"Voglia di Quirinale": rivincita sul 25 Aprile o solo il potere per il potere di stampo meloniano?
- Giancarlo Rapetti
- 21 ore fa
- Tempo di lettura: 4 min
di Giancarlo Rapetti

Il 29 giugno, nel corso della trasmissione televisiva Dieci minuti, condotta da Nicola Porro, Giorgia Meloni ha detto una frasettina capace di suscitare un effimero scompiglio: “È ora che ci sia un Presidente della Repubblica non di centrosinistra”. L’affermazione può essere letta in due modi, uno francamente allarmante, l’altro un po’ meno. Cominciamo dal primo, allo scopo di lasciare per ultima la notizia non buona, ma pur tuttavia meno cattiva. Dicendo quanto sopra riferito, la Presidente del Consiglio sottintende che finora ci siano stati sempre Presidenti della Repubblica di centrosinistra: un clamoroso falso storico, che un breve ripasso ci aiuta a verificare.
Il primo Presidente fu Enrico De Nicola, dal 1946 al 1948. Tecnicamente era definito Capo Provvisorio dello Stato, la Costituzione era in divenire, la firmò egli stesso il 27 dicembre 1947 con Alcide De Gasperi e Umberto Terracini. Era un monarchico di vecchia scuola. Il primo Presidente a Costituzione vigente fu Luigi Einaudi, un liberale classico. Il termine liberale allora aveva un significato preciso, non come oggi che è una espressione ambigua, suonando soprattutto come traduzione dell’americano liberal, grosso modo libertario e progressista. Allora liberale voleva dire di destra, destra seria e responsabile, ma destra. Nel 1955 gli successe Giovanni Gronchi, un democristiano. La DC si definiva di centro, e il trattino sinistra era ben al di là da venire. Nel 1962 divenne Presidente Antonio Segni, democristiano di destra, sospettato all’epoca anche di simpatie ancora più a destra. Il suo mandato fu breve, per ragioni di salute. Il successore fu Giuseppe Saragat, fondatore del Partito Socialista Democratico. Si dirà: ecco il primo Presidente di sinistra. Non esattamente: il PSDI non era il Partito Socialdemocratico tedesco. Nacque dalla scissione di Palazzo Barberini nel 1947, finalizzata ad indebolire i partiti di sinistra ed estrometterli dal Governo. Il PSDI fu sempre organico al blocco di potere democristiano e, proprio per il suo ruolo di frontiera, si caratterizzò come il più anticomunista. In Italia, anticomunista voleva dire opposto al Partito Comunista Italiano, che, almeno dalla “svolta di Salerno” del 1944 in poi, di comunista aveva ben poco, a parte il nome. Dopo Saragat, fu la volta del giurista Giovanni Leone, democristiano anche lui, che a sentirsi definire di sinistra o di centro-sinistra si sarebbe meravigliato o offeso.
Bisognò aspettare il 1978 per avere il primo Presidente della Repubblica di sinistra, Sandro Pertini. Anche lì la storia è un po’ particolare e tutta italiana. Il 1978 fu un anno fuori dall’ordinario. Il 16 marzo, in via Fani a Roma, cinque agenti di scorta furono uccisi dalla Brigate Rosse e fu rapito il Presidente della DC Aldo Moro. Quel giorno il Parlamento votò, compreso il PCI, la fiducia al IV Governo Andreotti. Con i limiti imposti dalla collocazione internazionale, cadeva lo steccato tra le due principali forze politiche popolari e la cosa non piaceva a tutti. Il sequestro Moro finì cinquantacinque giorni dopo con l’uccisione dello statista democristiano.
Bettino Craxi si incuneò nella difficile relazione tra PCI e DC e, esercitando il potere di ricatto che la complessa situazione politica gli offriva, avanzò la pretesa di un Presidente della Repubblica socialista, cioè del suo partito. La DC, che preferiva blandire i propri avversari, anziché combatterli frontalmente, abbozzò, ma accettò come nome il meno craxiano dei socialisti. Giova ricordare che nello stesso anno 1978 fu approvata la legge 194 sulla interruzione volontaria di gravidanza, la legge 392 sull’equo canone nelle locazioni e la legge 833 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale. Nel 1970 era sta approvato il divorzio, confermato dal referendum del 1974, e nel 1975 il nuovo diritto di famiglia. I fondamenti del nostro stato di diritto e del nostro stato sociale si reggono tuttora su quei provvedimenti degli anni Settanta del secolo scorso, riduttivamente ricordati solo come “anni di piombo”.
Nel 1985 ritornò alla Presidenza un democristiano, Francesco Cossiga, che è difficile etichettare, se non come cossighiano. Si dimise con qualche mese di anticipo. Nel 1992 salì al colle del Quirinale Oscar Luigi Scalfaro, un democristiano conservatore. Nel 1999 fu la volta del banchiere ed economista Carlo Azeglio Ciampi. Finalmente arriva un Presidente di centrosinistra nel 2006, nella persona di Giorgio Napolitano. Così come il suo successore, Sergio Mattarella, Presidente in carica dal 2015. Tutti i Presidenti sono stati figure di rilievo, che hanno interpretato al massimo livello il loro ruolo di garanti dell’unità nazionale e del funzionamento delle istituzioni repubblicane. A maggior ragione questo si può dire degli ultimi due, che hanno dovuto affrontare situazioni complesse con equilibrio, rigore e determinazione, liberi dalla loro matrice di provenienza; come il Parlamento ha riconosciuto rinnovando ad entrambi il mandato con ampie maggioranze.
Che cosa intende dunque Giorgia Meloni quando dice “non di centrosinistra”, visto che questa etichetta si può affibbiare, solo come provenienza, non come comportamento, a tre Capi dello Stato su dodici? L’interpretazione allarmante potrebbe essere questa: tutti i Presidenti sono stati espressione di quello che un tempo si definiva “arco costituzionale”, cioè delle culture politiche artefici e figlie della Repubblica nata con la Liberazione dalla dittatura fascista. “Non di centrosinistra”, nella metalingua meloniana, potrebbe significare “espressione degli sconfitti del 25 Aprile, cha hanno finalmente la loro rivincita”.
La seconda modalità di lettura è, per così dire, più rassicurante. Sappiamo dall’inizio che il Governo in carica si è caratterizzato per due aspetti: la propaganda efficace e l’occupazione del potere. Quest’ultima è stata sistematica, basata prevalentemente sul criterio della fedeltà, ma evitando di mettere a rischio gli asset più strategici. Per sintetizzare, una occupazione pervasiva e identitaria, senza perdere di vista un minimo di prudenza. Con un’altra connotazione: il melonismo sembra più interessato a occupare il potere che a usarlo. Questo è il Governo del non fare, propaganda a parte, in ossequio all’antico adagio “chi non fa, non sbaglia”. Se così fosse, la conquista del colle più alto non sarebbe finalizzata a chissà quale obiettivo, ma solo a segnare un’altra tacca, l’unica che ancora manca.
Resta comunque una considerazione: quale che sia l’interpretazione prescelta, per Giorgia Meloni il Presidente della Repubblica perde il suo ruolo super partes, ma diventa a tutti gli effetti di parte, meglio se la sua.













































Commenti