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"Il vento lo soffiano i potenti e se non prendi le contromisure ti travolge"

Gli Stati Uniti mostrano che cosa succede quando il lavoro perde potere


di Savino Pezzotta


Nel Paese che il 4 luglio festeggia il suo 250esimo anniversario dalla Rivoluzione che segnò l'inizio della sua indipendenza, il lavoro è stato messo all’angolo. Non è una metafora: è una sequenza di fatti che racconta un paese dove il capitale e la politica governativa ha smesso di riconoscere la dignità delle persone. Case perquisite senza mandato, lavoratori poveri nonostante due impieghi, immigrati indispensabili trattati come scarti, professori puniti per aver parlato. E un’élite che accumula ricchezza a una velocità che il resto della società non può nemmeno immaginare.

Ma il punto su cui vorrei richiamare l’attenzione è un altro: i paesi economicamente dominanti anticipano ciò che può accadere qui. Chi non osserva gli Stati Uniti oggi, domani si sveglia nel loro riflesso.

Lì la contrattazione è stata demolita. La densità sindacale ristretta. I salari reali sono scesi. La quota del PIL destinata ai lavoratori si è contratta. La povertà è esplosa. Il welfare è stato tagliato fino all’osso. La finanziarizzazione ha trasformato imprese, ospedali, scuole, case di cura in macchine di estrazione del valore. Il lavoro è diventato un costo da comprimere, la comunità un ostacolo, il cittadino un cliente da spremere.

E quando un governo decide di cancellare contratti pubblici, ridurre tutele, tagliare sanità e sostegni alimentari, aumentare i prezzi con guerre commerciali, non sta solo governando: sta esportando un modello. Un modello che, se non viene contrastato, si replica.

In Italia non siamo ancora a quel punto, ma la traiettoria è chiara: salari fermi da vent’anni, lavoro frammentato e precario, welfare sotto pressione, fondi che comprano pezzi di vita quotidiana, territori che perdono potere contrattuale, giovani che entrano nel mercato del lavoro già sconfitti.


Non è un destino: è una scelta.

Le scelte sbagliate dei paesi potenti diventano presto le nostre emergenze. Per questo guardare gli Stati Uniti non è un esercizio accademico: è un atto di autodifesa. Chi vuole capire cosa può accadere in Italia deve osservare attentamente ciò che accade nei paesi che dettano le regole economiche globali. Non per imitarli, ma per evitarne la deriva.

La concentrazione della ricchezza, la demolizione del welfare, la privatizzazione dei servizi essenziali, la riduzione del lavoro a merce: tutto questo non è inevitabile. È il risultato di rapporti di forza.

E qui sta il punto tagliente: quando il lavoro perde potere, la democrazia si indebolisce. Negli USA è già successo. In Italia se non si sta attenti potrebbe accadere.

La via d’uscita non è un sogno, non è un disegno armonico, ma gestire con attenzione e giustizia il conflitto. Ricostruire potere contrattuale, difendere il welfare come infrastruttura, non come elemosina. Imporre limiti alla predazione del capitale. Rimettere il lavoro al centro delle decisioni economiche.

Gli Stati Uniti ci mostrano cosa succede quando si lascia correre il capitale per decenni senza contrappesi. L’Italia deve imparare da quella lezione prima che diventi la nostra normalità.

Questo non è un editoriale: è un avviso. Il vento arriva sempre dai paesi potenti. Sta a noi decidere se farci travolgere o cambiare rotta.

 

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