Negazioni e rimozioni che uccidono: il caldo estremo e le guerre intorno a noi
- Caterina Mele
- 2 lug
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di Caterina Mele

Un politico italiano di spicco ha recentemente affermato che ci abitueremo al caldo caraibico e non ne moriremo. Con questa battuta ha voluto fare due cose: minimizzare gli effetti e la portata dell’ondata di calore che ci sta attanagliando da quasi un mese, e accostare il caldo anomalo di questi giorni ai Caraibi, evocando immagini di sole, spiagge e vacanze.
Il cambiamento climatico è già arrivato
Ma la realtà è molto diversa. Di questo caldo si muore, eccome. Le ondate di calore sono riconosciute dalla comunità scientifica come una delle cause più rilevanti di mortalità a breve termine della popolazione più fragile e degli anziani, tant’è che esiste da venti anni un "Piano nazionale di prevenzione e allerta degli effetti sulla salute delle ondate di calore" del CCM (Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie) del Ministero della Salute. Quella attuale ha comportato finora sul territorio europeo circa 1300 morti in più del normale (dati OMS riportati sul portale dell’Ansa del 28 giugno). E l’estate è appena iniziata, perciò è probabile che altre ondate di calore arriveranno prima della fine di settembre.
Il cambiamento climatico non sta arrivando, è già qui con noi e i suoi effetti sono ormai divenuti chiaramente percepibili. Fino all’inizio di questo secolo le heatwave erano un fenomeno raro, ma a partire dall’estate del 2003 hanno iniziato a farsi sentire con maggiore frequenza e intensità. Prendendo come esempio i dati climatici osservati a Torino nell’ultimo cinquantennio (Analisi di vulnerabilità climatica della città di Torino, 2020) e le anomalie delle temperature massime e minime annuali riportate nel grafico sottostante, è molto evidente una tendenza ad un innalzamento progressivo con una curva più ripida negli ultimi decenni.

Torino aveva un clima freddo per la sua vicinanza con le Alpi, i suoi portici, che tanto la caratterizzano architettonicamente, servivano a mitigare gli effetti di un clima rigido e piovoso. Coloro che sono nati prima del 2000 sanno che la neve in città d’inverno era una cosa frequente e normale, la pioggia abbondante anche durante l’estate, ma non con bombe d’acqua, la vegetazione, i prati e gli alberi erano verdi e rigogliosi, mai segnati dal caldo e dalla siccità. In pochi decenni Torino e il Piemonte si stanno avviando a diventare climaticamente non già dei luoghi caraibici, ma qualcosa di molto simile all’Afghanistan e più rapidamente di quanto si pensi, perché le zone alpine e limitrofe sono hotspot climatici, luoghi in cui il cambiamento avviene più rapidamente che altrove, e più si sale di quota più l’effetto è evidente, e anche la stessa Europa nel suo complesso può essere considerata un ampio hotspot climatico.
A rischio sopravvivenza
Questo ovviamente ha delle conseguenze importanti sulla disponibilità dell’acqua per gli usi potabili e per l’agricoltura e quindi sulla disponibilità di cibo, sulla sopravvivenza di interi habitat di animali e piante già sotto stress per la pressione antropica molto elevata delle nostre aree intensamente urbanizzate. Per tornare quindi alla affermazione iniziale, di caldo si muore e il cambiamento climatico sta impattando su tutto il territorio del nostro Paese in modo sempre più evidente e drammatico e se non avvieremo risposte efficaci ed urgenti per contrastarlo, i prossimi migranti climatici potremmo essere noi italiani, con buona pace di chi va predicando assurdità prive di fondamento come la “remigrazione”.
La comunità scientifica globale attraverso l’IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change, da anni ormai ha asseverato e convenuto che il rapido surriscaldamento del pianeta è di origine antropica ed è dovuto alle enormi emissioni di gas climalteranti legati ai combustibili fossili utilizzati nelle attività umane. Il peso e la responsabilità del cambiamento non sono uniformi, i paesi occidentali, primi tra tutti gli Stati Uniti e l’Unione Europea, ora insieme a Cina e India, sono quelli che maggiormente hanno contribuito e contribuiscono alle emissioni, e non tutte le attività umane hanno lo stesso peso, in questa sede può essere interessante soffermarsi su una particolare attività umana, piuttosto insensata, che è quella di produrre armi micidiali e fare la guerra.
Gli impressionanti danni ambientali provocati dai conflitti
In questo momento nel mondo sono in corso oltre 100 conflitti armati di differente ampiezza e intensità[1], tra questi oltre a Ucraina, Gaza e Cisgiordania, Iran, possiamo ricordare quelli in Yemen, Siria, Etiopia, Somalia, Sudan, Myanmar, Afghanistan, Haiti, nella Repubblica Democratica del Congo, nel Burkina Faso, in Mali, Niger, Sudan del Sud e molti altri. Oltre agli aspetti di distruzione, violazione dei diritti umani, morte e atrocità che accompagnano le guerre e tutte le forme di conflitto armato, ne conseguono enormi danni ambientali che concorrono a destabilizzare l’intera biosfera terrestre e ad incrementare il surriscaldamento del pianeta.
Le guerre più recenti in Palestina, in Iran, e quella Russo-Ucraina, fanno uso di armi supertecnologiche e di bombe ad alta intensità che amplificano i danni ambientali e sono responsabili direttamente e indirettamente di milioni di tonnellate di CO2.
Da ottobre 2023 con l’avvio della guerra dello Stato ebraico a Gaza fino a ottobre 2025, l’Euro-Med Human Rights Monitor ha stimato che Israele abbia sganciato in totale su Gaza, un’area di soli 360 chilometri quadrati, meno della metà della città di Hiroshima nel 1945, oltre 85.000 tonnellate di bombe (le stime sono per difetto vista la difficoltà di reperire i dati nella Striscia), che significa più delle due bombe atomiche che furono lanciate in Giappone alla fine della seconda guerra mondiale. La portata dei bombardamenti sulla Striscia di Gaza supera di gran lunga quelle dei bombardamenti di Dresda, Colonia e Amburgo durante la II guerra mondiale. Israele inoltre ha fatto uso di munizioni a grappolo e fosforo bianco (vietati dal diritto internazionale) che brucia a temperature estremamente elevate, aderendo alla pelle e causando gravi danni ai tessuti.
Nonostante la difficoltà di reperire dati attendibili e aggiornati, diversi studi hanno inoltre stimato che nei primi 15 mesi della guerra di Israele contro Gaza le emissioni dovute ai bombardamenti hanno superato i 31 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Alle emissioni causate dal conflitto si dovranno poi sommare i costi climatici indiretti, relativi alle ricostruzioni che, per la Striscia di Gaza, potrebbero avere la dimensione delle emissioni annuali del Portogallo o della Svezia[2]. Il conflitto russo-ucraino dal 2022 al 2026 ha generato 311 milioni di t di CO2 (Lennard de Klerk, Initiative on Ghg Accounting of War), una quantità pari a quella emessa annualmente da uno stato come la Francia. Cifre enormi, tali da vanificare quasi completamente i pochi risultati raggiunti a seguito degli Accordi di Parigi sul Clima del 2015 e delle COP successive.
Le emissioni di gas serra prodotte dalle forze armate
Un recentissimo studio (marzo 2026) del Climate and Community Institute, ha stimato che nel periodo compreso tra il 28 febbraio e il 14 marzo, lo scontro tra Iran, Stati Uniti e Israele ha generato oltre 5 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente. Questa cifra supera la produzione totale annuale di CO2 di un Paese come l’Islanda ed equivale all’inquinamento prodotto da un milione circa di autoveicoli a benzina. A tutto questo dobbiamo aggiungere che anche se non è attivamente impiegato nelle guerre, il comparto delle forze armate a livello mondiale produce circa il 5,5% delle emissioni annuali di gas serra, in pratica, se fosse uno stato occuperebbe il quarto posto come soggetto responsabile dopo USA, Cina e India[3]
Le sole forze armate statunitensi emettono direttamente oltre 40 milioni di t di CO₂ l’anno, classificandosi come il 54° produttore mondiale. Si tratta di quantità estremamente rilevanti che rimangono fuori dal conteggio delle emissioni, infatti sia il Protocollo di Kyoto sia gli Accordi di Parigi sul clima del 2015 hanno consentito che la rendicontazione delle emissioni militari sia interamente volontaria. L’Unione Europea ha da poco varato il piano ReArm Europe (o Readiness 2030) del costo record di oltre 800 miliardi di euro. Tale piano, se interamente attuato, genererà fino a 218 milioni di t di CO2 in più ogni anno e la corsa agli armamenti decisa in sede Nato impatterà per i prossimi 10 anni con il rilascio in atmosfera di ulteriori 1.320 tonnellate di CO2 equivalenti , che si aggiunge a quanto è stato emesso nelle guerre in corso in medio oriente, Palestina e Iran.[4]
Non si rinunci a capire qual è la posta in gioco
Da tutto ciò emerge una inequivocabile verità, ogni guerra oltre a portare con sé morte e distruzione delle popolazioni e dei territori coinvolti, concorre a destabilizzare in modo sempre più irreversibile l’intera biosfera terrestre e il clima planetario. Le armi sempre più potenti e distruttive, utilizzate insieme ai sistemi di Intelligenza Artificiale, che vengono impiegate negli attuali teatri di guerra, sono in grado di infliggere danni mortali non solo agli esseri umani ma anche all’ambiente che ci ospita. Se non saremo in grado di fermare l’intreccio perverso tra economia, finanza e guerra che sta alla base dell’attuale instabilità geopolitica mondiale, gestito da una ristrettissima cerchia di tecno-plutocrati globali, noi, ma soprattutto i nostri figli e i nostri nipoti, pagheremo un prezzo altissimo per aver devastato e reso inospitale il mondo che abitiamo. Abbiamo urgentemente bisogno di leader politici preparati, che comprendano qual è la posta in gioco, non affaristi prezzolati o servi sciocchi, e abbiamo bisogno di elettori consapevoli e informati, perché solo un’economia di pace, disarmante e disarmata, potrà salvare noi stessi e il pianeta.
Note
[1] (Dati Uppsala Conflict Data Program, https://www.oxfamitalia.org/guerre-attuali-nel-mondo/)
[3](dati CEOBS, Conflict and Environment Observatory 2025).









CRISI CLIMATICA … ben oltre il cambiamento climatico ! Le definizioni sono importanti e se usate darebbero ancora più contenuto a un più che condivisibile articolo