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Viaggio in Giappone, il paese dei codici invisibili

Dalle Alpi giapponesi a Kyoto, dove ogni gesto è una regola non scritta

Terza puntata  


di Ivano Barbiero


Prima di lasciare Tokyo e proseguire il viaggio verso altre regioni del Giappone, sento il bisogno di fermarmi qualche minuto. Lo faccio sul ponte che attraversa il fiume Sumida River, nel quartiere di Asakusa, a pochi passi dal piccolo chiosco sotterraneo reso celebre dal film Perfect Days di Wim Wenders. È un luogo che invita naturalmente alla riflessione.

Di fronte a me si staglia uno dei panorami più fotografati della capitale. Da una parte la slanciata Tokyo Skytree, dall'altra l'inconfondibile edificio della Asahi Beer Hall con la sua gigantesca scultura dorata progettata da Philippe Starck.

Nelle intenzioni dell'autore dovrebbe rappresentare una fiamma, il simbolo dell'energia e della schiuma che sale da un boccale di birra. Ma la fantasia popolare è andata in tutt'altra direzione. Da anni i giapponesi la chiamano scherzosamente "kin no unko", cioè "lo stronzo d'oro". Basta guardarla per capire il perché. Fa sorridere pensare che nessuno abbia mai pensato di modificarla: è diventata ormai parte integrante del paesaggio urbano e, nel bene e nel male, uno dei simboli più riconoscibili di Tokyo.

C'è poi un'altra riflessione che questo viaggio mi ha suggerito.

Non mi considero un credente nel senso più pieno del termine. Anzi, forse invidio chi possiede il dono della fede, quella certezza interiore che permette di affrontare la vita con uno sguardo diverso. Ogni volta che entro in un luogo sacro mi torna in mente un pensiero letto più di mezzo secolo fa e mai dimenticato: l'uomo sembra avere un bisogno quasi patologico del soprannaturale. Non ricordo più chi ne fosse l'autore, ma continuo a trovarlo straordinariamente attuale.

Così non giudico. Osservo.

Osservo le persone che si fermano a pregare, che fanno tintinnare le offerte, che acquistano un amuleto, estraggono un oracolo, compiono quei piccoli gesti rituali che mescolano fede, tradizione e una punta di scaramanzia.

E, quasi in contrasto con quell'atmosfera raccolta, noto che appena fuori dai luoghi sacri si apre un piccolo mondo parallelo. Bancarelle e negozietti vendono praticamente di tutto: biscotti, dolci, ventagli, asciugamani, saponette, portachiavi, calamite, souvenir, portafortuna e ogni genere di oggetto immaginabile. È un commercio vivace, colorato, persino allegro, che a un osservatore occidentale potrebbe sembrare fuori luogo accanto a uno spazio dedicato alla spiritualità. Qui, invece, sembra convivere con assoluta naturalezza. Sacro e quotidiano non si escludono: si sfiorano, si intrecciano, quasi si completano.

Forse è anche questo uno degli insegnamenti più discreti che Tokyo lascia a chi la visita: una città capace di far convivere senza apparente contraddizione il silenzio di un tempio, il sorriso davanti a un'enorme "fiamma" che tutti chiamano con un altro nome, e la frenesia di una metropoli che non smette mai di reinventarsi.


 

Takayama e Shirakawa-go: il Giappone che resiste al tempo

Dopo Tokyo il viaggio cambia ritmo. Non nel senso che rallenta davvero, ma nel senso che diventa più leggibile. La grande metropoli giapponese è una soglia: colpisce, disorienta, affascina, ma non spiega fino in fondo il Paese. Per cominciare a capire qualcosa del Giappone bisogna allontanarsi dai suoi quartieri verticali e dai suoi incroci immensi, entrare in città più raccolte, attraversare paesaggi montani, osservare luoghi dove il passato non è stato cancellato dalla modernità ma continua a convivere con essa in modo quasi naturale.

Il primo passaggio è Takayama, nella regione montuosa di Hida. Qui il paesaggio urbano cambia improvvisamente. Le strade si restringono, le case diventano basse e scure, le insegne si fanno discrete. Nel quartiere storico di Sanmachi Suji, tra botteghe tradizionali, distillerie di sakè e abitazioni in legno perfettamente conservate, si ha la sensazione di entrare in un Giappone più riconoscibile, più vicino all’immaginario che per anni abbiamo associato a questo Paese.

Ma è un’impressione che va subito corretta. Takayama non è una scenografia costruita per il turismo. È una città viva che ha mantenuto continuità con il proprio passato senza trasformarlo in folclore. Le case antiche non sono lì soltanto per essere fotografate; continuano a essere usate, abitate, integrate nella vita quotidiana. In questo Paese la tradizione non appare quasi mai come nostalgia. È piuttosto una forma di continuità disciplinata.

Anche il comportamento del gruppo cambia senza accorgersene. Dopo l’impatto iniziale con Tokyo, qui si cammina più lentamente, si osservano meglio i dettagli, si abbassa quasi spontaneamente il tono della voce. È come se gli spazi suggerissero un modo diverso di stare dentro il viaggio.



Da Takayama si raggiunge Shirakawa-go, uno dei villaggi storici più famosi del Giappone, inserito tra le montagne e diventato patrimonio UNESCO per le sue abitazioni in stile gassho-zukuri. Il nome significa letteralmente “a mani giunte”, perché i tetti molto inclinati ricordano due mani accostate in preghiera. Ma dietro quell’immagine quasi poetica c’è una ragione molto concreta: quelle coperture servivano a sopportare il peso delle abbondanti nevicate invernali.



Ed è proprio qui che si coglie uno degli aspetti più affascinanti: ciò che appare armonioso raramente nasce da una semplice ricerca estetica. La bellezza è quasi sempre il risultato di un equilibrio tra necessità, funzionalità e misura.

Shirakawa-go rischia facilmente di essere ridotto a luogo da cartolina. In realtà racconta una civiltà di montagna costruita sull’adattamento climatico, sulla vita comunitaria, su tecniche tramandate nel tempo. Anche il silenzio che avvolge il villaggio sembra parte integrante del paesaggio. Non è un silenzio vuoto, ma una forma di rispetto verso lo spazio circostante.


A rompere quell’atmosfera quasi fiabesca è comparso un dettaglio inatteso, dopo che un pulmino, a pagamento, ci ha trasportato su un’altura per potere ammirare il villaggio da una posizione panoramica: un cartello con la scritta "Attenzione agli orsi". Non è un richiamo folcloristico. Gli orsi neri asiatici vivono realmente nelle foreste che circondano Shirakawa-go e, negli ultimi anni, si sono avvicinati sempre più spesso alle case e ai sentieri. Gli attacchi mortali qui sono eccezionali, ma il rischio è considerato sufficientemente concreto da indurre le autorità a chiudere percorsi e a invitare i visitatori alla prudenza.» È uno di quei dettagli che ricordano come, appena oltre il villaggio, la natura giapponese resti ancora autentica e selvaggia.».

 

Kanazawa, dove la bellezza non si ostenta

La tappa successiva, Kanazawa, introduce un altro volto del Giappone. Meno rurale, più urbano, ma non meno legato alla propria storia. Qui sopravvivono quartieri che raccontano ancora il mondo dei samurai e delle geishe, due figure spesso banalizzate o fraintese in Occidente.


Nel quartiere di Nagamachi si trovano le antiche residenze dei samurai, la classe militare e amministrativa che per secoli ha governato il Paese. Le strade sono ordinate, i muri in terra battuta, le abitazioni sobrie. Colpisce soprattutto l’assenza di ostentazione. Anche il prestigio, qui, sembra esprimersi attraverso la misura.

Poco distante, nel quartiere di Higashi Chaya, sopravvive invece il ricordo delle geishe, o più precisamente delle artiste dell’intrattenimento tradizionale, addestrate nella musica, nella danza e nella conversazione. Le case da tè in legno, le strade eleganti, la delicatezza degli ambienti restituiscono l’idea di un mondo fondato più sulla disciplina estetica che sull’apparenza spettacolare.

Kanazawa ospita anche il Kenroku-en, considerato uno dei più bei giardini del Giappone. E qui si comprende un’altra differenza fondamentale rispetto allo sguardo occidentale. Un giardino giapponese non è uno spazio naturale lasciato libero di crescere. È una costruzione attentissima, dove ogni pietra, ogni albero, ogni specchio d’acqua viene disposto per creare un equilibrio visivo e simbolico. Nulla è davvero casuale, anche quando tutto sembra spontaneo.


 Il mercato dove il pesce costa meno della frutta

A Kanazawa visito anche il mercato coperto di Omicho, il cuore gastronomico della città da oltre tre secoli. È qui che si comprende quanto il Mare del Giappone rappresenti una ricchezza quotidiana. I banchi sono un'esplosione di colori: granchi giganteschi, gamberi, ricci di mare, ostriche, calamari e decine di specie che in Italia arrivano raramente.

La sorpresa, però, arriva osservando i cartellini.

Il pesce, pur freschissimo, ha spesso prezzi sorprendentemente accessibili, molto inferiori a quelli che ci si aspetterebbe in Europa. La frutta racconta invece un'altra storia. Pesche, ciliegie e altri frutti di qualità sono considerati quasi prodotti di lusso. In Giappone la frutta viene coltivata con una cura quasi maniacale, spesso destinata anche ai regali importanti, e questo ne fa salire notevolmente il prezzo. Così può capitare che un granchio costi meno di una confezione di pesche perfette. È uno di quei piccoli paradossi che aiutano a capire quanto diversa sia la scala dei valori alimentari giapponesi.

 


Kyoto, la disciplina nella bellezza.

E poi arriva Kyoto, forse la città più carica di aspettative per qualsiasi viaggiatore occidentale. Templi, giardini, pagode, geishe, santuari: tutto sembra corrispondere all’immagine che da anni associamo al Giappone tradizionale. Ed è proprio per questo che Kyoto rischia spesso di essere fraintesa.


Kyoto non è soltanto una raccolta di monumenti celebri. È una città che si comprende soprattutto attraverso i comportamenti. Certo, ci sono luoghi simbolici come il Kinkaku-ji, il celebre Padiglione d’Oro rivestito di foglia dorata, oppure il santuario Heian Jingu con il suo grande torii rosso. C’è il quartiere storico di Gion, legato alla tradizione delle geiko, le geishe di Kyoto. E c’è il castello di Nijo, che conserva ancora le tracce del potere dello shogunato Tokugawa.

Ma più dei luoghi contano i gesti. Togliersi le scarpe prima di entrare in certi ambienti, rispettare i percorsi nei templi, abbassare la voce, osservare il silenzio nei santuari. Kyoto sembra insegnare lentamente che il viaggio in Giappone non è soltanto uno spostamento geografico, ma anche un esercizio di attenzione.




Eppure, accanto a questa dimensione quasi rituale, il Giappone contemporaneo continua a emergere ovunque nei dettagli più inattesi. In alcuni quartieri urbani compaiono nuovamente lunghe file di macchinette colorate, le Gashapon.  E ancora le sale del pachinko., uno dei fenomeni più particolari del Giappone urbano. Le sale si riconoscono dal rumore continuo che esce all’esterno: luci, suoni metallici, file di macchine davanti alle quali i giocatori siedono concentrati facendo scorrere piccole palline d’acciaio lungo percorsi meccanici.



Per un osservatore occidentale può sembrare un ambiente quasi caotico, in netto contrasto con il resto del Paese. Eppure, anche lì domina una forma di disciplina silenziosa: ognuno resta isolato nel proprio spazio, senza eccessi visibili, senza scene.

 

Il filo invisibile

Mettendo insieme tutti questi elementi si potrebbe pensare a un mosaico incoerente. In realtà il filo che tiene insieme tutto è molto preciso.

In Giappone niente è mai soltanto quello che sembra. La tradizione non è mai semplice nostalgia del passato. Il gioco non è soltanto svago. L’eccesso non è mai completamente libero. Tutto viene inserito dentro un sistema di regole, equilibri e comportamenti condivisi. Ed è forse proprio questa la sensazione che accompagna il viaggiatore man mano che il percorso prosegue: la scoperta di un Paese composto da livelli sovrapposti che convivono senza annullarsi mai davvero.

Un Paese che continua a sfuggire alle definizioni semplici proprio mentre sembra, lentamente, cominciare a rivelarsi.

Continua/3


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