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Vent’anni dopo Torino 2006: in scena le Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026

di Luca Rolandi


Stasera, 6 febbraio, con le luci a San Siro, i Giochi Olimpici tornano in Italia solo venti anni dopo Torino 2006, senza dimenticare le immaginifiche edizioni invernale di Cortina 1956 e l’unica estiva del nostro Paese di Roma 1960. Non si è trattato di una nostalgica rievocazione, ma di un passaggio che merita il risalto e la considerazione di istituzioni e cittadinanza per quella che fu la svolta di un Paese e di città come Roma, oltre sessant’anni fa e Torino in epoca più recente. Soprattutto la città fabbrica, legata alla dinastia Agnelli, erede, metaforicamente parlando, da quella dei Savoia, ha ospitato una edizione che ne ha cambiato il volto. Un territorio orgoglioso della sua identità subalpina ha cercato di ripensarsi: per riproporre la sua storia, le sue tradizioni e il suo patrimonio artistico culturale per troppo tempo oscurato dalla città fabbrica, radicata nella sua dimensione industriale e immersa nelle contraddizioni della modernità. Il braciere dell’attuale Stadio Olimpico “Grande Torino” allora solo Comunale certifica la memoria ma anche le realtà che senza i Giochi 2006 oggi non si sarebbero potute conquistare e vivere grandi manifestazioni sportive, musicali e culturali di cui la città ha beneficiato negli ultimi due decenni.

La fiaccola, dunque, è una staffetta tra atleti e cittadini, vip e persone comuni e sta a simboleggiare il cammino della storia che partita da Olimpia ha attraversato il mondo. Una  fiamma olimpica che è il segno tangibile di una utopia di fratellanza e della pace, in un mondo in fiamme che non si ferma neppure nei giorni dei Giochi, secondo la tradizione bimillenaria ispirata agli antichi Giochi ateniesi della Tregua olimpica. Una ideale staffetta lungo vent’anni che si completerà il 6 febbraio quando lo stadio di San Siro ospiterà la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina.

A distanza di due decenni cosa resta di quella magia, forse un bagliore eccessivo per lo spirito subalpino? Torino non è più solo la storia dell’industria, la Fiat, la Juventus e anche il Grande Torino, è diventata una meta turistica importante: gli arrivi sotto la Mole sono passati dai meno 600 mila del 2002 ai quasi tre milioni del 2024 (i dati 2025 non sono ancora disponibili anche se le proiezioni danno per superati i tre milioni). I volontari del 2006 sono cresciuti e si sono mescolati con gli storici volontari del sociale, un rinnovato spirito di accoglienza, il Comitato Interfedi nato nel 2006, hanno pervaso la città nonostante le emergenze e le contraddizioni del tempo presente. Eredità immateriale ma anche eredità materiale con la grande ferita della montagna e gli impianti di Pragelato (Il salto) e del Bob a Cesana Pariol. Errore storico quella pista in Valle Susa che TOROC e città non avrebbero voluto, ma Governo di allora e Coni imposero.

Se in città gli impianti soprattutto il Palasport Olimpico (oggi Inalpi), progettato dall’architetto Isozaki sono diventati il volano di manifestazioni varie e vincenti (ATP, Eurovision, Convention, Concerti), ma anche il Palavela, nelle Valli la situazione è stata più complessa. Giusto celebrare il “magico inverno” del  2006 e sarebbe un errore dimenticare ciò che ha determinato quell’esperienza nella storia contemporanea di Torino ma anche concentrarsi sul futuro, in particolare sulla  gestione degli impianti dopo il 2039, quando scadrà il contratto con Parco Olimpico, che ha dimostrato di saper generare utili dagli impianti olimpici, puntando su grandi eventi internazionali.

Sostenibilità economia, ambientale e sociale le priorità di una Città che ha necessità di riprendere dai dati positivi, ribaltando la narrazione negativa della competizione. Luci e ombre come sempre, ma la Città ha le capacità di guardare avanti, facendo tesoro delle eccellenze passate e degli errori commessi per ripartire nell’ordinario oltre la straordinarietà dei Giochi di Torino 2006. Due decenni dopo, la portata della sfida olimpica di Milano Cortina, nasce in un contesto diverso, in un mondo in fiamme e orami guidato da una società capitalistica in cui la infosfera e l’intelligenza artificiale dominano il campo. La macchina logistica delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina dovrà gestire lo spostamento di almeno cinquecentomila appassionati, tra pubblico italiano e internazionale, lungo le principali arterie che collegano le sedi di gara tra Lombardia, Veneto e aree alpine.

Oltre agli spettatori, la Fondazione Milano Cortina coordinerà la mobilità della cosiddetta “famiglia olimpica allargata”: si parla di duemila e novecento atleti, quattromiladuecento persone tra allenatori e staff, e poi ancora, diciottomila volontari e ventunomila operatori dei media, tra giornalisti, tecnici e cameraman. Le stime parlano di 1,5 milioni di turisti attesi in Italia nelle settimane dei Giochi, mentre i biglietti venduti hanno già superato il milione, pari a circa il novanta per cento della disponibilità complessiva. Al netto della organizzazione complessa e del prevedibile successo mediatico, la speranza di ottime performance degli atleti di casa, il connubio tra arte, cultura, territori e sport resta il grande interrogativo sul “gigantismo olimpico”. Non si diradano le ombre sulla reale sostenibilità dei Giochi sono molte: impatto idrico elevato (con necessità di nuovi bacini di stoccaggio), ripercussioni negative su ecosistemi fragili e biodiversità a rischio. Ma forse la più grande contraddizione è che le emissioni causate delle Olimpiadi di Milano Cortina stanno sciogliendo la neve da cui i Giochi dipendono. Come sottolinea lo studio di Scientists for Global Responsibility e New Weather Institute, le emissioni causate dalle Olimpiadi Invernali 2026 porteranno a una perdita stimata di 2,3 chilometri quadrati di manto nevoso (l’equivalente in termini di superficie di circa 1.300 piste olimpiche di hockey su ghiaccio) e oltre 14 milioni di tonnellate di ghiaccio dei ghiacciai. I grandi eventi sportivi richiedono pianificazione, programmazione e strategia, l’ultimo step, l’incontro, la partita o la gara, è solo la ciliegina della torta, a monte ci sono ricerche e studi che portano il consumatore ad avvicinarsi e ad appassionarsi a quello che avverrà.

Il fascino del gioco nasce dalla possibilità di assistere a un evento di cui non è dato prevedere fino all’ultimo istante l’esito finale e dal fatto che questa avventura non viene vissuta come esperienza solitaria, ma in una condivisione esaltante con quanti vi partecipano di persona o in maniera virtuale. L’avvicinamento a questi grandi eventi, porta a una pianificazione molto rigida nei mesi precedenti per avvicinare il consumatore a quello che sarà il vero spettacolo. Un tempo c’erano articoli nei principali media nazionali ed esteri, quando si arrivava in prossimità dell’evento, con l’avvento dei social network, è cambiata la visione e la comunicazione di esso, i contenuti vengono programmati su date precise e, in base a quale social media si è scelto, cambia anche il modo di comunicarlo. I bilanci come sempre sull’eredità olimpica si faranno quando, con la conclusione delle Paralimpiadi, il braciere sarà spento.

 

Nel rispetto dell'obbligo di informativa per enti senza scopo di lucro e imprese, relativo ai contributi pubblici di valore complessivo pari o superiore a 10.000,00, l'Associazione la Porta di Vetro APS dichiara di avere ricevuto nell’anno 2024 dal Consiglio Regionale del Piemonte un'erogazione-contributo pari a 13mila euro per la realizzazione della Mostra Fotografica "Ivo Saglietti - Lo sguardo nomade", ospitata presso il Museo del Risorgimento.

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