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Teheran, la folla e il silenzio: l'ambivalente piazza del regime

di Alberto Scafella

Una folla immensa. Telecamere che indugiano sui volti, sulle bandiere, sulle lacrime. Il funerale di Khamenei viene raccontato come la dimostrazione definitiva dell’amore di un popolo per il proprio leader. È un’immagine potente. Ma le immagini, soprattutto quando provengono da un regime, meritano sempre una domanda in più.

Una folla è davvero sempre un consenso? Oppure può essere anche paura, abitudine, obbligo, curiosità, pressione sociale? La storia insegna che le grandi adunate sono state il linguaggio preferito di molti regimi. Le piazze piene impressionano. Le coscienze vuote, molto meno.

In quella marea umana è inevitabile immaginare anche un’altra presenza. Invisibile. Silenziosa. Quella di chi non può più parlare. Delle migliaia di uomini e donne morti nelle carceri, degli oppositori scomparsi, delle vittime delle repressioni, dei giovani che hanno pagato con la vita il desiderio di libertà, delle donne punite per aver chiesto dignità, delle famiglie distrutte dalla violenza di uno Stato che troppo spesso ha scelto la forza al posto del dialogo.

Sono loro la vera folla che manca nelle riprese televisive.

E poi ci sono le vittime oltre i confini iraniani. Perché quando un regime continua ad alimentare gruppi armati, a finanziare conflitti, a invocare la distruzione dei propri nemici e a trasformare l’odio in politica estera, i morti non hanno passaporto. Si accumulano in Medio Oriente, lasciando dietro di sé solo macerie e nuove generazioni educate alla vendetta.

Per questo le immagini del funerale non dovrebbero suscitare solo stupore. Dovrebbero spingere a riflettere. La popolarità non assolve la storia. Le piazze non cancellano le responsabilità. E il numero dei presenti non modifica il peso delle vittime.

Le dittature hanno sempre saputo organizzare funerali grandiosi. Molto meno bene hanno saputo organizzare il futuro.

Il giorno dopo le esequie restano le domande. Un Paese sarà finalmente libero di scegliere senza paura? I giovani potranno parlare senza rischiare la prigione? Le donne saranno considerate cittadine e non suddite? La politica smetterà di alimentare guerre per costruire pace?

Sono queste le domande che contano. Non il numero delle persone in una piazza.

Perché una folla può riempire una capitale. Ma non basta a riempire il vuoto lasciato da una libertà negata.

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