top of page

Roberto Cotroneo ci porta nel mondo di Umberto Eco, dove i libri si parlano tra di loro

di Alberto Ballerino

 

@Università Reggio Calabria  in Wikipedia
@Università Reggio Calabria in Wikipedia

Il 13 febbraio in tutte le librerie uscirà per La Nave di Teseo ‘Umberto’ di Roberto Cotroneo. Una grande prova dello scrittore alessandrino che ci porta a esplorare il mondo del suo celebre concittadino e amico Umberto Eco in un viaggio letterario, umano e filosofico di straordinario fascino. A dieci anni dalla morte di Eco, il libro ci mostra tutta la sua modernità.  “È stato – dice Cotroneo - un maestro sotto molti aspetti. Il primo è quello classico: un docente che ha insegnato ai giovani. Ma lo è stato anche da un altro punto di vista: ha costruito paradigmi culturali utilizzati spesso anche in modo approssimativo dal mondo intellettuale che senza rendersene conto imitava un Eco di cinquant’anni prima”.

L’esempio più classico è la famosa commistione tra alto e basso. “Oggi tanti intellettuali ti raccontano che anche nel film più goliardico, realizzato solo pensando al botteghino, ci può essere una lettura importante. Questo è il capovolgimento che Umberto faceva già nel 1962, ma non in modo goffo come avviene spesso oggi. Quando scopre i Peanuts capisce che Schulz racconta un mondo in divenire. Ma non dice che la gente deve leggere Snoopy e non Platone perché il primo è più filosofico. Queste sono le stupidaggini di chi oggi lo imita malamente. Eco semplicemente ci dice che se prendiamo le grammatiche giuste, possiamo utilizzarle per decifrare una striscia di Schulz come un passo di Platone, ma tra i due c’è una differenza. Non è che se leggiamo Charlie Brown come qualcosa di interessante, questo lo ponga allo stesso livello del ‘Simposio’. Umberto Eco maneggiava strumenti importanti per capire la realtà, non per sovrapporne una a un’altra o per fare delle classifiche. Semplicemente leggeva tutto, senza snobismi”. 


Da dieci anni senza più la sua voce

Nel mondo delle fake news, questa modernità è evidente anche nel tema delle interpretazioni impazzite, dietrologiche e del complotto, che affronta più volte da ‘Il pendolo di Facault’ a ‘Il cimitero di Praga’. “In Italia oggi queste derive sono diventate sempre più evidenti. Umberto, forse perché era un semiologo e quindi un decifratore di segni, si è occupato a lungo di questi aspetti. I complottismi generano sempre dei mostri, lui ha lottato tutta la vita contro queste distorsioni, studiandoli con lucidità e razionalità. Diciamo che stare dieci anni senza di lui ha pesato notevolmente, perché non abbiamo più avuto una voce importante per fronteggiarli”.

‘Il nome della rosa’ è stato un successo mondiale incredibile ma Eco sembrava non amare molto questo libro. “È il riflesso tipico di chi ha avuto un immenso successo con un lavoro, continua a fare altro ma tutti gli chiedono sempre di quello. Gli piaceva così giocare su questo, dicendo che odiava ‘Il nome della rosa’. In realtà questo libro oltre ad avergli dato una notorietà mondiale aveva al suo interno tutta una serie di aspetti che facevano parte della sua vita, dal medioevo alla filosofia”.


Dietro il finale de Il nome della rosa

Un aspetto interessante è il rapporto con Borges. “Questo l’ho scoperto scrivendo il libro. In realtà non mi ero mai posto il problema. Borges frequentava Parigi che era la terza città di Umberto dopo Bologna e Milano. Però ho notato che non parla mai di un suo incontro con Borges anche se ha scritto su di lui. Credo non si siano mai visti altrimenti di questo ci sarebbe una traccia. Però può succedere che semplicemente per casualità non conosci uno scrittore tuo contemporaneo. Tanti aspetti in Eco ricordano Borges, anche solo il nome del bibliotecario cieco de ‘Il nome della rosa’, Jorge da Burgos.”

Eco era consapevole della dimensione del proprio sapere, lo rattristava la consapevolezza che tutto questo sarebbe andato perduto con la sua morte. “Lo scrive – dice Cotroneo – alla fine della sua autobiografia intellettuale ed è molto toccante per certi aspetti. Non lasciava mai trasparire nessuna forma di emozione ma questo lo colpisce molto più di tutto il resto. Probabilmente è l’aspetto più forte di questo libro che dà ad Eco una coloritura diversa da quella che conosciamo abitualmente”. Se non si può salvare tutto, cosa rimane? “Rimangono i frammenti e dal punto di vista letterario possiamo ricordare il finale de ‘Il nome della rosa’, quando della grande biblioteca andata a fuoco restano coriandoli e piccoli pezzi che il protagonista cerca in tutti i modi di ricomporre come lo stesso Umberto in un certo senso ha fatto nel cercare un significato nei testi che ha studiato. In qualche modo è come se i conti tornassero sempre. Questo non vuole dire che sia frammentaria la sua opera che anzi risulta  molto ampia. L’idea del frammento è riferita a questa capacità di esplorare i testi, diceva sempre che i libri si parlano tra di loro”.

 

Commenti


L'associazione

Montagne

Approfondisci la 

nostra storia

#laportadivetro

Posts Archive

ISCRIVITI
ALLA
NEWSLETTER

Thanks for submitting!

Nel rispetto dell'obbligo di informativa per enti senza scopo di lucro e imprese, relativo ai contributi pubblici di valore complessivo pari o superiore a 10.000,00, l'Associazione la Porta di Vetro APS dichiara di avere ricevuto nell’anno 2024 dal Consiglio Regionale del Piemonte un'erogazione-contributo pari a 13mila euro per la realizzazione della Mostra Fotografica "Ivo Saglietti - Lo sguardo nomade", ospitata presso il Museo del Risorgimento.

© 2022 by La Porta di Vetro

Proudly created by Steeme Comunication snc

LOGO STEEME COMUNICATION.PNG
bottom of page