Il Pd e il “No” ai picconatori della Carta costituzionale
- Rosanna Caraci
- 22 ore fa
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Il 22 e 23 marzo la posta in gioco è molto più alta di ciò che passa come Riforma della Giustizia
di Rosanna Caraci

L’assemblea metropolitana del Partito Democratico di Torino, svoltasi sabato per militanti ma aperta a tutti i cittadini, ha rappresentato un momento di confronto politico alto e consapevole, interamente dedicato alle ragioni del “No” al referendum su diversi aspetti del sistema giudiziario e alla difesa dell’impianto costituzionale della Repubblica. Un’iniziativa che ha messo al centro non solo i singoli quesiti referendari, ma la visione di democrazia e di Stato di diritto che essi sottendono.
Ad aprire i lavori è stato l’avvocato penalista Fulvio Gianaria, che ha fornito una lettura tecnica e giuridica dei quesiti referendari, evidenziandone le criticità e sottolineando come le proposte referendarie non affrontino i reali problemi della giustizia italiana – la lentezza dei processi, la carenza di risorse, l’organizzazione degli uffici – ma rischino invece di alterare equilibri delicatissimi, riducendo le garanzie di indipendenza della magistratura e indebolendo i meccanismi di controllo previsti dalla Costituzione.
Nel suo intervento, il senatore Andrea Giorgis, costituzionalista, ha messo in guardia contro una narrazione semplicistica che presenta il referendum come strumento di “riforma”, quando in realtà esso si inserisce in una più ampia visione che tende a concentrare il potere, riducendo gli spazi di autonomia e di bilanciamento tra istituzioni. La Costituzione, ha ribadito, non è un ostacolo all’azione politica, ma una garanzia per tutti, soprattutto per le minoranze e per i cittadini più deboli. Una Costituzione, ha ricordato, che è nata dopo il momento più buio della storia e che per essere concepita ha chiesto l’impegno politico e umano di tutte le parti. Non c’è stato chi ha prevaricato sull’altro. E le riforme alla Carta, sottolinea Giorgis, devono essere fatte con lo stesso spirito di coralità e, si potrebbe aggiungere, di empatia per i bisogni e le necessità di un Paese che non guarda necessariamente soltanto nella direzione della maggioranza che in quel momento governa e che non ha, in alcun modo, il diritto di arrivare in Parlamento mettendo ai voti riforme essenziali senza discuterle. Anzi, escludendo la discussione capovolgendo i fattori per cui prima arriverebbe l’approvazione e poi la discussione.
Una sorta di documento scritto col sangue di un Paese che si pretende di mettere davanti al fatto compiuto, e che si porta alle Camere come “non modificabile”. Il Governo evidentemente fa finta di dimenticare che la Costituzione e le sue norme si impongono sulle leggi: mentre queste sono espressione della volontà della maggioranza di Governo, la Carta, spina dorsale del Paese, è il frutto del lavoro di un’assemblea. I nostri Padri costituenti ce lo ricordano non solo dai libri di storia, ma attraverso la democrazia che ogni giorno possiamo respirare grazie a loro. Possiamo respirarla così tanto da dimenticarci che è un diritto che è costato caro e che non è scontata.
Giorgis ricorda come il ministro della Giustizia Nordio alle opposizioni in Parlamento abbia dato risposte evasive, sostanzialmente rimandando il confronto quando ci saranno le leggi attuative, dopo dopo una vittoria eventuale del Si, e ricordando che il centrodestra ha vinto le elezioni e che faceva parte del programma elettorale. Troppo tardi.
La vicepresidente del Senato Anna Rossomando, ha collegato il tema della giustizia a una deriva più generale dell’attuale maggioranza di Governo. Rossomando ha denunciato una concezione del potere fondata sull’idea del “mandato assoluto” conferito dal voto: una visione secondo cui chi vince le elezioni può esercitare un potere senza limiti, piegando le istituzioni e le regole alle proprie convenienze. Un’impostazione che nulla ha a che vedere con la democrazia costituzionale e che risulterebbe pericolosa qualunque forza politica fosse al Governo.
L’assemblea ha ribadito con chiarezza la necessità di una partecipazione ampia e consapevole al voto del 22 e 23 marzo, ricordando come il referendum si svolga senza quorum e sia dunque valido a maggioranza secca. Proprio per questo, l’astensione non rappresenta una forma di protesta efficace, ma rischia di consegnare decisioni cruciali a una minoranza attiva.
L’assemblea del PD torinese ha lanciato un messaggio politico chiaro: la democrazia non si esaurisce nel voto, ma vive nella partecipazione, nel rispetto delle regole e nella difesa dei principi costituzionali che tengono insieme il Paese. Una ragioni di più per scegliere l'indipendenza della giustizia dalla politica, con all’interno le sue correnti di pensiero.













































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