La Stanza del pensiero Critico. L’America che ignora lavoro e ambiente: il nichilismo di Trump
- Savino Pezzotta
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Aggiornamento: 9 ore fa
di Savino Pezzotta

C’è un momento, nel discorso di Trump del 4 luglio, in cui la scena sembra slittare. Le bandiere, i veterani, la retorica della grandezza nazionale: tutto procede secondo copione. Ma ciò che manca – ciò che non viene detto – pesa più delle parole pronunciate. È un’assenza che diventa sostanza politica. In un’America che brucia, che si allaga, che perde pezzi di industria e di dignità operaia, il presidente sceglie di non parlare né del lavoro, né dell’ambiente. E questa omissione non è casuale: è la forma più pura del suo progetto.
Il discorso dell’Independence Day è stato un lungo esercizio di autocelebrazione. Un Paese “più forte, più ricco, più sicuro che mai”, una potenza che “vince le guerre in un giorno”, un popolo che “ha fatto più progresso di chiunque altro”. La realtà materiale – salari, fabbriche, precarietà, incendi, alluvioni – viene espulsa dal quadro. Trump non parla dei lavoratori perché non li vede: vede solo la nazione come corpo astratto, una massa compatta che deve obbedire, celebrare, combattere. Il lavoro, nella sua narrazione, non è condizione, ma ornamento: serve a dimostrare che l’America è grande, non che gli americani vivono meglio.
Eppure, mentre lui parla, il Paese reale è altrove. Le città industriali continuano a perdere posti, la transizione energetica è un campo di battaglia, i salari non tengono il passo con l’inflazione, la Gig economy divora intere generazioni. Ma nel suo racconto non c’è spazio per la fatica, per la contrattazione, per il conflitto sociale. Il lavoro non è un tema: è un rumore di fondo da silenziare. L’unico accenno all’economia arriva come lamento sul costo dell’energia, attribuito alla guerra con l’Iran. Non una riflessione, non una proposta: solo la solita formula, la colpa è sempre altrove.
Ancora più evidente è la rimozione dell’ambiente. Nessun riferimento alla crisi climatica, alle emissioni, alle ondate di calore che devastano il Midwest, agli incendi che ogni estate divorano interi Stati. Nessuna parola sulle politiche energetiche, sulle rinnovabili, sulla necessità di una transizione che non lasci indietro nessuno. L’ambiente, per Trump, non esiste. Esiste solo la minaccia ideologica: i “nemici interni”, i “comunisti”, gli immigrati che porterebbero idee incompatibili con la “vera America”. La natura non è un problema politico: è un fondale da ignorare, un rumore che disturba la narrazione della potenza.
Ed è qui che si apre il punto più inquietante: questa politica del nulla non è solo vuota, è nichilista. Non è una semplice omissione: è una strategia. Cancellare il lavoro e la terra dal discorso pubblico significa dichiarare che la vita concreta non conta. Significa costruire una politica che non ha oggetti, non ha corpi, non ha mondo. Una politica che si declina fuori dalla realtà contingente, che non riconosce la fatica quotidiana, la vulnerabilità climatica, la precarietà sociale. Una politica che non nomina nulla perché non vuole rispondere di nulla. E proprio per questo è pericolosa: perché quando il potere smette di vedere la realtà, smette anche di essere vincolato da essa. Diventa puro gesto, pura propaganda, pura identità. Diventa un esercizio di forza senza responsabilità. Un nichilismo operativo.
Trump continua a evocare il comunismo come spettro, come fantasma utile a compattare i suoi. Ma quel comunismo non c’è più: esiste solo come figura retorica, come nemico immaginario. Mentre combatte quel fantasma, Trump incarna il nichilismo: il crollo dei valori, la dissoluzione del senso, la sostituzione del mondo con la sua caricatura: quando la politica diventa spettacolo, quando la verità diventa immagine, quando la realtà viene espulsa, allora il nichilismo non è un’idea – è un fatto.
Quando la politica smette di parlare del lavoro, quando la produzione materiale viene espulsa dal discorso pubblico, quando la vita concreta non è più nominata, allora il potere diventa ideologia pura, una costruzione che non risponde ai bisogni, ma li cancella. Sappiamo che molte volte il comunismo è stato usato come spauracchio dalle classi dominanti: non per combattere un nemico reale, ma per evitare che i lavoratori guardassero la propria condizione. Trump fa esattamente questo: agita il comunismo come spettro per non parlare del lavoro come realtà. E così, mentre teme il comunismo come fantasma, realizza il nichilismo come destino.
Il cuore del discorso è tutto lì: identità, guerra, paura. La celebrazione dei veterani come scenografia morale, la promessa di un Paese che “non si farà mai piegare”, la richiesta di approvare leggi elettorali controverse presentate come difesa della libertà. È un linguaggio che non parla ai cittadini, ma ai sudditi. Non parla ai lavoratori, ma ai patrioti. Non parla alle comunità colpite dagli eventi estremi, ma ai militari schierati sul palco. La politica diventa spettacolo, la realtà scompare.
E allora la domanda è semplice: cosa significa un’America che festeggia la propria indipendenza senza nominare il lavoro e senza nominare la terra? Significa un Paese che si racconta libero mentre ignora le condizioni materiali della sua libertà. Significa un governo che preferisce la retorica alla responsabilità, la propaganda alla cura, la potenza alla giustizia. Significa che la crisi sociale e la crisi climatica non sono solo problemi: sono tabù.
In questo silenzio, però, c’è anche una verità che riguarda noi. Perché ogni volta che il potere cancella il lavoro e l’ambiente dal discorso pubblico, sta dicendo che la vita concreta non conta. Che ciò che conta è la narrazione, la fedeltà, la paura. E allora il compito di chi crede nella pace, nella giustizia sociale, nella difesa della terra, è proprio questo: riportare la realtà al centro. Rimettere il lavoro nelle mani dei lavoratori. Rimettere la terra nelle mani delle comunità. Rimettere la politica nelle mani di chi la vive, non di chi la usa come palcoscenico.
L’Independence Day dovrebbe essere la festa di un popolo che si libera. Ma quest’anno, nel discorso di Trump, è sembrata la festa di un potere che si autoassolve. E quando il potere si autoassolve, tocca ai cittadini ricordargli che la libertà non è una bandiera: è una condizione materiale. È salario, è aria respirabile, è acqua pulita, è un pianeta che non crolla. È la dignità di chi lavora e la cura di ciò che ci sostiene.
La vera indipendenza, oggi, passa da qui. Non dalle parole che mancano, ma da quelle che dobbiamo tornare tutti a pronunciare.













































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