L'Anpi e quel velo sulla tessera che provoca un forte disagio
- Tullio Monti
- 22 ore fa
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Aggiornamento: 3 ore fa
di Tullio Monti

Il caso lo ha sollevato la nota giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena, femminista laica e da sempre a favore dei diritti delle donne, con un recente post su Facebook: “Sono figlia di un partigiano, iscritta all’ANPI da quanto non mi ricordo nemmeno, sono cresciuta a pane, resistenza e libertà. Adesso scopro che l’immagine della tessera di quest’anno illustra un gruppo di donne davanti all’urna, una di loro porta l’hijab, simbolo dell’oppressione della donna, proprio mentre le iraniane rischiano la vita (e molte di loro sono già state assassinate) per toglierselo”. Con gli stessi accenti, l'argomento è stato ripreso anche dalla giornalista e scrittrice Monica Lanfranco sabato scorso sulla rivista Noi donne on line.
Tra i due interventi, iscritto all’ANPI da quasi 40 anni, mi sono ritrovato nel medesimo disagio ed ho affidato alcune considerazioni da trascrivere sul sito de la Porta di Vetro, il cui direttore Michele Ruggiero, oltre a essere un iscritto all'Anpi, ne è anche membro della Segreteria provinciale. Dunque, una doppia responsabilità riflessa su un terzo che ha un obbligo di lealtà verso l'Anpi, ma necessaria e depurata da qualunque spirito polemico, per contribuire a sviluppare un confronto che ritengo comunque ineludibile per l'associazione stessa.
Partiamo da una prima considerazione che suona anche come spiegazione: probabilmente chi ha deciso il disegno della tessera pensava di essere nobilmente inclusivo nei confronti di altre culture e religioni, inserendo una donna velata. Tutto ciò in nome, di un multiculturalismo le cui sfaccettature non sempre sono così chiare in Occidente.

A prima e superficiale vista, infatti, il multiculturalismo può sembrare un’estensione del concetto di pluralismo, ma in realtà non è affatto così. Il pluralismo è una concezione filosofica che considera la realtà come costituita da una pluralità di principi e come tale contrapposta sia al monismo – concezione di un unico principio della realtà: l’unitarietà fra materia e spirito – che al dualismo – concezione di un duplice principio della realtà: la distinzione fra materia e spirito o anima e corpo.
Il pluralismo, così come la tolleranza, è uno dei principi costitutivi della laicità e del liberalismo, tuttavia la tolleranza ai giorni nostri pare non essere più un concetto sufficiente. Infatti, in nome di essa si sopportano e si tollerano modi di pensare e di agire che vengono comunque ritenuti non positivi e che un domani potrebbero non essere più accettati. Concetto più adeguato parrebbe essere allora quello del rispetto, decisamente più inclusivo della tolleranza.
Nello stesso tempo il rispetto, per quanto prima facie sia un concetto apparentemente condivisibile, è altresì un concetto insidioso e a volte scivoloso. Diventa tale quando, ad esempio, esso viene reclamato come “uguale rispetto” per tutte le culture da parte dei multiculturalisti. Infatti, in nome dell’eguale rispetto per tutte le culture qualcuno vorrebbe considerare degne di rispetto anche pratiche assai discutibili, come il velo islamico nelle sua varie gradazioni di oppressione femminile (hijab, niqab, chador, burqa, che coprono progressivamente crescenti porzioni del viso femminile), oppure pratiche inquietanti, come la pratica dei matrimoni combinati e forzati per le minorenni, quando non per le bambine, oppure ancora pratiche decisamente orripilanti, cruente e potenzialmente letali, quali le mutilazioni genitali femminili, di cui i multiculturalisti vorrebbero in qualche modo, nei paesi Occidentali, anche nel nostro, tramandare la tradizione in modo simbolico.
Il multiculturalismo ed il comunitarismo, lungi dal favorire pratiche pluraliste e a favore dei diritti delle singole persone, nei fatti sanciscono, all’interno delle singole comunità, il prevalere ed il perpetuarsi delle più radicali tradizioni religiose e culturali, praticamente sempre ad opera ed a vantaggio degli individui maschi, anziani ed estremisti religiosi che fondano il loro potere sul predominio patriarcale e misogino che viola sistematicamente i diritti delle donne. Il multiculturalismo ed il comunitarismo, nel rivendicare i diritti collettivi culturali, negano e conculcano, allo stesso tempo, i diritti individuali, soprattutto delle donne, che, in un ordinamento liberale, devono invece sempre avere la precedenza nei confronti dei diritti collettivi.
Si tratta dello stesso principio, e non è un elemento marginale, per il quale in alcuni paesi (l’Inghilterra e lo stato canadese dell’Ontario) le comunità islamiche hanno preteso ed ottenuto che, per tutta una serie di controversie legate al diritto di famiglia, all’interno di esse non valga il diritto inglese o canadese, bensì la Sharia, ossia la legge coranica, ovviamente amministrata dagli anziani maschi leader religiosi della comunità.
Ora, nessuno - a parte i razzisti islamofobi - intende proibire alle donne che lo desiderano di indossare il velo e magari pure il burqa (salvo il rispetto della legislazione quando essa preveda l’obbligo del riconoscimento facciale per ragioni di ordine pubblico), pur essendo innegabile che esso rappresenta il simbolo della sottomissione della donna islamica nei confronti del patriarcato.
Semmai è attraverso una paziente opera di crescita culturale e di educazione alla cittadinanza che favorisca la sensibilità nei confronti della necessaria tutela dei diritti di tutti gli individui e delle donne in particolare (così come delle persone LGBTQIA+), che si possono convincere le giovani generazioni di donne islamiche ad autoemanciparsi da certi retaggi culturali del passato.
Diverso discorso - pur nella sua delicatezza per le corde sensibili che tocca, soprattutto nel nostro Paese - merita invece la questione dei simboli religiosi negli spazi pubblici (scuole, università, tribunali, seggi elettorali, ospedali, carceri, case di riposo, uffici aperti al pubblico) e da parte dei funzionari pubblici: in uno stato laico, dovrebbe essere vietata ai simboli religiosi ostentativi (croci, stelle di David, kippà, velo islamico, etc.) l’esposizione alle pareti o di essere indossati dai pubblici ufficiali: gli spazi pubblici ed i pubblici ufficiali sono tali proprio perché, a differenza di quelli privati, devono far sentire a casa propria tutti i cittadini indistintamente e ciò confligge inevitabilmente se essi assumono una connotazione religiosa di parte, a significare la prevalenza di una concezione religiosa rispetto a tutte le altre o a quelle areligiose o antireligiose.
Il fine ultimo dovrebbe essere, anche per sottrarsi a un mondo che accoglie acriticamente nuove e sovente aberranti correnti di pensiero che si rifanno al multiculturalismo, al comunitarismo, al politicamente corretto, al wokismo e alla cancel culture, per promuovere la difesa dei diritti delle donne cominciando, appunto, a non dare cittadinanza ai simboli che le opprimono.













































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