2024 e il 2026, una forte resistenza sindacale. Paradossalmente, il numero dei sindacalizzati negli Stati Uniti è aumentato, passando da 26 milioni a 26 milioni e mezzo. Ci sono forme di resistenza che non vanno ignorate e sottovalutate. Alcune hanno avuto anche successi  particolarmente significativi come nel caso dell’elezione di Zhoran Mamdami a sindaco di New York. La sua vittoria è stata il frutto di una coalizione sociale che ha riguardato ebrei e musulmani, ricchi, ceti medi e mondo del lavoro. C’è una serie di movimenti sociali che stanno costruendo una specie di coalizione contro Trump”.


Note

[1]Bruno Cartosio (1943) insegna Storia dell'America del Nord all'Università di Bergamo. Si occupa da anni di storia sociale e culturale degli Stati Uniti. Ha fondato e diretto “Ácoma. Rivista Internazionale di Studi Nordamericani”.

[1]Roberto Maccarini insegna Storia contemporanea e Storia dell’America del Nord all’Università di Genova, corso di studi in Lingue e culture moderne.

    

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