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La Stanza del pensiero critico. I.A e Democrazia: il nuovo campo di battaglia del Potere

di Savino Pezzotta


L’idea che l’intelligenza artificiale possa rafforzare la democrazia esercita un fascino crescente. Non stupisce che in diversi Paesi siano già comparsi avatar candidati alle elezioni o perfino partiti guidati da algoritmi. Per molti, l’IA promette istituzioni più efficienti, processi decisionali più trasparenti e una partecipazione più ampia. Ma questa è solo una faccia della medaglia.

Dall’altra parte del campo, i protagonisti del complesso militare-industriale, i falchi della geopolitica e i sostenitori più aggressivi della Big Tech immaginano l’IA come un’arma strategica, decisiva nella nuova corsa agli armamenti che attraversa anche l’Europa. In questo scenario, la tecnologia non è un mezzo per rafforzare la democrazia, ma uno strumento per consolidare potere, controllo e supremazia.

Il destino democratico dell’intelligenza artificiale si giocherà dunque nell’interazione – spesso conflittuale – tra governi, aziende, movimenti civici, eserciti e comunità scientifiche. Gli stessi strumenti che potrebbero rendere la democrazia più inclusiva possono essere piegati con facilità a fini autoritari.

Gli strumenti di sorveglianza basati sull’IA, nati per rendere l’azione della polizia più equa e responsabile, possono trasformarsi in apparati di controllo capillare. Gli algoritmi progettati per aiutare i dipendenti pubblici a lavorare meglio rischiano di irrigidire le burocrazie, eliminando il giudizio umano e cancellando compassione e discrezionalità.


Paure immediate e paure esistenziali

L’IA non è una cura contro la deriva autoritaria delle democrazie. È, piuttosto, il terreno su cui questa deriva si giocherà nei prossimi anni.

Chi crede nella democrazia deve guardare all’IA con spirito critico, evitando sia il tecno-ottimismo ingenuo sia il negazionismo acritico. I sistemi possono essere distorti, commettere errori, facilitare attività illecite. Ogni ciclo elettorale recente è stato accompagnato da allarmi sui deepfake: immagini, audio e video sintetici capaci di attribuire a un candidato parole o azioni mai avvenute.

Nel 2023 il Regno Unito ha ospitato il primo vertice globale sui rischi esistenziali dell’IA, discutendo scenari di minaccia per la sopravvivenza stessa dell’umanità. Ma mentre si discute di futuri distopici, ovunque emergono preoccupazioni più immediate: manipolazione dell’informazione, discriminazioni algoritmiche, uso improprio da parte di aziende e politici. Non mancano, inoltre, scetticismi sulle motivazioni di chi – soprattutto nel settore privato – enfatizza i rischi lontani per distogliere l’attenzione dai problemi concreti e presenti.


La battaglia per la giustizia algoritmica

Accanto alle paure, cresce una narrazione diversa: quella dei rischi sistemici legati ai pregiudizi incorporati nei sistemi di IA. È una battaglia per la giustizia, portata avanti da ricercatrici, attivisti e organizzazioni civiche che denunciano da anni gli effetti discriminatori degli algoritmi.

Il loro messaggio è netto: l’IA non sarà mai equa se non si riforma il potere che la produce. Le aziende devono essere ritenute responsabili della costruzione di sistemi giusti, trasparenti e verificabili. Senza questo, ogni promessa di equità resterà un’illusione.

Nel 2024 l’Unione Europea ha approvato l’AI Act, la prima regolamentazione completa dell’intelligenza artificiale. Un passo importante, ma non risolutivo: restano ampie zone grigie e tutele dei diritti umani ancora insufficienti. Nel frattempo, sindacati e forze democratiche devono agire per plasmare l’ecosistema dell’IA prima che sia troppo tardi.

Oggi il settore è dominato da poche grandi aziende private, sostenute da enormi investimenti di capitale statunitense e alimentate da ricerca di base finanziata dal pubblico. Come già accaduto con Internet, i profitti e i valori generati da questa infrastruttura finiscono quasi interamente nelle mani di soggetti privati.

Solo pochi governi hanno iniziato a costruire modelli di IA pubblica, un passo cruciale per evitare che la tecnologia diventi monopolio di pochi.


Concentrazione di poteri: il rischio più grande

Ogni nuova tecnologia introdotta nella governance tende a concentrare il potere. L’IA lo farà in modo ancora più efficiente. Le grandi burocrazie, pur con tutti i loro limiti, distribuiscono il processo decisionale tra molti livelli e molte persone, ciascuna con il proprio giudizio ed etica.

L’IA, invece, offre la possibilità di centralizzare il controllo su scala mai vista: coordinamento istantaneo, costi ridotti, obbedienza totale. Un sogno per chi coltiva ambizioni autocratiche.

Parallelamente, le aziende tecnologiche vedono nell’IA una nuova frontiera di profitto, dopo aver già beneficiato enormemente degli investimenti pubblici. Le opportunità economiche sono immense, e le implicazioni politiche altrettanto profonde.

L’intelligenza artificiale non è intrinsecamente democratica né intrinsecamente autoritaria. È un amplificatore di potere. La domanda cruciale è: chi controllerà questo potere e con quali finalità.

La sfida dei prossimi anni sarà impedire che l’IA diventi un acceleratore di ingiustizie e concentrazione autoritaria, e trasformarla invece in uno strumento al servizio del bene comune. Per farlo serviranno regolazioni più forti, infrastrutture pubbliche, responsabilità aziendale e una cittadinanza vigile.

La democrazia non verrà salvata dall’IA. Ma potrà essere difesa — o tradita — attraverso di essa.

 

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