Il Giorno del Ricordo reclama gesti di concordia, non di odio
- Michele Ruggiero

- 1 giorno fa
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Aggiornamento: 13 ore fa
Non si attenua la tendenza dell'estrema destra a strumentalizzare la celebrazione del 10 febbraio
di Michele Ruggiero

[...] Il Giorno del Ricordo, commemorazione civile istituita in Italia nel 2005, non è soltanto uno spazio bianco da riempire per dare una giusta e dignitosa pagina di storia alle migliaia di vittime e alle centinaia di migliaia di esuli italiani e, non dimentichiamolo, alle popolazione slave e slovene che subirono l'occupazione spietata, come dimostra la condanna del generale Roatta per crimini di guerra, delle armate del Regio Esercito. Alle sue origini, il 10 febbraio si prefiggeva, e si prefigge, anche un altro e alto obiettivo morale e politico: superare le divisioni etniche e le barriere ideologiche per ritrovare un filo comune nella rappresentazione dell'orrore della Seconda guerra mondiale, cui l'Italia fino all'8 settembre 1943 prese parte come paese aggressore e successivamente nel ruolo di occupante feroce con il resuscitato fascismo della repubblica di Salò sostenuto dall'esercito nazista".
Con il titolo "Il Giorno del Ricordo è dedicato alle vittime non alla propaganda" è quanto scrivemmo lo scorso anno il 10 febbraio.[1] Era una preoccupazione evidente, la nostra, dettata dall'innalzamento della "marea nera" pro-attiva alla speculazione politica e storica del 10 febbraio, con una rincorsa fanatica a impossessarsi ideologicamente dei morti nelle foibe, tipica di chi piega la storia a proprietà privata ideologica. Operazione che si ritaglia puntualmente ogni anno il suo spazio, spazio anche reclamato quasi in forma ossessiva, alternando modi striscianti a palesi, giocando su una ambiguità di fondo che continua a essere imputata alla sinistra: il "silenzio". Il silenzio che scese in Italia sugli orrori perpetrati ai danni delle popolazioni dalmate-istriane da parte dell'Esercito di liberazione jugoslavo del maresciallo Tito e sul doloroso esodo di centinaia di migliaia di nostri connazionali; un popolo costretto nel 1947 ad abbandonare quelle terre da secoli in ascolto della lingua, del lavoro e della cultura italiani. Fu una pulizia etnica sotto una regia politica. Senza se e senza ma.
Premesso ciò, si deve con amarezza constatare che la propaganda ideologica prosegue, imperterrita, anche sotto lo sguardo benevolo della Regione Piemonte. Lo ha denunciato ieri, 9 febbraio, la consigliera dem Nadia Conticelli in Consiglio regionale, a Palazzo Lascaris, con una interrogazione urgente al presidente del Consiglio regionale per "il patrocinio concesso alla sedicente fiaccolata del "Comitato 10 febbraio", iniziativa del tutto politica, ha sottolineato Conticelli, "che niente c’entra con le istituzioni e con la memoria del dramma delle foibe e dell’esodo", poiché "nessuna delle associazioni coinvolte è rappresentativa degli esuli istriani, fiumani e dalmati, né ha legami con i luoghi e le comunità che da decenni custodiscono la memoria di quella tragedia. Al contrario, il Comitato 10 Febbraio nasce nel 2005 ed è guidato a livello provinciale da un esponente di spicco dell’area neofascista, lo stesso che risulta riconducibile ad altre sigle annunciate alla manifestazione, del tutto estranee alla vicenda storica che si pretende di commemorare".
Ma quanto accade a Torino non è che la punta dell'iceberg del clima di revanscismo e di denigrazione a tutto campo che una parte politica, quella al governo, oramai getta senza risparmio sulle opposizioni contando sulla complicità che le assicura un'informazione parziale, se non faziosa, il cui verbo d'ordinanza è ora cancellare, ora occultare, ora minimizzare, con l'obiettivo finale di non offrire una visione d'insieme di quei lontani e tragici avvenimenti. Così da cancellare ora le violenze fasciste degli anni Venti ai danni di sloveni e slavi, come l'assalto dallo squadrismo fascista il 13 luglio 1920 alla Narodni Dom (Casa del popolo) a Trieste, che culminò nell'incendio dell'Hotel Balkan che il 28 marzo 2022 fu restituito alla comunità slovena dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Così da occultare ora l'invasione nazifascista della Jugoslavia, 6 aprile 1941, con le truppe italiane "accolte" dalle popolazioni locali della Slovenia e della Dalmazia al grido di Italijanski palikuci (italiani brucia case) per l'uso dei lanciafiamme in cui erano diventati specialisti i nostri militari. Così da minimizzare ora l'amministrazione di quei territori, con la creazione di campi di concentramento e la repressione di quelle stesse popolazioni e della Resistenza slava con direttive e disposizione da cui persino i nazisti avrebbero imparato. Criminali di guerra, altro che italiani brava gente su quel confine orientale.
Poi c'è il dopoguerra e ci sono le vendette comuniste dei titini. Altrettanto criminali, come in tutte le guerre. Le direttive di Netanyahu all'IDF ne sono un esempio corrente e di ben altra portata numerica, ma pelose "alleanze personali" impongono il silenzio che, sia chiaro, non ha nulla da spartire con il silenzio dell'allora governo presieduto da Alcide De Gasperi sulle foibe (anche se nel '45 ci furono alcuni processi e condanne). Parliamo di un governo schiacciato nel '47 dal giudizio internazionale di Paese aggressore e sconfitto per le sue campagne di guerra contro la Grecia, la Jugoslavia, l'Unione Sovietica, nonostante la Resistenza, ma allo stesso tempo di un Paese strategico nel sistema di alleanze dell'Occidente che si opponeva alla cortina di ferro fatta calare da Stalin in Europa, in una fase incipiente della Guerra fredda, mentre all'orizzonte si manifestavano le prime "eresie" del maresciallo Tito che avrebbero portato al distacco della Jugoslavia dal socialismo reale e per questo guardate con riguardo dagli Stati Uniti, proprio da chi nel 1949 avrebbe costituito la Nato e imposto la sua leadership a quello che fu definito all'epoca il mondo libero.
Il "Giorno del Ricordo" è anche questo. Lo è anche nella sua ruvidezza storica e tale deve essere riproposto nella sua cornice di invito alla concordia alle nuove generazioni, proprio nel rispetto di coloro che furono vittime dell'odio ideologico e di coloro che si ritrovarono spogliati dei loro beni e del loro passato, incamminati verso un futuro che li avrebbe guardati come "stranieri" in patria per lungo tempo.
Note













































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