Sposare il passato al presente è nel Dna di chi vuole spezzare il dissenso con la repressione
- Beppe Borgogno
- 1 giorno fa
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Nei richiami al terrorismo del governo soltanto superficialità e pressapochismo per dare un giro di vite alle manifestazioni di piazza. Una strategia che favorisce e nutre non a caso la cultura dell'antagonismo violento, anziché disinnescare il disagio sociale.
di Beppe Borgogno

Quelli più straniti da una discussione collettiva sul rischio che tornino i plumbei anni ’70 siamo noi che li abbiamo attraversati. Straniti un po’ da tutti i lati. Pensando ai fatti di sabato scorso, stranisce senza dubbio, e spaventa, che nel dibattito pubblico tornino, insieme agli incubi evocati dalla parola “terrorismo”, anche troppi corollari lontani e in parte dimenticati: i “cattivi maestri”, le “zone grigie”, gli “utili idioti”, tanto per fare qualche esempio. Risultato di una discussione urlata e superficiale, e che procede a senso unico come se in Italia non ci fossero state le stragi neofasciste, che punta a portare a casa alibi e consenso “pronta cassa”, perciò ancora più pericolosa negli effetti finali che rischia di avere.
Sabato scorso, 31 gennaio, sono successi fatti molto gravi. L’esperienza di quegli anni, di cui molti di noi conservano un ricordo indelebile, porta a dire che non vanno per nulla sottovalutati, ma anche che per fortuna nulla è davvero paragonabile ad allora. Non c’è traccia di uno scontro sociale di massa e generalizzato (e qualcuno potrebbe anche dispiacersene), e a quanto si sa nemmeno del lavorio delle “agenzie internazionali” che in un mondo diviso in blocchi col terrorismo armato provarono a giocarci e non solo in Italia; non c’è quell’iperdosaggio ideologico, quel clima da infinito dopoguerra, quel senso di democrazia precaria, che per proteggersi dovette imparare a difendere sé stessa e gli italiani dal golpismo, dallo stragismo, dallo scontro armato, dalla violenza politica diffusa, dai morti per strada: nulla che oggi somigli a tutto questo, per fortuna, e non è davvero il caso di parlarne senza consapevolezza. Per uscire da quel periodo drammatico, molto merito ebbero allora la politica, le organizzazioni di massa, in primis il sindacato in fabbrica, e i suoi leader.
Oggi invece la politica, i partiti, i “corpi intermedi” sono sicuramente più deboli, meno in grado di organizzare, mobilitare e attraverso questo esercitare un peso reale che rappresenti una ossatura davvero forte ed autorevole del tessuto democratico. Intanto però in giro per il mondo le ingiustizie ci sono eccome, e ci sarebbe bisogno di occuparsene di più. Ingiustizie e retromarce della storia che quasi sempre hanno come attori principali quelli che la democrazia, dove esiste, vorrebbero comprimerla, se non con la forza, almeno con la paura.
Ecco: forse per capire meglio i fatti di sabato conviene partire da qui. Da un senso di ingiustizia diffuso che non trova sempre una risposta convincente dalla politica, e dalla crisi della rappresentanza che è oggi un pezzo della crisi della nostra democrazia. E dal bisogno di rispondere, di cui nella rabbia e nella confusione si impossessa chi organizza la piazza, per piegarla poi ai suoi veri obiettivi: non tanto quello di attaccare il potere per sostituirlo, ma piuttosto quello di esibire una presunta “potenza” verso il sistema e chi lo rappresenta in quel momento, in quella piazza. Non per prendere un simbolico Palazzo d’Inverno, ma un ex palazzo occupato, fregandosene dei danni collaterali alle cose, alle persone, e infine alla democrazia. Basta che ne possano continuare ad usare le pieghe a proprio vantaggio, come proprio in quegli stessi anni ’70 ha imparato a fare anche la destra che ha “figliato” almeno una parte di chi oggi governa il paese, conservando di quei tempi lo stesso e speculare spirito di contrapposizione all’altra parte di una immaginaria barricata.
Tra gli ingredienti che ribollono nella pentola del dibattito di questi giorni, ce ne sono alcuni che possono aiutare a capire e a stimolare riflessioni per andare oltre.
Nella pentola che bolle ci sono la debolezza e le contraddizioni della sinistra politica e sindacale, che stenta a riconoscere la propria crisi di egemonia, e non riesce più a costruire, orientare e poi guidare come dovrebbe il bisogno diffuso di farsi sentire per dire la propria sulle tante ingiustizie di cui siamo testimoni. Succede allora che la piazza la organizzi e la gestisca qualcun altro, e che nel timore di essere tagliati fuori, ma anche coltivando l’illusione di poterci dopo “mettere il cappello”, qualche parte di una sinistra che diversamente forse si sarebbe sentita “spiazzata” sabato scorso ha partecipato al corteo. Una piazza non abituale, piena di rischi forse non valutati fino in fondo. Per finire poi, in una specie di comizio al Senato del ministro Piantedosi, per essere definiti praticamente complici, mentre in realtà sono vittime, al pari delle migliaia di persone pacifiche che hanno sfilato, forse anche perché nessuno ha proposto loro un’altra piazza dove farlo. Per un appuntamento che, sfruttando l’uso discutibile di “Torino è partigiana”, parlava della guerra e del governo, ben oltre quindi il solo sgombero del centro sociale.
A quanto pare, non solo gli atti di violenza finali erano scritti in anticipo, ma anche la lettura “politica” che a cose fatte ne hanno dato gli organizzatori della manifestazione. Se io fossi uno di quelli che sabato c’erano, mi sentirei come minimo un po’ violentato e me la prenderei con loro ancora prima che con le frange più violente. Perché, come testimonia un comunicato di Askatasuna pubblicato nei giorni scorsi, loro per primi considerano le centinaia di protagonisti della guerriglia né più, né meno che “una parte numericamente significativa del corteo che ha deviato in corso Regina” per ingaggiare la battaglia “avanzando metro dopo metro senza panico né tentennamenti”.
Per chi ha scritto il comunicato, tra loro e le le decine di migliaia che hanno sfilato pacificamente sembra esserci in fondo una differenza solo nelle “forme espressive”, e poco più. Hanno solo fatto scelte diverse. Insomma, è Askatasuna che alla fine “mette il cappello” sulle famiglie e i cittadini pacifici, rivendicandone la partecipazione come parte del proprio successo politico. Una lettura cinica, inaccettabile e pericolosa, sotto ogni punto di vista.
Quel comunicato ci spiega qualcosa i cui contorni non sono affatto inediti. Si descrive la piazza di sabato, nei fatti, come se fosse niente più di una copia di ciò che è per anni convissuto nel palazzo di Corso Regina. Di tutte le contraddizioni e le ambiguità, che accostavano l’azione sociale e un “melting pot” nemmeno tutto negativo di obiettivi, al protagonismo violento. A partire dai plumbei anni ’70 il tema del rifiuto della violenza come strumento accettabile “a prescindere” per la lotta politica fu una discriminante. Si capì allora, e vale ancora oggi, che è giusto condannarla, ma occorre anche, in ogni situazione, costruire e perseguire una distanza fisica oltre che politica dalla violenza, anche e soprattutto quando il luogo è la piazza, a costo di scegliere se necessario altri luoghi o altri momenti per dimostrare di esserci. E la piazza, insieme a molto altro, torna ad essere un luogo che le forze della sinistra dovrebbero riabituarsi a frequentare, anche sulle grandi questioni e le incertezze che segnano il nostro tempo; senza deleghe a nessuno e perché altri non se ne impossessino, senza timore di guardare oltre sé stesse, per ritrovare autorevolezza anche facendo i conti con le proprie debolezze, perché anche questo è un modo per aiutare la democrazia. Chissà che almeno per questo la triste lezione di sabato sia servita.
E tanto per spazzare ogni dubbio residuo, se Askatasuna e chi ruota lì intorno avesse voluto in qualche modo ragionare su un nuovo “patto”, gli organizzatori del corteo avrebbero almeno tentato di evitare violenze. Sul piano politico sarebbe stata una scelta in grado di mettere all'angolo qualunque detrattore e di costringere qualsiasi interlocutore a ragionare sulle proprie intenzioni. Non è successo, non era questo l’obiettivo, quindi speriamo almeno che siano finite le letture superficiali e il bisogno di affidarsi a “garanti” che forse guardavano più alle loro convinzioni (e alla loro presunzione?), anziché alla realtà. Dal pentolone che ribolle emerge allora anche questa banale, ma non scontata, considerazione: chi detiene una responsabilità pubblica difficilmente, soprattutto su partite particolarmente delicate, può delegarne la responsabilità.
In mezzo c’è la città e chi la amministra. C’è il Sindaco Lo Russo che ha provato a “metterci la faccia”, in fondo per evitare che arrivassimo dove siamo oggi. Ormai chiedersi quanto fosse opportuno avventurarsi su quella strada è del tutto superfluo. Mentre si costituirà parte civile contro i responsabili dei gravissimi disordini di sabato, la Città dovrà sbrigarsi per trovare una destinazione per quell’immobile. Per salvare la parte migliore di ciò che lì dentro avveniva, a cominciare dalle attività con le scuole della zona, e per farne un uso pubblico utile per il quartiere, per il mondo associativo, per la cultura e l’aggregazione. Ma occorre sbrigarsi, oppure quel palazzo resterà il simbolo della città che non vogliamo, di una sconfitta anche più grave di quella politica e uno straordinario strumento di propaganda per quelli che vogliono conquistare Torino, ma a cui di parlare del suo futuro e di cosa vogliono farla diventare interessa ben poco. Fare in fretta, perché il Sindaco e l’amministrazione possano tornare altrettanto in fretta a parlare della città, tutta e non solo un isolato, dei suoi problemi e delle sue prospettive. E farlo con tutta la città.
Ma non è inutile ripeterlo ancora una volta: sabato sono successi fatti gravi, che per essere affrontati in modo adeguato hanno bisogno, certo, di nessuna sottovalutazione, ma soprattutto di saggezza e coesione. Purtroppo non sarà così. Gli stessi che non esitano mai a usare la sicurezza e l’ordine pubblico per farne strumento politico, e per usarne a questo scopo anche gli operatori impegnati su argomenti tanto delicati, trasformeranno gli atti di violenza verso le forze dell’ordine in una scusa per provvedimenti di dubbia efficacia e per un giro di vite sul piano dei diritti, fino a rischiare di spingersi oltre la costituzionalità, tanto da costringere il Quirinale a intervenire, come abbiamo visto. Muovendosi quindi lungo una linea che probabilmente farà tornare a galla un’altra parola d’uso frequente nei plumbei anni’70: repressione.
Un argomento, questo, che ai violenti di sabato in fondo è utile, perché crea la loro legittimità, e che alla destra che ci governa piace, perché in fondo è nella sua natura. Quella destra continuerà a parlare di terrorismo e di eversione, anche se nel vocabolario e nella storia italiana sono una cosa ben diversa dai tempi che stiamo vivendo. E così, ancora una volta ci si rivolgerà all’oncologo per curare una malattia grave, ma che di quello specialista non si ha bisogno. Rischiando di sbagliare la cura, senza che scompaia il rischio di complicazioni.













































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