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La nuova corsa all'Oro tra ricerca dell'eticità, manovre speculative e status symbol

di Micaela Giardino e Emanuele Davide Ruffino

 

Per le sue caratteristiche intrinseche l’oro ha sempre esercitato un fascino particolare sull’uomo fino a condurlo ad imprese disperate che sono costate la vita ad un’infinità di persone ma oggi, proprio per il ruolo determinante che continua a ricoprire nell’economia (anche se le quotazioni di questi ultimi oscillando più degli indici borsistici lo fanno diventare più un oggetto speculativo che non un bene rifugio) può suggerire anche un ruolo etico e portare a configurare trasformazioni sociali. L’oro non è un bene come tutti gli altri: è stato il bene rifugio sia per gli Stati che per gli individui, ma è anche espressione di ricchezza per antonomasia.

La sua produzione o più correttamente il suo ritrovamento e la sua lavorazione, di conseguenza, non possono essere lasciate al caso: è sufficiente pensare a quali sconvolgimenti sui mercati internazionali avverrebbero se con qualche alchimia si producesse oro con facilità (chimera inseguita per secoli).

 

Dalla finanza al lusso consapevole e all'economia circolare

All’ostentazione del lusso, si sta progressivamente sostituendo un’attenzione alla sostenibilità dove il singolo oggetto cessa di essere un elemento accessorio o reputazionale, per assumere una dimensione strutturale del valore attraverso la convergenza tra innovazione tecnologica, etica produttiva e comunicazione responsabile. Le principali aziende che si occupano del settore stanno assumendo una cognizione sociale del lusso da realizzarsi tramite un equilibrio tra estetica, trasparenza e responsabilità sia individuale che collettiva.

L’oro, forte della sua tradizione, può così assumere un significato di consapevolezza ed i primi a muoversi sono state proprio le grandi maison del lusso, consce che i loro clienti non vogliono più indossare un oggetto sinonimo di sfruttamento o inquinamento ambientale. L’oro per la sua perfetta riciclabilità è considerato il più concreto esempio di esempio di economia circolare.  

Le aziende si muovono su un paradigma “istituzionale” basato su certificazioni, standard e verifiche indipendenti. Praticamente tutte i marchi di alta gamma hanno cercato un percorso che portasse ad una maggiore eticità nelle strategie aziendali: Cartier (Carmaison emblematica del gruppo Richemont) è membro fondatore della Watch & Jewellery Initiative 2030 e sostiene una transizione verso forme di supply chain “responsabili e trasparenti”; Chopard ha lanciato la collezione “Green Carpet”, interamente prodotta con oro Fairmined; Bulgari, Van Cleef & Arpels e Tiffany hanno aderito al RJC e pubblicano annualmente report ESG, tre quarti della produzione di Tiffany è oro riciclato. Le maggiori quotazioni dell’oro dovrebbero portare ad attività estrattive con tecniche e metodologie non invasive, ovvero senza l'utilizzo di agenti chimici o esplosivi, nonché in armonia e collaborazione con l'ambiente e le comunità locali coinvolte.

 

Non è prezioso tutto ciò che luccica

Le filiere industriali che coinvolgono il settore, pur muovendo capitali immensi, presentano impatti ambientali e sociali tra i più sconfortanti: l'estrazione aurifera, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, comporta ancora deforestazioni, contaminazioni da mercurio e cianuro, perdita di biodiversità e devastazione dei territori cui si aggiungono lo sfruttamento del lavoro minorile e dinamiche criminali che sfociano in conflitti armati di vasta portata.

Per mantenere il suo prestigio e salvare l'immagine di purezza e bellezza che l'oro evoca è indubbio che aziende produttrici del lusso e chi lo indossa devono farsi carico di questi aspetti. Pur encomiabili e sicuramente aperti ad una visione di futuro sostenibile molti sono ancora i problemi aperti: solo una parte limitata del metallo impiegato è realmente certificata, e alcune comunicazioni dei brand sono più narrative che verificabili. Secondo Human Rights Watch, molte maison non forniscono informazioni complete su provenienza, quantità di oro etico impiegato o risultati di audit. Il rischio è che l’etica venga ridotta a strumento di marketing emozionale, senza reali conseguenze sulla struttura delle filiere globali.

Le principali critiche sollevate dalla letteratura e dalla società civile includono l’assenza di obblighi legali che limitano una portata sistemica, costi di certificazione ancora proibitivi per molti minatori artigianali, mentre gli audit sono spesso privati, poco trasparenti e soggetti a conflitti d’interesse.

A ciò si aggiunge un’asimmetria di potere in quanto gli standard sono decisi nel Nord globale e imposti ai produttori del Sud con un’insufficiente inclusione (donne, popolazioni indigene e comunità locali restano marginalizzate nel processo decisionale). Oltre agli aspetti etici, qualsiasi metallo dovrebbe essere tracciato dalla miniera al prodotto per assicurare vincoli di purezza, trasparenza e certificazione: l’oro quale principe dei metalli è il primo che dovrebbe adeguarsi.

Se è vero che l’oro, nella sua storia millenaria, ha assunto molteplici significati che travalicano la sua dimensione materiale, oggi è atteso da una nuova sfida. Già da tempo le case di alta gamma non si limitano a utilizzare l’oro come decorazione o ornamento, ma lo trasformano in vettore di storytelling, capace di legare insieme artigianato, tradizione e innovazione, ma oggi devono affrontare con decisione concetto di “oro etico”, anche come esempio virtuoso di condotte sostenibili. Proprio per la sua capacità d’influenzare i consumatori e di dettare tendenze, l’oro dovrà essere chiamato a ridefinire il rapporto tra etica e mercato, mostrando come la sostenibilità non sia più un elemento accessorio, ma un fattore strutturale nella creazione di valore, esaltando così il potere d’influenza sui consumatori, a cominciare da quelli benestanti che possono, anzi devono effettuare scelte consapevoli (oltre che cercare di guadagnare qualcosa dalle oscillazioni del prezzo). E così l’oro potrà tornare a splendere ancor più di prima.

 

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