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Etica e politica, destra e sinistra: distinzioni confuse nel vuoto del conformismo e della mediocrità dell'oggi

di Marcello Croce


Un intervento di Filippo La Porta sull’Unità del 19 giugno[1] critica con durezza, ma in modo argomentativo, la formidabile uscita dell’Associazione Italiana Editori (rappresentante del 90% produttivo del settore e aderente alla Confindustria), che si è materializzata nella richiesta di un “giuramento” ufficiale di fedeltà ai valori della Costituzione e dell’antifascismo, come pre-condizione per poter partecipare alla fiera libraria Più libri, più liberi.

«Credo che l’invito a condividere obbligatoriamente e pubblicamente dei valori per poter partecipare a una fiera o iniziativa che riguardi la cultura sia un atto abusivo, che invade l’autonomia degli individui, ai quali possiamo solo chiedere il rispetto delle leggi» sostiene a ragione La Porta. A pareggiare i conti, lo scrittore investe però anche la Meloni, che definendo l’oggetto della richiesta della AIE “patentino antifascista” si è resa rea di «un gesto beffardo, sprezzante, a modo suo tipicamente ‘fascista’».

Per fare il punto, La Porta rivendica con forza una opposta dimensione dell’antifascismo, che non è quella di un’adesione formale a tavole di valori, ma «comportamento, stile di vita, etica quotidiana». Su questo presupposto, inatteso, lo scrittore commenta che la AIE ha involontariamente «messo il dito nella piaga della sinistra italiana, nel suo vizio originario, e cioè nella incoerenza, nella dissonanza tra principi sbandierati e concrete pratiche di vita. Chi è di sinistra si sente migliore, e dunque non fa nessuno sforzo per esserlo! Nel nostro paese la sinistra ha dato vita a logiche di potere e spartizione, lottizzazioni selvagge, clientelismi, strategie lobbistiche, etc.». 

Altro che dare lezioni di antifascismo! Con quell’uscita, insiste La Porta, l’Associazione degli Editori ha semplicemente riprodotto una mentalità deviata da tempo, succedendo a uomini di ben altro stampo e valore incarnati nei Carlo Levi, nei Rosselli, nei Gobetti, nei Chiaromonte… Per  i quali, al contrario, «l’etica viene prima della politica, la verità prima della tattica, gli individui prima degli apparati, i comportamenti reali prima delle firme e delle petizioni di principio». Si tratta dunque di una linea di pensiero ben precisa.

A conferma di ciò, La Porta attribuisce la presunta superiorità intellettuale vantata a sinistra a una presunzione del tutto ingiustificata (“chi è di sinistra si sente migliore, e dunque non fa nessuno sforzo per esserlo!”), poiché grandi autori della destra (come Céline, Evola, Pound, Hamsun…) attestano che il fascismo non corrisponde affatto, come ama ripetere una narcisistica vulgata di certa sinistra culturale, a una forma di sottocultura: «il fascismo (e il nazismo) può anche appoggiarsi a una corposa tradizione di pensiero».

Cosa significa perciò? Significa – scrive La Porta – che il senso della sfida è di natura etica: «se davvero la sinistra smetterà di considerarsi ontologicamente migliore della destra – e tenterà di ispirarsi di più alla sinistra gobettiana e leviana – allora potrebbe perfino sforzarsi di esserlo veramente. Una cosa per la quale, almeno potenzialmente, sembrerebbe meglio attrezzata della destra, per i suoi valori universalistici e inclusivi».

Tanto più, aggiunge, che «la destra, che avrebbe dovuto essere – nelle intenzioni – almeno più “austera”, ha poi riprodotto tale prassi, in modo becero e sfrontato».


Una bella lezione per tutti.

C’è solo un punto – e forse è centrale – a cui non posso assentire: là dove egli scrive “il fascismo si basa nonostante tutto su una bugia intorno alla condizione umana: nega la debolezza, ha il culto della forza,.. rimuove la nostra infermità originaria, e perciò stesso si mette fuori della realtà”. Vero che poi lo stesso La Porta smentisce, osservando che l’autore del “Voyage”, Céline, stava “dalla parte dei deboli, degli sventurati, dei disertori, ma simpatizzò col nazismo – quando ormai il nazismo stava perdendo! – per odio verso l’ipocrisia e il perbenismo della sinistra”.

Ma allora, vorrei a mia volta aggiungere, anche il Pound del Mauberley (1920) e dei Pisani (1945), anche lo Jünger delle Scogliere di marmo, l’Hamsun di Fame, l’Evola degli Uomini fra le rovine. E, dopo tutto, il fascismo non si impose attraverso il mito della nazione proletaria, la reietta della spartizione imperialista di Versailles? Non è a partire anche da una condizione di esclusi – non dalla natura ma dalla storia – che si affacciò la dittatura di Mussolini?

A me sembra che una chiave interpretativa della cultura della destra (almeno di quella citata da La Porta) consista piuttosto nel pessimismo tragico sulla condizione umana nella storia (antitetico all’ottimismo progressista di origine illuministica). Penso  ancora a Carl Schmitt, lontano sì dalle moderne utopie pacifiste, ma vicino a un pensatore come Ugo Grozio.[2] E penso a Giovanni Gentile, che pone al centro dell’uomo morale il sacrificio di sé.[3]   

E c’è una cosa importante da rilevare. Altro è parlare di fascismo come regime, altro è parlare di pensatori di destra, dai quali viene il concetto della modernità come declino e catastrofe, e come cesura decisiva nella storia (si pensi al più enigmatico di tutti, Nietzsche). Entro tale significato sorse e cadde il fascismo, nell’apocalittica prima metà del XX secolo, all’imporsi di nuove linee di dominio negli spazi terrestri.

È un fatto che i pensatori della destra abbiano preso le distanze dalla modernità, mentre questa accelerava la sua ambizione di potenza. D’Annunzio? Tutti gli eroi dei suoi romanzi sono degli sconfitti.


Vizi comuni e basso livello etico

E comunque un intervento come quello di La Porta interessa anche l’attuale mondo della destra, che ha scavato un’allarmante linea di faglia o di frattura tra politica e cultura. Da  diverse parti è stata rilevata la sproporzione esistente tra le tensioni proprie dei pensatori evocati da La Porta e la navigazione a vista tenuta dal gruppo romano che dovrebbe pragmaticamente rappresentarne lo spirito. Oggi, dopo quasi quattro anni di governo, sarebbe giusto tirare le somme e domandare quale filo conduttore culturale sia stata espresso finora (fermo restando che se non esistesse, sarebbero stati altri a dettarlo).

O ancora, per essere più realistici, chiederci se vi sia ancora, da parte dei partiti della destra, una relazione con quella cultura: una cultura tutt’altro che organica, tutt’altro che funzionale a interessi di bottega, ma capace di orientare l’esistenza degli uomini in seno all’epoca storica che oggi viviamo. Orientare vuol anche dire staccare, cioè non essere solo portati dal flusso potente delle correnti dominatrici sulla terra.

Il giudizio di La Porta è lapidario, quando assimila semplicemente i vizi della destra a quelli della sinistra, in una comunanza determinata dall’impotenza e dal conformismo. Concordo che alla radice di questo vi sia una condizione di mediocrità spirituale, quello che La Porta denuncia come basso livello etico.

Ed è proprio la tensione che s’incontra nei grandi autori della destra, quella che manca alla nomenclatura che riempie di sé il vocìo cronachistico quotidiano. Quale messaggio spirituale viene comunicato al Paese, ai giovani? Quale spirito di comunità, quale amore di popolo? È fin troppo chiara l’eredità di uno scetticismo di fondo, sempre solo difensivo, di un rapporto che è solo più tra parole in cifra e audience di massa: e dove il popolo non c’è. Un rapporto basato su una distanza stellare.

La Porta ha ottime ragioni al riguardo. Tutto questo giustamente ha a che fare con l’etica. E dire che Gentile chiamava sostanza etica la comunità interiore in ognuno (senza dimenticare cosa gli devono perfino Gobetti e Gramsci!). [4]

                                                                                              

Note

[1] V. “Perché il “patentino antifascista” è il dito nella piaga della sinistra: il fascismo si combatte con le idee, non con le petizioni”, di Filippo La Porta.

[2] C. Schmitt, Il concetto di politico, Bologna 1972, p. 100.

[3] Per esempio, vedi in Discorsi di religione: “L’uomo non diventa morale se non col sacrificio di se stesso” (p.103).  

[4] Sul tema, vedi A. Del Noce, Giovanni Gentile, Bologna 1990, p. 288-89 e passim.

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