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LA STANZA DEL PENSIERO CRITICO La trasformazione che attraversa i corpi

di Savino Pezzotta


La seconda Grande Trasformazione del lavoro non arriva come un’epoca nuova, ma come una pressione che si insinua nelle fibre, come un cambiamento di densità dell’aria. Non la riconosci subito: la senti nel corpo prima che nella mente. È un affaticamento diverso, un rumore di fondo che non smette mai, un’attenzione che ti viene risucchiata anche quando vorresti lasciarla cadere. È come se qualcuno avesse spostato il pavimento durante la notte: il lavoro non è più dove lo avevi lasciato, non ha più un perimetro, non ha più un’ora di chiusura. Ti segue, ti osserva, ti misura. E tu, dentro questo nuovo paesaggio, ti muovi con la stessa cautela con cui si attraversa un cantiere senza cartelli.


Dal corpo ferito della fabbrica al corpo catturato dell’infrastruttura

Il lavoro non scompare: si sfalda. Non è più un blocco compatto, un turno, un reparto. È un flusso che ti attraversa anche quando pensi di esserne uscito. Si infiltra nelle pause, nelle notti, nelle conversazioni. Diventa una serie di micro-gesti che non finiscono mai, un’attenzione che devi tenere accesa anche quando sei stanco, anche quando il corpo chiede tregua. E mentre ti muovi, lasci dietro di te una scia di tracce che altri raccolgono, interpretano, monetizzano. Il valore non nasce più solo dalle mani o dalla fatica, ma da ciò che lasci senza accorgertene: clic, ritmi, esitazioni, previsioni. È come se il tuo stesso modo di stare al mondo fosse diventato materia prima.

In questo, c’è un’eco precisa della Condizione operaia di Simone Weil. Lei, che entrò in fabbrica per sentire sulla pelle la forza che schiaccia, avrebbe riconosciuto questa nuova forma di oppressione: non più la macchina che ti spezza i muscoli, ma l’infrastruttura che ti cattura l’attenzione; non più il rumore assordante delle presse, ma il silenzio disciplinare degli algoritmi; non più la catena che ti lega al posto, ma la rete che ti lega al ritmo. Weil scriveva che la fabbrica “entra nella carne”, che la forza “penetra fino all’anima”. Oggi quella forza ha cambiato volto, ma non ha perso la sua capacità di attraversare i corpi. È più sottile, più diffusa, più invisibile. Ma non meno reale.


Le piattaforme sono le nuove fabbriche

L’intelligenza artificiale non è una macchina neutra. È un nuovo modo di comandare i corpi, di anticiparne i gesti, di ridurre l’imprevisto. Non ti parla, ma ti dirige. Non ti guarda, ma ti valuta. Non ti licenzia, ma ti sostituisce. È una catena di montaggio senza bulloni, una disciplina che passa attraverso gli schermi, una voce muta che decide il ritmo del tuo tempo. Ti dice quanto vali senza dirtelo, ti assegna compiti senza spiegarti perché, ti mette in competizione con altri che non conosci. È un potere che non si vede, ma che senti addosso come una pressione costante, come un giudizio che non puoi contestare. Weil avrebbe riconosciuto questa forma di “necessità impersonale”: un potere che non ha volto, e proprio per questo è più difficile da sfidare.

Le piattaforme sono le nuove fabbriche. Fabbriche senza muri, ma con confini più rigidi di quelli di cemento. Non puoi entrarci, non puoi toccarle, non puoi negoziarle. Ti danno lavoro e insieme ti prendono tutto ciò che serve per controllarlo: reputazione, disponibilità, dati, comportamenti. Sei dentro e fuori allo stesso tempo, sempre necessario e sempre sostituibile. La piattaforma ti osserva, ti classifica, ti ordina. E tu, per restare visibile, devi aderire al suo ritmo, devi accettare la sua logica, devi diventare prevedibile. È una fabbrica che non chiude mai, che non dorme mai, che non ti lascia mai davvero libero.


I sindacati devono saper interpretare la nuova realtà

La nuova questione del lavoro è tutta qui: chi controlla l’infrastruttura che controlla noi. Non è solo una battaglia per il salario, è una battaglia per il diritto a non essere ridotti a pattern, per il diritto a non essere interpretati da un algoritmo che non conosci, per il diritto a sapere come vengono usati i tuoi movimenti, le tue scelte, la tua stessa presenza nel mondo. Il lavoro è diventato cooperazione diffusa, intelligenza collettiva che scorre tra le persone, ma i profitti si stringono in poche mani. È la vecchia contraddizione che ritorna con un corpo nuovo: produzione sociale, appropriazione privata.

In questo paesaggio il sindacato non può limitarsi a difendere. Deve imparare a vedere. A nominare ciò che accade. A raccontare il lavoro come esperienza viva, non come categoria astratta. Deve diventare un luogo che produce verità, che smonta le narrazioni del progresso inevitabile, che restituisce ai lavoratori la capacità di leggere ciò che li attraversa. Non basta più proteggere: bisogna interpretare. Bisogna costruire un linguaggio che dica la fatica, la cattura, la dispersione, ma anche la possibilità di ricomporre, di riconoscersi, di tornare a essere soggetti.

La seconda Grande Trasformazione non è un destino. È un campo di forze. È un territorio in cui si decide che tipo di società vogliamo essere, quanto spazio lasciamo alla dignità, quanto valore diamo alla fragilità, quanto siamo disposti a lottare per non diventare solo una somma di dati. Il conflitto non è più solo nel posto di lavoro, ma nell’infrastruttura che organizza la vita. E i lavoratori, oggi, sono la materia prima dell’intelligenza collettiva. Proprio per questo devono tornare a esserne anche i custodi, i narratori, i protagonisti. Non per nostalgia, ma per necessità. Perché senza di loro questa trasformazione non ha corpo, non ha mondo, non ha futuro.

 

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