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PIANETA SICUREZZA. La novità del ministro Crosetto: la Guardia Nazionale

Un progetto che non risolve nulla, ma che spiega il nulla su cui poggia l'attuale politica

di Nicola Rossiello


Ogni volta che dalle parti del Ministero della Difesa si torna a parlare di una "guardia nazionale" sul modello americano, chi indossa la divisa delle forze di polizia dovrebbe avere il diritto, prima ancora che il dovere, di chiedere conto di un'idea che non nasce dall'ascolto di chi la sicurezza la fa, ma dall'inseguimento di un'estetica geopolitica importata da fuori, ritagliata su un ordinamento, quello statunitense, che non ha niente da spartire con la Repubblica nata dalla legge 121 del 1981 e dalla scelta, oggi data troppo facilmente per scontata, di smilitarizzare la nostra polizia.


Le contraddizioni del Ministro della Difesa

Lo schema che sta circolando, e che il ministro Guido Crosetto vorrebbe portare in Consiglio dei ministri a luglio, prevede una riserva volontaria su base regionale, richiamabile per crisi gravi, calamità, esigenze di confine, e, qui sta il punto che nessuno deve far passare nel rumore di fondo, "in alcuni scenari" anche a sostegno delle forze di polizia. È una formula a maglie larghe, deliberatamente larghe, scritta nel modo in cui si scrivono le cose che si vogliono fare senza dirle del tutto. Perché un conto è un riservista che impila sacchi di sabbia accanto ai Vigili del Fuoco dopo un'alluvione, un altro conto è un riservista che, per delibera del governo e con il bollo di un'autorizzazione parlamentare condotta in cinque giorni, si trova schierato a presidio del territorio o davanti a una manifestazione.

C'è una contraddizione che il ministro non può aggirare appellandosi alle "nuove sfide" o al "mutato contesto internazionale". È lo stesso Crosetto che, parlando di Strade Sicure, solo pochi mesi fa, aveva sostenuto che i militari servivano per il mestiere per cui sono addestrati, e non per fare ordine pubblico nelle nostre città. Aveva ragione allora. Si era ragionato sul fatto che il soldato non è un poliziotto, che il suo addestramento risponde a una logica diversa, che la presenza armata sulle strade non genera sicurezza percepita ma solo abituazione alla cornice marziale del quotidiano. Quella ragione di allora oggi smentisce il progetto di adesso, perché una riserva impiegabile "a supporto delle forze di polizia" è esattamente l'archetipo che si voleva evitare, vestito di un nome nuovo e di un perimetro più ambiguo.


Dove li mettiamo prefetti e questori?

Nel nostro Paese esistono già quattro forze di polizia generaliste, a cui si aggiungono le polizie locali e una pluralità di articolazioni territoriali con funzioni specifiche, dai corpi forestali regionali alla polizia provinciale, fino alle varie polizie amministrative che presidiano materie particolari. È un sistema stratificato, con sovrapposizioni di competenze che chiunque abbia mai gestito un servizio di ordine pubblico conosce a memoria, e che chiede da decenni razionalizzazione, coordinamento vero, integrazione delle banche dati, omogeneità nella formazione. Aggiungere a questo mosaico un'ulteriore forza, militarmente inquadrata, civilmente non incardinata nella catena del prefetto e del questore, non semplifica nulla, non rafforza nulla, non risponde a nessuna domanda che venga davvero dal territorio. Prefetti e questori che, tra l'altro, ne escono nuovamente svuotati delle loro prerogative e mutilati nella dignità istituzionale e personale.

Occorre essere franchi su un punto che troppo a lungo è stato lasciato al monopolio retorico di una parte sola. La sicurezza non è una questione di destra. Non lo è mai stata, anche se da trent'anni una certa politica ha imparato a parlarne come fosse roba di famiglia. Lo si vede proprio dal metodo. Quando si tratta di far funzionare quello che c'è, di coprire i ventimila vuoti d'organico delle forze di polizia, di restituire dignità a un contratto che ha eroso il potere d'acquisto di chi sta in strada, di rimettere mano alla formazione, alla sicurezza sul lavoro, agli equipaggiamenti che arrivano con anni di ritardo, ai mezzi inadeguati, agli straordinari da 7 euro l'ora pagati con anni di ritardo, allora le casse pubbliche diventano improvvisamente strette, i tempi tecnici si dilatano, i tavoli si convocano e si rinviano. Quando invece si tratta di annunciare una nuova struttura, di moltiplicare le sigle, di inventare un dispositivo aggiuntivo, allora le risorse compaiono nelle slide e i comunicati corrono. È un riflesso politico, non una strategia. Si preferisce sempre l'edificio nuovo accanto a quello che cade a pezzi, perché tagliare un nastro - ma non è chiaro a che cosa serva - produce più consenso che riparare un tetto.


La necessità di competenze autentiche

C'è poi un nodo, ed è cruciale. Per parlare seriamente di sicurezza servono competenze autentiche, riconosciute, costruite negli anni dentro le istituzioni che la sicurezza la fanno, la studiano, la legiferano sul serio. Servono prefetti, magistrati, dirigenti di polizia, accademici, sindacalisti del comparto, criminologi che abbiano visto un'aula di tribunale e una sala operativa. Non bastano, e a tratti danneggiano, le intuizioni estemporanee di chi alla sicurezza è arrivato per altre vie, dopo essersi occupato nella vita di tutt'altre faccende, e che oggi si trova a immaginare l'architettura di un dispositivo armato come se fosse un piano industriale. La storia della Repubblica è piena di riforme della pubblica sicurezza scritte male perché scritte in fretta, perché scritte da chi non aveva mai messo piede in una volante a Scampia o davanti a uno stadio in tensione.

L'ordine e la sicurezza pubblica appartengono all'autorità civile, al ministro dell'Interno e non a quello della Difesa, al prefetto in sede provinciale, al questore in sede tecnica. È un'architettura che non è frutto di una preferenza ideologica, è il modo in cui la Costituzione ha deciso che si tiene insieme la libertà dei cittadini con la presenza dello Stato sulle strade. Spostare anche solo un pezzo di questa architettura dentro un dispositivo militare significa scrivere, senza dirlo, una pagina nuova e oscura del rapporto tra cittadino e forza pubblica.


Non si possono fare sconti su questo passaggio

Difendere il modello civile della sicurezza italiana non è una posizione di parte sindacale, è la sola maniera onesta di restare fedeli a chi, ogni giorno, sotto un'uniforme che pesa per ragioni che vanno molto oltre il tessuto, garantisce a tutti i cittadini un diritto che non sopporta scorciatoie. La sicurezza si costruisce assumendo, formando, pagando il giusto, ricostruendo organici e dignità contrattuale, mettendo mano con coraggio al coordinamento di quel che già esiste. Si fa, soprattutto per un Governo, curando la sicurezza sociale! Non si appalta a una riserva, e non si veste da americana per nascondere che, in Italia, manca semplicemente la volontà politica di investire sulla polizia che abbiamo.

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