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Un secolo fa, momento cruciale nella vita di Carlo e Nello Rosselli

Aggiornamento: 24 giu

di Piera Egidi Bouchard


Alcuni redattori della rivista Non Mollare: da  da sinistra a destra: Nello Traquandi, Tommaso Ramorino, Carlo Rosselli, Ernesto Rossi, Luigi Emery e Nello Rosselli in Wikipedia.
Alcuni redattori della rivista Non Mollare: da da sinistra a destra: Nello Traquandi, Tommaso Ramorino, Carlo Rosselli, Ernesto Rossi, Luigi Emery e Nello Rosselli in Wikipedia.

Il 1926 – cent’anni fa – è un anno cruciale nella vita dei fratelli Carlo e Nello Rosselli, e per la storia complessa dell’antifascismo italiano. In quell’anno, infatti, Carlo Rosselli aveva partecipato, con Sandro Pertini e Ferruccio Parri – grandi nomi che illustreranno la nostra storia a venire – all’organizzazione dell’evasione (attuata poi l’11 dicembre) dell’ormai anziano leader socialista Filippo Turati - malandato in salute e tenuto prigioniero nella sua casa a Milano, sorvegliato dalla polizia e in pericolo di venir deportato nelle colonie penali delle isole - con una rocambolesca fuga notturna per raggiungere il motoscafo a Savona che li porterà in Corsica, da cui poi Turati raggiungerà l’esilio di Parigi.

Rientrati in Italia, approdati in Toscana, Parri e Rosselli furono arrestati a Marina di Carrara. Il processo si svolse a Savona, ed essi affermarono il loro diritto-dovere di salvare un uomo come Turati portandolo fuori da un paese dove Matteotti, Amendola e migliaia di altre persone meno note erano state uccise senza che i loro assassini venissero processati o almeno arrestati, e stesero per iscritto le ragioni della loro opposizione alla dittatura, che aveva approvato una legge in cui si proibiva l’”espatrio non autorizzato”, con pena dai tre ai sei anni di carcere.

Il tribunale, invece, inflisse coraggiosamente una pena mite, di dieci mesi (otto dei quali erano già stati trascorsi in prigione), ma il regime possedeva lo strumento del confino di polizia, che veniva disposto in via amministrativa, senza l’intervento della magistratura; allo scadere della sentenza la polizia fascista li condannò a cinque anni di confino sull’isola di Lipari. Fu proprio da vicende come queste che Mussolini decise di istituire il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, a cui deferire gli oppositori politici senza dover passare dalla magistratura ordinaria.

Carlo (1899) e Nello (1900) Rosselli erano due intellettuali di una agiata famiglia borghese fiorentina, la cui madre, Amelia Pincherle, era una nota scrittrice, già tragicamente privata nel 1916 dalla morte nella Grande Guerra del figlio maggiore, Aldo (1895), medaglia d’argento al valore militare. Ambedue i figli minori vennero anch’essi chiamati alle armi, e al ritorno ebbero una profonda crisi intellettuale e morale che li portò, tramite la conoscenza con Ernesto Rossi, risolutamente antifascista, a fondare un circolo culturale e, dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti, a impegnarsi politicamente, fondando il foglio clandestino Non mollare, che pubblicò nel 1925 un memorandum segreto di accusa a Mussolini di uno dei sicari del deputato socialista. I fascisti  saccheggiarono la sede del gruppo, ne bruciarono i libri e i mobili con falò in strada.

Gaetano Salvemini, che fu l’ispiratore e maestro dei Rosselli, professore di storia all’Università di Firenze, anche lui assalito più volte dalle squadracce fasciste, imprigionato e costretto ad andare in esilio, ripercorse la loro formazione e la loro vita in un prezioso opuscolo “Un ricordo”[1], dopo il loro assassinio (9 giugno 1937) ad opera di sicari della destra francese appartenenti alla Cagoule, un'organizzazione terroristica di estrema destra francese, su mandato dei servizi segreti fascisti italiani. Il duplice omicidio avvenne a Bagnoles-de-l’Orne, stazione termale in Normandia, dove Carlo era in cura, perché ferito durante la sua partecipazione alla guerra civile spagnola. 


Claudio Treves, Filippo Turati e Carlo Rosselli, in Wikipedia
Claudio Treves, Filippo Turati e Carlo Rosselli, in Wikipedia

Che cosa era successo in quegli anni determinanti a partire dal 1926, dopo l’evasione di Turati? Carlo, che nel frattempo si era sposato con l’inglese Marion Cave, si trasferì a Milano, ospitando segretamente antifascisti e organizzando il loro espatrio in Svizzera. Diede vita al settimanale socialista Il Quarto Stato, a breve soppresso ed entrò in rapporto con Riccardo Bauer, che aveva fondato un coraggioso settimanale Il Caffè, anch’esso sequestrato, soppresso, e Bauer fu arrestato e confinato nell’isola di Ustica.

Dopo il processo, a Savona, anche Carlo e Parri furono inviati al confino a Ustica, e poi di qui a Lipari. Il posto di Carlo, ad Ustica fu preso dal fratello Nello, uno studioso arrestato con un pretesto al ritorno della sua luna di miele (anche lui nel 1926 si era sposato, con Maria Todesco), e rimasto in cattività fino al 1928. Fu sempre coinvolto, fino alla morte, in quanto fratello di Carlo, anche se i suoi principali interessi erano storici, non politici .

“Sono a Lipari da sei mesi – scrisse Carlo nel 1929 – Il confino è una gran cella senza muri. Funzionano da muri le pattuglie dei militi. Muri di carne ed ossa, non di calce e di pietra. La voglia di scavalcarli diventa ossessionante. (...) Lipari va bene per pensionati politici, non per uomini che intendono battersi, lavorare. (...) Non siamo delinquenti occasionali, ma professionisti. Tre anni di inattività sono un omaggio già enorme al fascismo. Bisogna far punto e a capo.”

E qui si apre la decisione della fuga, insieme a Emilio Lussu e a Fausto Nitti, anch’essi lì confinati: “Non parlavamo che di fuga, alla frenesia. Le variazioni su questo tema erano in tutti i tempi: passato, presente, futuro e condizionale. Fuga su una barca, su un motoscafo, su un piroscafo, in aeroplano, in dirigibile. Fuga, fuga, fuga. Noi vogliamo fuggire.”

Lo stesso Carlo ricorda gli avvenimenti nel suo “Fuga in quattro tempi”[2] - qui ripubblicato -, scritto con acutezza e ironia, una trentina di pagine avvincenti che si leggono come un giallo: ancora un motoscafo, guidato da Italo Oxilia, che già aveva partecipato all’espatrio di Turati, e che il 26 luglio li fa finalmente approdare in Tunisia, e quindi a Marsiglia. E poi c’è Parigi, la sede dei tanti fuorusciti italiani, e lì nel 1930 Carlo e Lussu fondarono con altri la nuova organizzazione antifascista “Giustizia e Libertà”. In quell’anno Carlo pubblicò anche la sua opera più importante Socialisme liberal, in cui scrive “I miei conti col marxismo”, in tredici punti – qui ripubblicato in Appendice -, che si apre con la considerazione che “Il socialismo è in primo luogo una rivoluzione morale, e in secondo luogo una trasformazione materiale”: sono gli influssi del pensiero di Mazzini e di Proudhon, di quei “Socialisti Utopisti” che Marx attaccò ripetutamente.

Dal 1932 al 1935 Carlo diresse a Parigi il periodico Quaderni di Giustizia e Libertà e dal 1934 in poi un settimanale Giustizia e Libertà, da cui, scoppiata la guerra di Spagna, nel giugno 1936 lanciò un appello agli esuli italiani di tutti i partiti per combattere come legione italiana a fianco delle milizie popolari spagnole. Carlo fu ferito al torace, ma a breve dovette comandare la colonna. Costretto a tornare in Francia per curarsi, continuò comunque a scrivere, in particolare dopo la famosa battaglia di Guadalajara, una settimana di furiosi combattimenti, in cui le truppe di Franco, coadiuvate dagli italiani mandati da Mussolini (che morirono in 3.000) subirono nel marzo 1937 una clamorosa sconfitta.


Truppe italiane al termine della battaglia, @Bundesarchiv in Wikipedia
Truppe italiane al termine della battaglia, @Bundesarchiv in Wikipedia

Scrive Salvemini: “La battaglia di Guadalajara portò faccia a faccia italiani antifascisti che combattevano per un ideale al quale avevano dedicato le loro vite, e italiani mandati in Spagna a combattere per una causa che era a loro completamente sconosciuta. Molti di questi ultimi erano stati deliberatamente ingannati. Essi avevano firmato pensando che sarebbero stati mandati in Etiopia dove ci sarebbe stato lavoro per loro e sostentamento per le loro famiglie. Si trovarono invece in Spagna. Non avevano alcuna ragione per combattere contro il popolo spagnolo, né per versare il loro sangue per generali, vescovi e grandi latifondisti spagnoli.” E conclude: “Mussolini cercò di nascondere il disastro agli italiani”: con quell’articolo del 23 aprile su “Giustizia e Libertà”: "Carlo segnò il proprio destino. Soltanto dopo otto giorni che era stato assassinato, Mussolini ammise la disfatta di Guadalajara in un articolo non firmato su Il Popolo d’Italia del 17 giugno".

Annota nella sua Prefazione a questi scritti Valdo Spini - Presidente della Fondazione Circolo Rosselli - “Nel momento in cui scriveva il suo ricordo, Salvemini non poteva ancora conoscere quelli che sarebbero stati i frutti di quel lavoro, (...) soprattutto le Brigate Rosselli o Giustizia e Libertà, la seconda formazione militare della Resistenza, dopo le Brigate Garibaldi del Partito Comunista. L’importanza politica della componente azionista fu di grande rilievo, conferendo alla Resistenza italiana quel carattere pluralistico necessario per lottare contro i tedeschi occupanti e i collaborazionisti della RSI in nome della democrazia del domani".[3]


Note

[1] Un ricordo di Gaetano Salvemini, in Carlo & Nello- I fratelli  Rosselli, a cura di Valdo Spini, thedotcompany edizioni, 2025

[2] Ibidem, Fuga in quattro tempi, di Carlo Rosselli, op.cit.

[3] Ibidem, Valdo Spini, Prefazione, op.cit.

 

 

 

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