Detto in pochissime parole. Mondiali sì, ma dell'ipocrisia
- Indiscreto controcorrente
- 18 ore fa
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di Indiscreto controcorrente

Ora che si è scatenata la bufera mediatica contro il presidente americano Trump e presidente della FIFA Gianni Infantino per i loro tête-à-tête telefonici, tutti si sentono specchiati e moralmente superiori ai due reprobi. Però, diciamolo anche sottovoce, ma il rischio è davvero minimo. Ai mondiali, l'imperativo è The show must go on. E a nessuno passa minimamente per l'anticamera del cervello fare le valigie e ritornare a casa. L'aereo di ritorno è per gli sconfitti, gli eliminati. In fondo, il calcio, lo sport più in generale, se non vi sono arbitri in vendita, combine, doping, conserva ancora il suo ordine di valori in campo. Quei valori, secondo una parte degli americani, che Donald Trump non ha mai condiviso a livello individuale, se si prende per buono il suo rapporto con il golf, di cui - secondo più fonti - interpreta le regole sempre a modo suo, a partire dall'attribuzione eterodosso del punteggio, del calcolo dell'handicap, dei trofei effettivamente vinti e amenità varie sul green. Per questo, sarebbe da ipocriti non applaudire all'ennesima coerenza del presidente Usa con l'intervento sulla squalifica di Balogun. Qualcuno davvero s'aspettava che l'inquilino della Casa Bianca stesse con le mani in mani alle prime avvisaglie di danni collaterali per America First?
Dall'altra parte, perché stupirsi dell'acquiescenza di Infantino, anche se porta a filo d'erba - per rimanere in ambiente - la credibilità del calcio mondiale? Il presidente della FIFA non ha mosso un dito all'inizio dei Mondiali per tutelare l'arbitro somalo, l'incolpevole Omar Abdulkadir Artan, rispedito di volata al mittente come indesiderato; né si conosce la sua opinione sul trattamento riservato ad alcune squadre nazionali al loro arrivo negli Usa; in effetti, l'attenzione per i diritti umani non pare essere uno dei suoi migliori requisiti a giudicare dall'assegnazione dei prossimi mondiali. Insomma, siamo nel solco della più eccelsa tradizione della FIFA, che ha avuto sulla tolda di comando per oltre un trentennio a vario titolo un certo signor Sepp Blatter fino al 2015, anno in cui il suo controverso modo di gestire il potere è risultato pericoloso anche ai suoi più fedeli lacchè.
Stamane dalle colonne di un quotidiano, il campione del mondo 1982 Marco Tardelli ha sollecitato una reazione interna al mondo del calcio. Coraggioso intervento il suo, preceduto il giorno prima da un pensiero reso pubblico in una trasmissione televisiva, che ha ricevuto una eco più per l'immediato distinguo di responsabilità da chi conduceva il programma, che per l'anticonformismo della proposta. Ma Tardelli, classe 1954, in più occasioni ha mostrato di avere ancora nelle vene le pulsioni della contestazione giovanile a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, e di non amare il guinzaglio al collo, né corto, né lungo. Un po' come il ribelle Paolo Sollier, il calciatore che negli anni Settanta salutava le curve della Serie A con il pugno chiuso e sognava di vedere le sinistre al potere e, forse, negli spogliatoi. Altre vite fa.
Oggi il dio denaro compra tutto e fa dimenticare il peggio. Lo sa Trump, lo sa Infantino, lo sanno i giocatori, famosi o meno. Lo sa Lionel Messi in primis, che nel 2022, alla premiazione al Lusail Stadium di Doha in Qatar, mentre alzava la Coppa del Mondo, si ritrovò immantellato con il Bisht nero della tradizione araba dall’emiro Al Thani, sotto lo sguardo compiaciuto di Infantino; un po' meno degli argentini cui erano stati nascosti i colori nazionali della maglia nel momento della premiazione per la vittoria.
Chi profetizzava anni fa che il pallone fosse sgonfio si sbagliava. È solo marcio dentro, ma quando lo si calcia, è difficile accorgersene.













































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