SETTIMANA FINANZIARIA. Usa: i ricchi o quasi non credono più in Trump
- Stefano E. Rossi
- 20 giu
- Tempo di lettura: 5 min
a cura di Stefano E. Rossi

L’America di Trump deve ora fare i conti con l’ansia della classe benestante. È un sondaggio del quotidiano conservatore The Wall Street Journal a rivelarlo. Oltre il 40% dell’upper-class e della middle-class U.S.A. asserisce di non aver raggiunto la sicurezza finanziaria che aveva programmato a questo punto della propria vita. L’inchiesta si riferisce a quella che noi chiamiamo la medio-alta borghesia e che, nelle tabelle Usa, incassa redditi a partire da 80 mila fino a diverse centinaia di migliaia dollari l’anno (quindi da 70 mila euro in su). Un’identica percentuale di questi dichiara di non essere finora riuscita a risparmiare a sufficienza per potersi ritirare in pensione con tranquillità. Inoltre, il rapporto segnala che dal 2017 a oggi è salita dal 29% al 65% la percentuale della classe media che risponde positivamente all’affermazione: il sistema politico ed economico è ostile alle persone come me. Ma non finisce qui. Il dato più significativo del clima di crescente pessimismo è quello della prospettiva futura. Circa l’86% della fetta più agiata dei nord americani esprime preoccupazioni sul futuro dei propri figli. Ha esaurito le speranze che la loro vita possa essere migliore della propria.
L’indagine de The Wall Street Journal in un certo senso ci fa bene. In un momento di fratture dei rapporti tra popoli occidentali, avvicina le angosce e le speranze deluse d’oltreoceano alle stesse che allarmano i cittadini europei e, più di tutti, la generazione dei giovani italiani. In Europa il 52% della popolazione avverte come la propria principale preoccupazione sia l’inasprimento del costo della vita. Citando questa percentuale, la Commissione Europea ha annunciato in queste settimane la sua prima strategia contro la povertà. Dai dati in suo possesso, questa condizione è arrivata a colpire una persona su 5, compresi un minore su quattro, mentre circa 1 milione di persone sono senza fissa dimora in tutta l'UE. L’obiettivo del piano è quello di ridurre il numero di persone a rischio di povertà o di esclusione sociale di almeno 15 milioni entro il 2030 ed arrivare all’azzeramento entro il 2050.
In Italia era stato il rapporto Caritas a denunciare nei mesi scorsi un fenomeno dalle proporzioni impensate. Da noi, sono ben 5,7 milioni i poveri assoluti, in aumento del +40% negli ultimi dieci anni. Infine, l'Istat rilevava che circa il 7,6% dei lavoratori italiani sta soffrendo di una condizione di povertà lavorativa. Ad essere toccati in modo particolare sono i giovani con contratti precari e part-time involontario a basso salario. Il percorso tracciato dal rapporto dalla Commissione Europea si concentra su posti di lavoro di qualità, un maggior coordinamento per l’accesso ai servizi e sostegni al reddito.
L'equilibrista Kevin Warsh
Rimaniamo negli States. La Federal Reserve non tocca i tassi. Il cosiddetto Fed funds rate resta invariato nell’intervallo 3,50 - 3,75%. Dopo un anno di litigi, alimentati dalla Casa Bianca, tutti i componenti della banca centrale Usa sono tornati a votare all’unanimità. Con abilità democristiana, avremmo detto un tempo, il presidente della FED Kevin Warsh è riuscito nell’intento di non scontentare nessuno alla sua prima riunione del FOMC, il comitato sui tassi. Sa di camminare su un filo molto sottile, che sicuramente si spezzerà sotto i suoi piedi al primo rialzo dei tassi.
Quando dovrà farlo, si tratterà di una scelta obbligata, conseguenza delle dinamiche economiche che già oggi si stanno verificando e cioè l’inflazione, l’espansione economica e l’influenza delle pressioni che i mercati monetari potrebbero imprimere sui titoli a breve scadenza e sul corso del dollaro. Ma lui, se vorrà salvare la sua poltrona, dovrà resistere. Quindi, fin d’ora, la linea è: niente dichiarazioni! E, men che meno, proiezioni sul futuro. I mercati però lo stuzzicano. Stimano un rialzo a fine anno, quindi in controtendenza rispetto ai desiderata presidenziali. Alcuni studi di ricerca invece, come Intesa Sanpaolo Research, si esprimono per il mantenimento dell’attuale livello dei tassi negli Usa per tutto il 2026, con l’ipotesi, anzi, di un lieve allentamento nel medio termine.
In atteso dello sblocco di Hormuz
Finalmente con Teheran è stata siglata la pace. Ed è una Pec o qualcosa di simile, quella che ha inusitatamente interrotto una distruttiva guerra con l’Iran. Non si tratta ancora di un vero e proprio trattato di pace, ma almeno sembra che i cannoni abbiano smesso di tuonare. Hanno provocato migliaia di vittime, per la maggior parte civili, e danneggiato almeno 56 musei e siti storici iraniani. Ma hanno anche definitivamente distrutto i già precari rapporti politici interni tra il blocco dei Paesi europei con quello israelo-statunitense, oltre alle residue speranze di libertà e di emancipazione dei giovani e delle giovani iraniane. La pace, invece, riporterà qualche parziale sollievo. Avrà il merito di sbloccare entro trenta giorni, almeno nelle intenzioni, la navigazione commerciale nello stretto di Hormuz, ma anche di sostenere lo sviluppo economico dell’Iran, con finanziamenti per almeno 300 miliardi di dollari da parte degli Usa e dei suoi partner. Consentirà la re-immissione nella piena disponibilità della Repubblica Islamica di fondi e beni congelati all’estero. Verranno revocate le sanzioni all’Iran e già ora, in attesa dei permessi, sono previste deroghe al divieto di esportazione di prodotti e servizi iraniani. Infine, la pace ha sbloccato il prezzo del petrolio, che sta continuando la sua discesa. Il bilancio settimanale è di un –9,86% del greggio a New York, che chiude a 76,51 dollari al barile e -7,74% del Brent (chiusura a Londra: 80,57 dollari al barile). L’oro nero si porta giù anche quello giallo, che scende a 4.156 dollari l’oncia (116 euro al grammo).
Banche protagoniste in Italia
Rialzi senza fine a Piazza Affari! Sono sempre le banche il nostro pezzo forte che risuona anche nel tam-tam estero. Attirano le attenzioni e i capitali dei risparmiatori stranieri sul risiko nostrano. E così, nella mattinata di venerdì, la borsa di Milano ha bucato di slancio un’altra soglia dell’indice FTSE Mib, quella dei 53 mila punti, per poi ripiegare poco sotto a fine seduta. La scorpacciata di sopravvalutazioni sembra non avere termine. Di questa convinzione, i primi a far le spese sono gli azionisti di Avio. Fino alla scorsa settimana aveva usufruito delle attenzioni degli investitori verso il settore aerospaziale, attirati dalle aspettative di guadagno per l’avvio della quotazione a
New York di SpaceX. Chi ha acquistato l’azione Avio un anno fa porta a casa un rotondo +90%. Finita la festa, crolla in verticale. Sono cessate sia le attese, sia la spinta mediatica. Può essere un assestamento momentaneo oppure un primo esempio, del quale tenere conto nell’imperante clima di euforia senza fine dei mercati. Quindi: tanta, tanta attenzione. Perché, come si diceva in passato, chi troppo in alto sal, cade sovente precipitevolissimevolmente.
Il Borsino della settimana – rassegna dei migliori e dei peggiori titoli del listino FTSE MIB
I Tori: Banco Bpm +8,73%, Unicredit +8,49%,
Gli Orsi: Avio -7,99%, Tenaris -7,19%.
FTSE MIB: +2,62% (valore indice: 52.848)
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