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Il "monarca" Trump nel 250° della nascita degli Usa tra spinte antidemocratiche e tentativi di estendere i poteri presidenziali

Intervista al prof. Bruno Cartosio

di Alberto Ballerino


Nel giorno dei festeggiamenti per il 250esimo della nascita degli Stati Uniti il presidente Donald Trump non ha perduto l'occasione, parlando dal Monte Rushmore in South Dakota per l'evento Freedom 250, di alimentare il proprio narcisismo, ventilando la possibilità di aggiungere ai quattro presidenti raffigurati sulla parete del monte (Washington, Jefferson, Roosevelt e Lincoln) la sua immagine.

Non a caso. L'inquilino della Casa Bianca ha ricevuto una autentica "sberla" dalla Corte Suprema, che presume di orientare e condizionare, sconfitto sullo ius soli, pietra miliare della fondazione degli Stati Uniti, di quella lotta che con la dichiarazione di indipendenza del 4 luglio 1776 le tredici colonie "ribelli" (New Hampshire, Massachusetts, Rhode Island, Connecticut, New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware, Maryland, Virginia, Carolina del Nord, Carolina del Sud, Georgia) ingaggiarono contro la Gran Bretagna, con l'appoggio degli Stati europei Francia, Spagna e Olanda.

La Corte Suprema ha infatti respinto il tentativo autoritario del presidente americano di abolire lo ius soli con un decreto esecutivo per accentuare la sua stretta sull'immigrazione. Il professore Bruno Cartosio, docente dell’Università di Bergamo e tra i più importanti studiosi in Italia degli Stati Uniti, ci aiuta a capire cosa sta accadendo nella democrazia americana.

“Trump – dice il professore Cartosio - sta cercando, come altri hanno fatto prima di lui ma con minore forza, di aumentare i poteri presidenziali. Prima di lui, George W. Bush aveva avuto un insieme di consiglieri che si muovevano in questa direzione, in particolare uno studioso del diritto aveva cercato di incrementare i poteri presidenziali in modo da dare maggiori capacità decisionali relativamente a una quantità di agenzie e di strutture amministrative che caratterizzano l’organizzazione dello Stato. Ora Trump sta cercando di farlo da molti punti di vista in modo grossolano, essenzialmente incentrato su di sé in quanto persona che ricopre quella carica che lui ritiene debba avere tra le proprie prerogative la capacità decisionale su praticamente tutte le articolazioni dello Stato. Questo è variamente contestato da molte strutture giuridiche: in particolare la Corte Suprema ha limitato questo potere decisionale sulla Fed, che grossolanamente potremmo definire la loro Banca Centrale. È importante anche perché intorno al legame tra presidenza e Banca Centrale degli Stati Uniti si sono dibattute posizioni diverse e contrapposte, a volte in modo molto forte, a partire dall’inizio dell’Ottocento. Quindi si tratta di una materia molto delicata e questa Corte Suprema, nonostante sia considerata, peraltro correttamente, fortemente pendente a favore del presidente Trump, ha limitato il potere decisionale sulla presidenza della Fed, riconoscendo alla Banca Centrale un’autonomia che priva il presidente di potere assoluto sulla nomina di chi la deve dirigere. Quindi impedisce al presidente di legare strettamente il maggiore organo giuridico finanziario della Federazione degli Stati Uniti ai propri desideri”.

Stupisce che a votare contro siano anche esponenti repubblicani. “I suoi interventi sono talmente pesanti e orientati a favore di sé stesso che in qualche caso costringono appartenenti al suo stesso partito da lui nominati alla Corte Suprema e a lui in generale fedeli a considerare che rimane un tratto caratteristico irrinunciabile degli Stati Uniti il fatto che ci sono dei margini di indipendenza di quelli che nella Costituzione vengono chiamati pesi e contrappesi e che limitano il potere assoluto del presidente. Anche se sono fedeli a Trump, si rendono conto che alcuni limiti non possono essere oltrepassati nell’estensione dei poteri presidenziali”. Significativo, in proposito, il voto sulla ius soli. “È importante perché entra nella Costituzione, riguarda un diritto garantito costituzionalmente. Nel 1868, nel 14esimo emendamento, fissato dopo la fine della schiavitù e la guerra civile conclusasi nel 1865, è stato stabilito il diritto alla cittadinanza per chi è nato o naturalizzato come cittadino degli Stati Uniti. Allora fu particolarmente importante perché riguardava in particolare i neri che erano stati esclusi dalla cittadinanza. Un emendamento importante legato a fatti di assoluta importanza nella storia degli Stati Uniti. Nel momento attuale, questo tentativo di escludere dalla cittadinanza alcuni dei nati negli Usa è legato alla radicale, quasi ossessiva, opposizione di Trump nei confronti degli immigrati. Fa parte dei suoi tentativi di allargare i propri poteri decisionali a danno di parti della popolazione. Un altro aspetto potrebbe essere quello di non riconoscere il diritto alla formazione di sindacati da parte dei lavoratori o l’abolizione e il non riconoscimento di contratti firmati da rappresentanti di lavoratori e degli imprenditori. Sono tutti tentativi di estensione dei propri poteri. Si tratta di questioni importanti e decisive”. [1]


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