Detto in pochissime parole. Penne nere arruolate nella banalità della politica
- Indiscreto controcorrente
- 1 giorno fa
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di Indiscreto controcorrente

"Diciamo che avevo bisogno di un po' di sano orgoglio nazionale e, se non si trova qui, non so dove altro si potrebbe trovare". Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ieri a Gemona, in Friuli Venezia Giulia, alla sfilata dell'Associazione nazionale degli Alpini, a cinquant'anni dal terremoto che squassò la regione.
Ora, con il fiuto propagandistico che la contraddistingue e con cui lei, Giorgia Meloni, riesce a piegare anche la semantica più complessa a meri slogan, puntualmente finalizzati a premiare l'attimo fuggente per meglio occultare l'insieme dei fatti, l'incontro con le penne nere ha confermato l'abitudine dell'inquilina di Palazzo Chigi ad arruolare a proprio uso e consumo simboli sui quali la Nazione ha costruito la sua storia. Simboli nei quali non mancano le ombre, ma da cui tendenzialmente si attinge sempre le pagine migliori per onorare chi ha sacrificato la propria vita per la Patria.
In questo contesto l'ennesima "magia" della presidente del Consiglio con il suo "sano orgoglio nazionale" ritrovato, opacizza ancora più i noti eventi e li rende, di conseguenza, indistinguibili all'opinione pubblica come figli legittimi della discutibile caratterizzazione personalistica con cui Giorgia Meloni ha improntato il suo rapporto con il presidente americano. Ciò al di là degli interessi specifici dell'Italia che, se anche analizzati con la lente d'ingrandimento, è davvero difficile individuare. Sorge così spontanea la domanda quanto c'entri davvero in tutta la vicenda il sano orgoglio nazionale e quanto, invece, tutto sia più riconducibile all'orgoglio personale ferito.
La cosa non deve stupire. La destra, demagogica e populista, cui appartiene per diretta discendenza Giorgia Meloni, è maestra nell'estendere le reazioni personali ai vissuti del Paese e farli un tutt'uno. E diventa addirittura docente emerita quando si tratta di trasformare in una sorta di sinecura dell'amore di Patria, la partecipazione alla Seconda guerra mondiale con il suo ampio corredo di episodi di coraggio militare. Eppure a nessuno sfugge che la guerra fascista sia stata una guerra di aggressione. Imposta da Mussolini al Paese (riluttante) con la dichiarazione di guerra alle nazioni plutocratiche (Francia e Gran Bretagna) il 10 giugno 1940, pur di riscuotere spiccioli di dividendi dall'azionista di maggioranza nazista in cambio di "qualche migliaia di vite da gettare sul tavolo della pace".
Una frase criminale del Duce che negli anni, però, fece lievitare le vite da gettare da "qualche migliaia" a poco meno di 450 mila, mentre furono 650 mila i soldati nei lager nazisti dopo l'8 settembre 1943 e un numero quasi pari di militari italiani nei campi di prigionia "alleati" di cui la storiografia si è meno (purtroppo) occupata. Insieme ai morti, si scontarono poi distruzioni e sofferenze collettive che le "nazioni plutocratiche", è doveroso ricordarlo, infersero all'Italia anche con estremo cinismo attraverso i bombardamenti a tappeto sulle nostre città e le violenze perpetrate degli eserciti di occupazione "alleati". Tra questi, a distinguersi con impareggiabile ferocia fu l'esercito francese con le truppe marocchine al comando del generale Juin, nel centro Italia, dopo il crollo della linea Gustav. Correva l'anno 1944.
Non fu un caso. I francesi si vendicarono della pugnalata italiana alle spalle del 10 giugno, mentre il loro paese era in ginocchio, travolto dalla blitzkrieg della Wermacht. Il 22 giugno 1940, la Francia si arrendeva a Hitler, sottoscrivendo i termini della resa nello stesso vagone ferroviario a Compiègne, dove i tedeschi, sconfitti, avevano posto fine alla Grande Guerra l'11 novembre 1918.
Il 24 giugno, Francia e Italia firmarono l'armistizio a Villa Incisa, nei pressi di Roma. Un armistizio da dimenticare per il regime e per le Forze Armate ripetutamente bloccate dalle truppe francesi. Per neppure mille chilometri quadrati di territorio acquisito, Mussolini aveva "gettato" l'Italia intera nel peggiore degli incubi.











































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