Viaggio nell'Italia insolita e misteriosa...
- Ivano Barbiero
- 1 giorno fa
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Aggiornamento: 14 ore fa
Ferrara, tra nebbie, sogni, equivoci e belle illusioni/2
di Ivano Barbiero
Con questa puntata si conclude la visita a una delle "capitali" del Rinascimento italiano per la capacità attrattiva di artisti e letterati.[1] Di Ferrara, il nostro infaticabile viaggiatore ci porta oggi a rivivere la storia che diventa dramma anche per la Ragione di Stato, sullo sfondo di una città immersa nella nebbia, ma che dalla bruma trae ancora il suo fascino e non solo.

Il Castello Estense, con il pozzo, il fossato, i ponti levatoi, i cortili e le leggende, è il cuore simbolico della città. Nei sotterranei si ricordano le prigioni di Ugo e Parisina, con una forte tradizione di storie e “presenze” legate alla loro esecuzione.
Scandalosa e tragica storia
Ugo d’Este, figlio del marchese Niccolò III d’Este (signore di Ferrara) e Parisina Malatesta, seconda moglie di Niccolò III, quindi matrigna di Ugo, sono stati i protagonisti di una delle vicende più tragiche e “da cronaca nera medievale” legate alla corte estense di Ferrara. Secondo la tradizione storica, tra Ugo e Parisina nacque una relazione amorosa clandestina, considerata scandalosa e gravissima perché incestuosa (per il legame di parentela acquisita) e politicamente esplosiva. Quando il fatto fu scoperto, Niccolò III lo considerò non solo un’offesa familiare, ma un fatto che metteva a rischio ordine e autorità della dinastia. Per questo decise una punizione esemplare. Entrambi furono condannati a morte e decapitati nel 1425; la tradizione colloca l’esecuzione in un contesto pubblico e severo, come monito.
Secondo la tradizione, il corpo di Ugo fu gettato nel pozzo del Castello (il “Pozzo della Morte”). Sempre secondo la tradizione popolare, nel pozzo sarebbero stati gettati i corpi di persone uccise in segreto, soprattutto in epoche di faide e vendette. Di notte si sentirebbero lamenti, colpi o voci provenire dal fondo, come se il pozzo “restituisse” ciò che ha inghiottito. Chi si avvicina troppo, sempre secondo la leggenda, avrebbe la sensazione di freddo improvviso e di essere osservato.

C'è volto e volto... L'equivoco del Volto del Cavallo
La facciata romanico-gotica della Cattedrale di San Giorgio, in piazza Trento e Trieste, è tutta un bestiario di leoni stilofori, telamoni e motivi vegetali “serpentinati” scolpiti da maestri del XII secolo. Le due coppie di telamoni sopra i leoni porta colonna sono interpretate dagli studiosi come un complesso sistema simbolico legato a forza, sostegno dell’ordine, lotta al caos.
Un altro luogo cittadino che ci ha indotto in equivoco è stato di fronte alla Cattedrale, il Volto del Cavallo, che in realtà è un arco con statue equestri e che invece di volta dai più veniva chiamato “volto”. Infatti, nel Medioevo e nel Rinascimento, nella parlata padana (Ferrara, Modena, Mantova, Bologna), volto significava arco, volta, passaggio coperto tra due edifici. Ancora oggi in molte città emiliane e lombarde, gli archi tra palazzi si chiamano volti. Quindi “Volto del Cavallo” non significa “faccia del cavallo”, ma il passaggio coperto (volto) decorato dal cavallo”.

Allora perché solo “del cavallo” e non “dei cavalli”? Perché storicamente il primo elemento iconografico fu una statua equestre, non due. La seconda statua fu aggiunta dopo. Le due statue che si vedono oggi (Borso d’Este e Nicolò III) non furono poste nello stesso momento. Il nome “Volto del Cavallo” nacque quando lì c’era ancora una sola statua equestre. Nel tempo, anche dopo l’aggiunta della seconda, il nome popolare non cambiò, come succede in tanti toponimi storici.
Nello stesso punto, nel Medioevo e Rinascimento, venivano lette condanne, si esponevano bandi e pene, si mostravano al pubblico i colpevoli, si faceva vedere il potere giudiziario degli Estensi. L’arco serviva come scenografia politica; sotto il Ducato, davanti al Duomo, il popolo doveva assistere alla giustizia, è lo stesso motivo per cui molti confondono quel luogo con un “tribunale”, anche se non lo era.

Le tombe degli Estensi
Un luogo piccolissimo, raccolto, pieno di “presenze storiche” reali, dove si respira un’atmosfera davvero particolare: parliamo del Monastero di clausura della clarisse, il Corpus Domini, in via Pergolato, dove si trovano le tombe degli Estensi. In primis Lucrezia Borgia, moglie di Alfonso I. In fondo al coro, sotto una lapide discreta, sono raccolti resti di altri Estensi provenienti dalla scomparsa della chiesa di Santa Maria degli Angeli, una sorte di “seconda traslazione poco visibile ma storicamente significativa.
Come ultima chicca, ci siamo tenuti Palazzo Schifanoia, uno dei luoghi più sorprendenti: un palazzo “di svago” voluto dagli Este, nato per schivar la noia, cioè per fuggire la routine della corte. Fu costruito e ampliato soprattutto sotto Borso d’Este, a metà Quattrocento, come residenza per feste, ricevimenti e rappresentanza. Il suo tesoro è il Salone dei Mesi, un ciclo di affreschi unico in Europa: ogni mese dell’anno è raccontato come un teatro cosmico, tra vita di corte, miti antichi e astrologia. La curiosità è che qui l’arte diventa un calendario simbolico: in alto i segni zodiacali, al centro le divinità e le influenze astrali, in basso le scene “reali” della Ferrara estense. È propaganda raffinata: Borso appare come principe giusto e ordinatore del tempo, quasi benedetto dagli astri. Molti dettagli sono pieni di piccole storie: cavalli, stoffe, abiti, lavori agricoli e gesti quotidiani, come una fotografia del Quattrocento.

Una particolarità è l’atmosfera “a doppio registro”: sacro e profano, mito e amministrazione, sogno e burocrazia. Schifanoia è anche un luogo di enigmi, perché alcuni affreschi sono rovinati e costringono lo sguardo a completare ciò che manca. Entrarci oggi è come attraversare una porta temporale: Ferrara non è più solo città, ma orologio dipinto, e tu cammini dentro l’anno.
"Il pane di rappresentanza", insuperabile!
Ultima nota d’obbligo: si dice che in questa città ci sia il pane più buono d’Italia per una combinazione rarissima di forma, tecnica, ingredienti e cultura. Parliamo della coppia ferrarese IGP, unica per forma (i quattro “corni” intrecciati) e per contrasto: crosta dura e croccante, mollica quasi assente, asciutta, compatta.

Solo quattro gli ingredienti usati per confezionarla: farina di grano tenero, acqua, lievito naturale, strutto (non olio) che dà sapore, fragranza e quella crosta inconfondibile che “scrocchia” davvero. Questa prelibatezza nasce da una Ferrara di pianura, nebbia (eccola nuovamente) e umidità: perché doveva resistere giorni senza ammuffire.
Risultato: profumo intenso, gusto netto, zero gommosità. Non è folklore: il pane ferrarese è citato già nel Cinquecento, alla corte degli Estensi. Era pane “di rappresentanza”, degno di una capitale rinascimentale raffinata e ricchissima, pensato per il cibo ferrarese; infatti, funziona alla perfezione con la salama da sugo, i cappellacci di zucca, i brasati e i formaggi stagionati. La sua secchezza assorbe, non copre. Chi ama il pane soffice spesso lo rifiuta. Chi lo capisce, lo considera insuperabile. È come il caffè amaro o certi vini non dolci: identitario, non accomodante.
FINE
Note













































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