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L'EDITORIALE della DOMENICA. DDL 1552 sulla caccia: se lo conosci lo eviti

Ferdinando Laghi*


Il senso del DDL 1552 sulla caccia, attualmente in discussione in Parlamento, si potrebbe descrivere, in estrema sintesi, in poche parole: ai cacciatori viene consentito di fare quello che vogliono, dove vogliono e quando vogliono. La declinazione puntuale di questo increscioso provvedimento è facilmente reperibile in rete. Spesso accompagnata da commenti di forte disappunto e motivate censure. La proposta avanza in Parlamento, malgrado nel Paese si vada sempre più rafforzando un movimento d’opinione che, oltre e più che contrario, è costituito da gente scandalizzata e adirata. La caccia, al di fuori di chi ne trae diletto (?) e di chi, tramite essa, si assicura ingenti entrate economiche (un fucile può arrivare a costare anche molte migliaia di euro, ma poi ci sono le cartucce, l’abbigliamento, i cani…) è un’attività – chiamarlo sport, come usa tra “appassionati”, mi pare francamente eccessivo- che suscita parecchie perplessità e moltissima contrarietà nelle persone, verrebbe da dire “normali”, ma potrebbe suonare offensivo.


Cacciatori, una lobby potentissima

Ma non è questo lo scopo della riflessione che propongo. Di certo il DDL sulla caccia evidenzia come la lobby dei cacciatori sia ben presente e condizionante nei confronti della politica e dell’attuale governo, malgrado il numero dei cacciatori attivi sia in continua e progressiva riduzione. Restando in questo secolo, si è passati, infatti, dagli 800.000 praticanti degli inizi dell’anno 2000 ad un numero, oggi, oscillante tra i 470.000 e i 580.000. In Italia, altre categorie, anche ben più rappresentate, sono assai meno ascoltate. I cacciatori, invece, si dimostrano in numero sufficiente ad alimentare, come si diceva, un importante giro economico e, soprattutto, ad assicurare un ampio bacino elettorale. Perché, in un tempo in cui gli ideali e i riferimenti politici appaiono assai labili e incerti, l’appartenenza al partito unico della "doppietta" fa premio su tutto il resto. E la capillare presenza dei cacciatori con l’organizzazione delle associazioni che li rappresentano, fa il resto. Con buona pace di chi ritenga che spegnere la vita di esseri viventi per puro diletto e non per necessità alimentari, sia una attività ingiustificabile e assai riprovevole.

Come esponente di Isde Italia - Medici per l’Ambiente non posso chiudere questa riflessione senza qualche considerazione proprio sull’impatto ambientale che la caccia ha e che, credo, debba pure essere considerato. Anzitutto, l’utilizzo delle cartucce introduce nell’ambiente metalli pesanti tossici, primo tra tutti il piombo che, contenuto nei pallini, viene disperso a tonnellate ogni anno nelle zone di caccia, risultando inoltre nocivo o mortale per quei volatili che li ingeriscano scambiandoli per piccoli sassi utili alla loro digestione. Il saturnismo, questo è il nome della malattia da piombo, può anche colpire rapaci che si nutrano di prede contaminate o di parte di esse. Ancora più grave è la situazione nelle zone umide dove il piombo si degrada lentamente, contaminando terreni e falde acquifere, fino a entrare nella catena alimentare.

Inquinamento ambientale da piombo

Non a caso, l’Unione Europea (Ue) ha vietato, dal 2023, l’uso del piombo nelle zone umide, mentre è recentissima - giugno 2026 - l’approvazione, da parte del Comitato REACH dell'Ue, del nuovo progetto di regolamento che prevede il bando totale del piombo, a motivo della sua pericolosità. Solo che il “periodo di transizione” è fissato a 7 (!) anni. E in sette anni tante cose possono accadere. Ma altre tonnellate di prodotti tossici vanno ad aggiungersi al piombo. Sono i bossoli esplosi che vengono lasciati in terra o smarriti tra la vegetazione, da parte di chi li ha utilizzati, malgrado la legge imponga l’obbligo di raccoglierli. Ed ecco allora che plastiche – lasciate a deteriorarsi in luoghi dove mai altrimenti sarebbero arrivate, frammentandosi progressivamente dando il loro contributo all’aumento delle micidiali nanoplastiche - e altri metalli (la parte inferiore delle cartucce, i cosiddetti fondelli) vanno ad inquinare l’ambiente.

Ma, tra gli animali, non soltanto quelli colpiti hanno nocumento dall’attività venatoria. Le detonazioni ripetute e l’antropizzazione temporanea determinata dal passaggio dei cacciatori e dei cani, genera stress negli animali e ne altera i normali comportamenti nelle aree che sarebbero di loro specifica pertinenza. Insomma, la biodiversità è fortemente penalizzata dall’attività venatoria e non certo protetta come, con forse involontaria ma certamente macabra ironia, si sostiene nel DDL 1552 (“l’attività venatoria concorre alla tutela della biodiversità e dell’ecosistema”).

Sottovalutati, inoltre, con palese evidenza, i rischi per gli esseri umani, derivanti dall’ampliamento dei periodi di caccia e dalla possibilità di esercitarla anche in ore notturne e sulla neve. In Italia si calcola che siano vittime di incidenti mortali di caccia tra le 10 e le 20 persone all’anno, mentre i feriti sarebbero compresi tra i 30 e i 40 ogni anno. Un trend in diminuzione, a dire il vero, analogamente, per altro al numero dei cacciatori, le cui associazioni, dal canto loro danno numeri minori di morti e feriti. Che restano comunque non accettabili, a opinione di chi scrive, a maggior ragione per la causa che li determina.

                                             

*Vice Presidente Nazionale Isde Italia – Medici per l’Ambiente     

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