Scandalo 007: i custodi del caveau che vendevano le chiavi
- Alberto Scafella
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di Alberto Scafella

C’è una categoria professionale che dovrebbe dormire poco, parlare ancora meno e custodire i segreti dello Stato con la stessa cura con cui un padre protegge i propri figli. Poi c’è la realtà, che spesso supera la satira.
L’arresto di due ex appartenenti ai servizi del Ministero della Difesa, e l’indagine su altri cinque funzionari accusati di aver ceduto informazioni classificate a un presunto emissario russi, non si possono classificare soltanto come una vicenda giudiziaria. È il sintomo di una malattia più profonda: quella di un apparato che, talvolta, sembra considerare la sicurezza nazionale come un fastidioso adempimento burocratico, anziché una missione. Invece, le accuse formulate dalla Procura di Roma e dalla Procura militare sono gravi: procacciamento di notizie concernenti la sicurezza dello Stato, spionaggio, rivelazione di segreti di Stato, rivelazione di notizie di cui sia stata vietata la divulgazione.
La satira, in questi casi, rischia di essere superata dai fatti. Perché immaginare un pompiere che appicca incendi o un medico che vende virus sarebbe già abbastanza assurdo. Ma il custode dei segreti dello Stato che li mette sul mercato, se risultasse vera l'accusa, è un paradosso persino più grottesco.
Chi ha avuto la fortuna, o la sfortuna, di frequentare certi ambienti sa che accanto a professionisti di altissimo livello esiste anche un sottobosco fatto di mediocrità, arroganza, carriere costruite sulle relazioni più che sul merito e personaggi che scambiano il distintivo per un lasciapassare verso l’impunità.
Il problema è che i servizi d’informazione non sono un ministero qualsiasi. Se un ufficio del catasto sbaglia una pratica, si perde tempo. Se chi custodisce informazioni strategiche tradisce, si mette a rischio la sicurezza di un Paese, dei suoi militari, delle sue missioni internazionali e, in ultima analisi, dei suoi cittadini.
La vera domanda non è soltanto chi abbia tradito. La domanda, rimane nel nostro Paese, come in altri quando si registrano questi casi, è chi abbia consentito a certe persone di scalare la piramide di posizioni tanto delicate. Perché i tradimenti, al di là di questa vicenda di cui non si conoscono che pochi dettagli, raramente nascono dal nulla. Molto più spesso sono preceduti da anni di superficialità, di segnali ignorati, di valutazioni sbagliate e, talvolta, di quella malsana abitudine, qui molto italiana, di confondere la fedeltà personale con l’affidabilità istituzionale.
Naturalmente saranno i magistrati ad accertare responsabilità e colpe. È giusto ricordare che ogni indagato è innocente fino a sentenza definitiva. Ma proprio per questo sarebbe un errore limitarsi a parlare dei singoli. Il punto è il sistema.
In Italia siamo bravissimi a costruire commissioni d’inchiesta dopo gli scandali. Meno bravi a prevenire gli scandali prima che esplodano. Ci indigniamo per qualche giorno, organizziamo conferenze stampa, promettiamo riforme epocali e poi tutto torna come prima, fino alla prossima fuga di notizie.
La sicurezza nazionale, invece, non vive di comunicati stampa. Vive di selezione rigorosa, controlli continui, cultura della responsabilità e senso dello Stato. Parole antiche, perfino démodé, ma ancora indispensabili.
C’è un ultimo aspetto che merita una riflessione. In Italia esistono moltissimi servitori dello Stato che lavorano nell’ombra con competenza, sacrificio e assoluta lealtà. Sono loro a pagare il prezzo più alto ogni volta che emerge uno scandalo del genere, perché il sospetto finisce per ricadere sull’intera categoria. È un’ingiustizia che si aggiunge al danno.
La satira può sorridere amaramente davanti all’ennesimo paradosso italiano: spendiamo miliardi per proteggere i nostri segreti e poi rischiamo di perderli perché qualcuno decide che il vero nemico non è chi sta fuori dai confini, ma la propria coscienza.
Forse il problema non è mai stato la sofisticazione degli apparati. Forse è sempre stato qualcosa di molto più semplice e molto più difficile da garantire: l’onestà di chi li rappresenta.













































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