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Per passione, non solo musica e parole...

Il "vino" nuovo dei Rolling Stones


a cura del Baccelliere


Il gruppo nel 1965, da Wikipedia
Il gruppo nel 1965, da Wikipedia

Tanti anni fa su Linus, Riccardo Bertoncelli per un po’ di tempo tenne una rubrica dedicata all’”enologia musicale”. Rockmen illustri, come li chiamava lui, erano paragonati a vini famosi. La metafora enologica è interessante e possiamo guardarla da un altro punto di vista. Se i musicisti, le band in particolare, sono paragonabili a vini, concentriamo il paragone sulla loro durata e sulla permanenza della qualità nel tempo. Insomma qualcuno sarà come il barolo, invecchiando migliorerà. Altri come beaujolais, vini novelli ottimi per una stagione ma non destinati a durare.

Arriviamo così ai giorni nostri che sono fatti - anche - di un disco in uscita, l’ennesimo, dei Rolling Stones. Foreign tongues uscirà venerdì 10 luglio ed è il venticinquesimo album in studio della band. L’album è stato anticipato dal singolo In the stars[1] e conta una lunga sequenza di collaborazioni illustri, da Paul McCartney - vecchio rivale nella dicotomia Beatles vs. Stones - a Robert Smith dei Cure, a Steve Winwood e Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers. Un disco energico.

Tornando al singolo che ha annunciato il disco e al video che lo accompagna, non si può fare a meno di riflettere sul pesante impiego degli effetti digitali che levigano e ringiovaniscono i tre superstiti rimasti - Jagger, Richards e Woods - e addirittura fanno rivivere artificialmente compagni scomparsi - il povero Brian Jones, che peraltro i due sodali non avevano rimpianto così tanto ai tempi.

Allora che vino è quello degli attuali Stones? Non vorremmo, per quanto sono stati amati in questi sessantacinque anni, che si trattasse di roba sofisticata, fatta col bastone come si diceva nelle colline quando non erano ancora patrimonio dell’Unesco.


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