Una tragedia che si consuma da decenni nell’indifferenza quasi generale
- Alberto Scafella
- 19 ore fa
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Nella Repubblica democratica del Congo, a causa dell'aumento dei casi di Ebola, la situazione rischia di precipitare
di Alberto Scafella

C’è una frase che più di ogni altra racconta il dramma della Repubblica Democratica del Congo. Non è stata pronunciata da un capo di Stato, da un generale o da un dirigente delle Nazioni Unite. È comparsa in un messaggio dell’Ambasciata d’Italia a Kinshasa rivolto ai connazionali presenti nel Paese: “La video montrant un cadavre auquel on met le feu…", un video che mostra un cadavere al quale viene dato fuoco. L’Ambasciata chiedeva di non diffondere quelle immagini. Aveva ragione. Un gruppo istituzionale non può trasformarsi in una bacheca dell’orrore. Deve informare, verificare, rassicurare. Eppure, dietro quella comunicazione diplomatica si nasconde una verità molto più grande e inquietante: quel cadavere non è l’eccezione. È il sintomo.
La violenza, condizione permanente
Per anni il Congo è stato il grande dimenticato della comunità internazionale. Un Paese immenso, ricchissimo di minerali strategici e contemporaneamente devastato dalla povertà, dalle guerre e dalla corruzione. Un luogo dove la violenza non è un’emergenza temporanea, ma una condizione permanente che dura da oltre trent’anni. Oggi il mondo sembra accorgersene. Le immagini provenienti da Goma, Bukavu e dalle province orientali raggiungono finalmente i media occidentali. Si scoprono i massacri, gli sfollati, le esecuzioni sommarie, i villaggi cancellati. Ma per chi ha vissuto in Congo, per chi vi ha lavorato o ha frequentato quelle terre, non c’è nulla di nuovo. È una tragedia che si consuma da decenni nell’indifferenza quasi generale.
A rendere ancora più esplosiva la situazione contribuisce anche il riemergere periodico del virus dell’Ebola. Ogni nuova ondata epidemica non rappresenta soltanto una minaccia sanitaria, ma diventa un moltiplicatore di tensioni sociali. In vaste aree del Paese, la popolazione vive con sistemi sanitari fragili, strutture ospedaliere insufficienti e una profonda sfiducia verso le istituzioni. Le misure di contenimento, le restrizioni agli spostamenti e la paura del contagio finiscono spesso per alimentare malcontento e proteste. In alcune circostanze, la presenza di operatori sanitari internazionali e organizzazioni umanitarie è stata persino percepita con sospetto da parte delle comunità locali, contribuendo ad accrescere il clima di tensione e di rabbia.
I limiti dell'intervento dell'Onu
La domanda inevitabile è: dov’erano tutti? Dov’erano le grandi organizzazioni internazionali mentre intere generazioni crescevano conoscendo soltanto guerra e miseria? Dov’era l’ONU, presente con una delle missioni più grandi e costose della propria storia? Dov’erano le migliaia ONG che hanno operato nel Paese? La risposta non può essere semplicistica. Spesso le ONG hanno salvato vite umane, costruito scuole, curato malati, distribuito aiuti. Sarebbe ingiusto negarlo. Ma è altrettanto vero che nessuna organizzazione umanitaria può sostituirsi a uno Stato funzionante. Non può creare sicurezza dove non esiste. Non può imporre la pace a gruppi armati che prosperano grazie al controllo delle risorse minerarie. Non può costruire istituzioni al posto di una classe dirigente incapace o corrotta.
Anche l’ONU ha incontrato limiti evidenti. Migliaia di caschi blu hanno pattugliato territori vasti quanto nazioni europee. Hanno contenuto crisi, evitato massacri, protetto civili. Ma non sono riusciti a eliminare le cause profonde del conflitto. E quando una missione resta per oltre vent’anni senza riuscire a garantire una pace stabile, la popolazione finisce inevitabilmente per considerarla parte del problema anziché della soluzione. In alcuni casi, inoltre, le Nazioni Unite sono state accusate di gravi responsabilità, omissioni e comportamenti che hanno alimentato ulteriormente la sofferenza delle popolazioni locali. Per molti congolesi, l’ONU non è apparsa soltanto impotente, ma talvolta persino carnefice invece che pacificatore, contribuendo ad accrescere una sfiducia già profondamente radicata.
Un fallimento collettivo evidente
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Una società esasperata, giovani senza prospettive, rabbia accumulata per generazioni e una sfiducia assoluta verso qualsiasi autorità, nazionale o internazionale. In questo contesto, il video di un cadavere dato alle fiamme non è soltanto una notizia di cronaca. È il simbolo di un fallimento collettivo. Il fallimento di una comunità internazionale che ha tollerato troppo a lungo una guerra lontana perché combattuta in Africa. Il fallimento di governi incapaci di trasformare immense ricchezze naturali in benessere per il proprio popolo. Il fallimento di un sistema che interviene spesso sulle conseguenze ma raramente sulle cause.
L’Ambasciata italiana ha chiesto di non diffondere quelle immagini. Una richiesta comprensibile e responsabile. Ma forse il vero problema non è che il mondo veda quel cadavere. Il vero problema è che per trent’anni abbia scelto di non vedere ciò che quel cadavere rappresenta. Oggi quelle immagini emergono dall’ombra. Non raccontano soltanto un episodio di barbarie. Raccontano una storia molto più lunga: quella di una crisi dimenticata, aggravata da emergenze sanitarie ricorrenti come l’Ebola, di una pace mai costruita e di milioni di persone che attendono ancora che qualcuno si occupi del loro futuro con la stessa attenzione che il mondo riserva ad altre guerre. Il Congo non sta precipitando nel caos oggi. Ci vive da una generazione. Soltanto adesso abbiamo deciso di guardare. E forse lo abbiamo fatto anche perché, ancora una volta, temiamo che un’emergenza come l’Ebola possa oltrepassare i confini africani e arrivare in Europa. Se fosse così, sarebbe un’ulteriore conferma di una verità scomoda: troppo spesso il mondo si accorge delle tragedie altrui soltanto quando percepisce che potrebbero riguardare anche sé stesso.











































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