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Marcello Fiasconaro ha perduto il record, ma rimane storia incancellabile dell’atletica italiana

  • Vice
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 1 giorno fa

di Vice


Il record di Marcello Luigi Fiasconaro 1' 43'' 7 sugli 800 metri è "caduto" a Nancy, Francia, dopo 53 anni e 6 giorni. A batterlo nella serata di ieri, 3 luglio, il ventitreenne bresciano Francesco Pernici con una prestazione inferiore di un decimo, 1' 43'' e 6.

Era il primato più longevo dell'atletica leggera italiana ed era stato primato mondiale fino alle Olimpiadi di Montreal nel luglio del 1976, superato dal fuoriclasse cubano Alberto Juantorena, primo atleta a vincere 400 e 800 metri in un'unica edizione, mentre il primato europeo aveva resistito ancora altre tre anni, prima di essere cancellato dallo spettacolare passo di Sebastian Coe.

Un record da leggenda. Che ricorda quello del saltatore in lungo Arturo Maffei, 7,73 metri stabilito nel 1936 a Berlino, messo in archivio 32 anni dopo da Giuseppe Gentile, "il Gattopardo" dell'atletica italiana, attore nel ruolo di Giasone nel film Medea diretto da Pier Paolo Pasolini, e il record di Pietro Mennea sui 200 metri piani, 19'' 72 che ancora resiste a livello europeo e italiano dal 1979.

Considerato una sorta di icona per gli appassionati di atletica o per gli enciclopedici dello sport a prescindere, Marcello Fiasconaro ritorna, anche se per un giorno, ad abitare nella memoria degli anni Settanta, con l'inevitabile carico di nostalgia per quel decennio di importanti aspettative. Che Marcello non aveva deluso sul piano sportivo, anche se è stato più volte tradito dai suoi tendini alla vigilia di grandi appuntamenti. Su tutti, le Olimpiadi di Monaco.

"Marcello, come here...", ricordate la seducente 'Anita Ekberg ne La dolce vita di Fellini, che ancora oggi affascina i cinefili? La storia di Fiasconaro comincia con qualcosa di simile a "Marcello, come here". Lo è in una chiave diversa, ma possiede lo stesso fascino profondo se lo si cala nell'atletica italiana degli anni Settanta dominata dalla personalità esuberante di Primo Nebiolo, vulcanico padre padrone della Fidal (Federazione italiana di atletica leggera), intenzionato a fare grande la regina degli sport. E ci sarebbe riuscito, anche se in alcune circostanze con l'ausilio di comportamenti spregiudicati, per usare un eufemismo.

Fu così, interpretando questa sua missione come il cammino verso la terra promessa, che l'allora presidente anche del Cus Torino aveva scoperto il ventunenne Marcello, nato in Sudafrica, in quella terra di apartheid che aveva accolto il padre Gregorio Fiasconaro, siciliano, ufficiale dell'aeronautica nella II guerra mondiale, prima in un campo di prigionia britannico, poi da uomo libero che là aveva scelto di costruirsi una famiglia e di realizzarsi come direttore d'orchestra.

Alto e dotato di una struttura muscolare robusta e resistente che l'aveva avvicinato al rugby a ottimi livelli, capelli lunghi, ma non lunghissimi, secondo la moda dei tempi, baffetti sbarazzini che gli conferivano un'aria da guascone, Marcello Fiasconaro debuttò su una pista italiana, l'Arena di Milano, davanti a 25mila spettatori, la sera del 2 luglio 1971. E il suo fu un biglietto di presentazione che fece lievitare le azioni di Nebiolo in 46 secondi e 7 decimi, quarto tempo in assoluto sui 400 metri nel guinness dei primati dell'atletismo italico, a cinque decimi dal record di un altro personaggio autentico e spavaldo dell'atletica italiana, il compianto Sergio Ottolina. Un record in bilico.

Cinque secondi e poi..., un record partirà: parafrasando la cantata da Maurizio a Un disco per l'Estate del 1968, Fiasconaro lo polverizzò - quel record - in 45'' e 7 decimi sei giorni dopo, l'8 luglio. Sulla pista dell'Olimpico di Roma, ai campionati italiani che videro illuminarsi un'altra grande stella dell'atletica italiana, Pietro Mennea sui 200 metri, Marcello portò qualcuno a scrivere con saggia lungimiranza: "si tratta di un vero campione, di un superman a livello americano". Non tutti concordavano. I "puristi" dissero che correva male, con le gambe storte e le ginocchia che si sfioravano. A tacitarli arrivò una campionessa dei 400 metri, simpatica e senza peli sulla lingua, la bolognese Donata Govoni, che liquidò gli ipercritici con una battuta tagliente: "Marcello ha tanti difetti? Li vorrei anche io...".

L'atletica italiana cominciava a sognare nuovi traguardi per Fiasconaro già nell'immediato, agli Europei di Helsinki in quella specialità che in gergo è chiamata "il giro della morte". Per la verità, l'Italia in generale, in quell'estate del 1971, sognava un po' meno e aveva il fiato sospeso per le notizie scandite dai telegiornali sui moti di Reggio Calabria, violenze e scontri guidati da un giovane missino, Ciccio Franco, il cui nome sarebbe diventato famoso al grido di "boia chi molla". Non andava meglio in Europa, con una guerra civile in corso a Belfast, nell'Irlanda del Nord, paragonata alla ribellione del 1921, in cui l'esercito inglese di sua Maestà britannica mostrava di essere lo stesso spietatamente colonialista con cui era passato alla storia. Nel continente a sud, sulla riviera atlantica, le cronache erano occupate dal tentato colpo di stato ordito da militari in Marocco contro il re Hassan II; golpe stroncato nel sangue e con la fucilazione dei congiurati, generali e colonnelli infedeli. Al mondo non restava che consolarsi con le "passeggiate" sulla Luna degli astronauti della missione Apollo 15, Scott e Irwin, in giro sulla crosta lunare a raccogliere sassi vecchi di miliardi di anni.

Agli italiani, che stravedono per il pittoresco Fiasconaro, diventato ormai più italiano nell'immaginario collettivo di quanto non dica il suo passaporto, gli Europei di Helsinki regalano però una piccola delusione: l'atleta sale sul podio, ma dietro l'inglese David Jenkins. Una gara tatticamente sbagliata sull'avversario sbagliato, il polacco di nome, con un recupero negli ultimi metri che regala soltanto un spalla a spalla da cardiopalmo, insufficiente per la vittoria. Nel mezzofondo veloce, ci pensa Franco Arese, a far salire il tricolore sul pennone più alto. Fiasconaro raccoglie un'altra medaglia, di bronzo, nella 4x400.

Ma la sera del 27 giugno 1973, il ragazzo venuto dal Sudafrica spazzò via tutte le delusioni e si gettò alle spalle i rimpianti per le occasioni mancate, e scrisse un pezzo di storia alla sua maniera, iscrivendo con la sua possente falcata, forse non contemplata dai sacri testi del mezzofondo, il suo nome nel libro d'oro degli 800 metri. Limò di sei decimi il tempo che era di Peter Snell, il neozelandese gran collezionatore di record e di medaglie olimpiche (Roma e Tokio). Un trionfo.





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