top of page

Il “noi” contro la politica del disprezzo diffusa da Trump

Aggiornamento: 7 ore fa


Barack e Michelle Obama: la democrazia come legame quotidiano (dal discorso tenuto alla inaugurazione dell’Obama Presidential Center a Chicago il 18 giugno 2026)


di Maria Teresa Fenoglio


Wikipedia@ vargas2040 - Flickr
Wikipedia@ vargas2040 - Flickr

All’inaugurazione dell’Obama Presidential Center, nel South Side di Chicago[1], Barack e Michelle Obama hanno pronunciato due discorsi distinti e complementari. Evitando ogni tono autocelebrativo, i due hanno fornito una risposta, attentamente costruita, alla domanda che attraversa oggi gli Stati Uniti e molte democrazie occidentali: che cosa resta della politica democratica quando si incrinano la fiducia nelle istituzioni, il riconoscimento dell’avversario e perfino la possibilità di distinguere i fatti dalle menzogne?

Il Centro, ufficialmente aperto a Chicago il 18 giugno 2026, viene presentato come un luogo dedicato alla partecipazione, alla memoria delle lotte sociali e alla formazione di nuove generazioni. Ma il suo significato politico emerge soprattutto dall’intreccio fra i due discorsi.

Barack Obama parla prevalentemente il linguaggio della storia e delle istituzioni. Michelle quello della vita quotidiana, dei corpi, degli affetti e della responsabilità personale. Lui ricostruisce la genealogia della promessa democratica americana; lei mostra dove quella promessa continua concretamente a vivere: nelle persone che lavorano, educano, curano, consegnano pacchi, preparano pasti, raccolgono rifiuti, accompagnano i bambini e tengono insieme le comunità.


Due voci per un unico messaggio

Barack Obama comincia dal proprio arrivo a Chicago nel 1985. Ha ventitré anni, poche esperienze, una vecchia automobile e il desiderio ancora indistinto di “fare la differenza”. È il lavoro di community organizer nel South Side, in quartieri colpiti dalla chiusura delle acciaierie e dall’abbandono, a trasformare quell’aspirazione in una vocazione politica.

La sua narrazione segue un movimento tipicamente obamiano: parte dall’“io”, ma per dissolverlo progressivamente nel “noi”. La biografia individuale, lungi dall’essere presentata come la storia eccezionale di un uomo che si innalza al di sopra degli altri, viene letta come il risultato degli incontri, con le istituzioni locali, le chiese, i sindacati, le madri sole, gli insegnanti, i vicini e quel gran numero di persone comuni che gli hanno insegnato il significato della leadership.

Il leader, dice in sostanza Obama, non è colui che conquista la scena, ma chi aiuta gli altri a trovare la propria voce. La democrazia nasce precisamente quando le persone acquisiscono la capacità di intervenire sulle forze che regolano la loro vita. Il cuore del suo messaggio è racchiuso in una triade: ciascuno deve contare, avere una reale possibilità e sentirsi parte della comunità.

Da qui Obama allarga lo sguardo alla storia americana. La democrazia non viene raffigurata come un bene pienamente realizzato dai Padri fondatori. La promessa dell’uguaglianza nacque insieme alla schiavitù, all’esclusione delle donne, delle popolazioni indigene, dei poveri e di tutti coloro che non erano considerati parte del popolo sovrano. Il “We the People” originario comprendeva infatti  soltanto una minoranza.

Eppure quella promessa incompiuta fornì un linguaggio attraverso cui gli esclusi poterono rivendicare la propria inclusione. La democrazia avanza, nella ricostruzione di Obama, perché generazioni di cittadini prendono sul serio principi che il potere aveva proclamato senza applicarli. Petizioni, scioperi, manifestazioni, sermoni, organizzazione nei quartieri e discussioni nelle famiglie ampliano progressivamente il significato del “noi”.

È la stessa struttura argomentativa che aveva sostenuto il suo discorso di Selma del 2015: l’America non è soltanto ciò che è stata, ma la lotta per avvicinarsi a ciò che ha dichiarato di voler essere. Le parole collocate oggi nello Sky Room del Centro riassumono questa visione: la parola più potente della democrazia è “noi”: “We the People”, “We Shall Overcome”, “Yes We Can”. Nessuno può impadronirsene, perché appartiene a tutti.

Michelle Obama prende lo stesso “noi” e lo traduce dal registro costituzionale a quello morale e quotidiano. Il suo discorso comincia come un elogio personale del marito. È un esempio classico di retorica epidittica: celebrare una persona per indicare le virtù che una comunità dovrebbe riconoscere e imitare.

Barack viene descritto attraverso una serie di contrapposizioni: il potere non lo ha corrotto, la pressione non lo ha indurito, gli attacchi razzisti non gli hanno fatto perdere il controllo. Michelle richiama le menzogne a suo tempo inventate sulla sua nascita, sulla religione, sul patriottismo e sulla sua legittimità a ricoprire la presidenza. Il suo elogio, che parte dal privato consentendo una forte identificazione affettiva, non rimane però solo privato. Le virtù attribuite al marito, decenza, autocontrollo, intelligenza, capacità di ascolto, fibra morale, diventano implicitamente un giudizio sulla politica contemporanea.

Il bersaglio non viene quasi mai nominato. Non è necessario. Nell’America del secondo mandato di Donald Trump, il contrasto tra le due concezioni del potere è immediatamente percepibile. Trump è oggi il 47º presidente degli Stati Uniti; la stessa comunicazione ufficiale della Casa Bianca definisce il suo ritorno come una battaglia contro una “sinistra radicale” e i “comunisti”. E il recente discorso autocelebrativo per il 250° dell'Independence Day lo conferma. Gli Obama scelgono però di non rispondere con il medesimo lessico dell’aggressione. Alla personalizzazione del nemico oppongono una diversa idea della persona pubblica.


La tradizione progressista americana

Entrambi i discorsi si collocano consapevolmente nella grande tradizione dell’oratoria democratica progressista americana.

Di Franklin Delano Roosevelt riprendono l’idea che la libertà non si esaurisca nell’assenza di costrizioni. Nel discorso delle “Quattro libertà” del 1941, Roosevelt affiancava alla libertà di parola e di religione la libertà dal bisogno e dalla paura. Anche negli Obama la democrazia richiede condizioni materiali e psicologiche: sicurezza, dignità, istruzione, salute, possibilità di partecipazione.

Manca tuttavia, rispetto a Roosevelt, la stessa nettezza nell’indicare il conflitto economico e il ruolo del potere finanziario. Barack ricorda la crisi, la disoccupazione e la chiusura delle fabbriche; Michelle nomina i lavoratori che vivono accomunando uno stipendio part-time all’altro e gli imprenditori in crisi incapaci di pagare i dipendenti. Ma il discorso resta prevalentemente morale e comunitario. La disuguaglianza viene rappresentata attraverso le sue conseguenze umane più che attraverso i rapporti di forza che la producono.

Da Martin Luther King proviene invece la struttura profetica della speranza. King sapeva congiungere la denuncia radicale dell’ingiustizia con l’immagine anticipatrice di una comunità riconciliata. Descrivendo il male presente, presentificava un futuro diverso. Il suo “I have a dream” trasformava la ripetizione in crescendo, la promessa costituzionale in giudizio sul presente e la fede religiosa in mobilitazione politica.

Anche Michelle utilizza l’anafora e la ripetizione: “La speranza è una scelta. Votare è una scelta. Essere una persona decente è una scelta”. King tuttavia parlava nel pieno di un movimento collettivo capace di produrre conflitto, disobbedienza civile e organizzazione. Michelle parla in una società frammentata, nella quale il primo problema è ricostruire la possibilità stessa del legame.

Per questo la sua retorica è meno profetica e più terapeutica. Non chiede soltanto di marciare o votare. Invita a mettere da parte il cellulare, parlare, ridere, piangere, coltivare un giardino, accompagnare i bambini al parco, prendersi cura degli spazi comuni. Il suo è il riconoscimento che una democrazia può essere distrutta anche prima dell’abolizione formale delle elezioni: quando gli individui non si incontrano più, non si ascoltano, non riconoscono l’umanità di chi è diverso.

In questo senso i due discorsi ricordano anche Robert Kennedy a Indianapolis, dopo l’assassinio di Martin Luther King: davanti a una folla sconvolta, Kennedy non alimentò la vendetta, ma condivise il proprio dolore e invitò a sostituire la polarizzazione con la comprensione reciproca. Quella tradizione considera l’oratoria politica non come incitamento contro un nemico, ma come opera di contenimento della violenza e trasformazione del lutto.


Da Mandela a Calamandrei e Berlinguer

Fuori dagli Stati Uniti, il riferimento più vicino è Nelson Mandela. Nel discorso d’insediamento del 1994, dopo la fine dell’apartheid, Mandela legava l’emancipazione politica alla liberazione dalla povertà, dalla privazione e dalle discriminazioni e prometteva una pace “completa, giusta e duratura”.

Come Mandela, gli Obama insistono sul fatto che la vittoria politica non autorizza l’umiliazione dell’avversario. La democrazia richiede che nessun gruppo pretenda di ottenere tutto, che il potere accetti dei limiti e che la comunità futura comprenda anche persone che non condividono le nostre idee.

In Italia viene spontaneo pensare al discorso di Piero Calamandrei agli studenti del 1955. La Costituzione, spiegava Calamandrei, non è una macchina capace di muoversi da sola: bisogna rimettervi ogni giorno il combustibile dell’impegno e della responsabilità. La sua origine trae origine dai luoghi in cui uomini e donne hanno lottato per la libertà e la dignità.

A ben guardare, l’Obama Presidential Center svolge una funzione analoga: collegare le istituzioni alle storie di coloro che le hanno rese possibili seguendo il paradigma di una pedagogia della partecipazione.

Con il segretario del Partito comunista italiano, scomparso nel 1984, Enrico Berlinguer, avvertiamo invece una parentela e una distanza. La parentela sta nell’appello alla responsabilità, alla sobrietà del potere, al primato dell’interesse collettivo e alla democrazia come valore non strumentale. Nel discorso sull’austerità del 1977, Berlinguer proponeva una trasformazione del modello sociale e dei consumi, ponendo in discussione l’uso privato delle risorse e le disuguaglianze globali.

La distanza è evidente: gli Obama non propongono un nuovo modello economico. La loro è una socialdemocrazia etica più che strutturale. Difendono pluralismo, inclusione, dignità del lavoro e intervento pubblico, ma non nominano il capitalismo come sistema, né sviluppano una critica del potere economico paragonabile a quella della tradizione socialista europea.

Anche sul ruolo internazionale degli Stati Uniti, Barack conserva una fiducia nell’eccezionalismo democratico americano che una sinistra europea non può accettare senza riserve. Ammette errori e contraddizioni della politica estera, ma, in un recupero mitico, continua a presentare l’America come possibile forza positiva nel mondo. Le guerre, le responsabilità imperiali e le tragedie contemporanee — a partire da Gaza — restano fuori dal discorso.

È un’assenza politicamente significativa. Da una democrazia che chiede di riconoscere l’umanità di ogni persona ci si aspetta che applichi lo stesso principio anche alle vittime che disturbano la propria autorappresentazione.


La novità: difendere la democrazia ricostruendo i legami

La parte più nuova dei due discorsi non è dunque il richiamo ai diritti, alla Costituzione o alla speranza. Tutto questo appartiene da tempo alla tradizione progressista.

La novità consiste nel descrivere la democrazia come una fragile ecologia dei rapporti umani. Un costrutto questo che richiama il pensiero europeo di Benasayag quando parla di “clinica dei legami” e di Bauman, lettore critico della “modernità liquida”.

I nemici dell’ordine democratico non sono soltanto il colpo di Stato, la censura o la violenza istituzionale. Sono anche l’isolamento, il bombardamento permanente delle indignazioni digitali, la confusione tra realtà e finzione, la riduzione dell’altro a caricatura, la perdita degli spazi pubblici e la convinzione che ogni persona diversa da noi rappresenti una minaccia.

Barack parla della necessità di istituzioni, limiti costituzionali, magistratura indipendente, stampa libera, elezioni corrette e trasferimento pacifico del potere. Michelle indica la condizione psicosociale senza la quale quelle istituzioni finiscono per svuotarsi: la capacità di vedere l’altro, di presentarsi quando ha bisogno, di sostenerlo quando è stanco o perde la fiducia.

La speranza, in questo quadro, non è la previsione che tutto andrà bene, ma la decisione di non contribuire, attraverso il ritiro e il cinismo, alla vittoria di ciò che si teme.

Contro una politica che costruisce appartenenza attraverso il disprezzo, gli Obama propongono un “noi” che non richiede l’espulsione di un nemico. È un noi incompiuto, faticoso, talvolta deludente che, se non cancella il conflitto, impedisce che questo distrugga il riconoscimento dell’umanità reciproca.

Per una sinistra europea, questo messaggio è necessario, ma non sufficiente. Necessario, perché senza legami, fiducia e dignità condivisa nessuna trasformazione sociale è possibile. Non sufficiente, perché la bontà delle persone comuni non può sostituire l’analisi delle strutture che producono precarietà, guerra e disuguaglianza.

La sfida sta forse nella combinazione fra queste due dimensioni: ricostruire il conflitto senza odio, l’appartenenza senza esclusione, la radicalità senza disumanizzazione, tornando a pronunciare un “noi” che non sia rifugio identitario e parola rivolta contro qualcuno, ma come nome sempre provvisorio di un mondo comune.

 

Note

[1] L’Obama Presidential Center, costruito nella zona popolare di Chicago, il South Side, là dove gli Obama hanno lavorato come community organizer, è un campus civico con museo, biblioteca, spazi formativi, luoghi d’incontro, giardini, nonché spazi per lo sport e i giochi per i bambini. Progettato da Tod Williams Billie Tsien Architects con Interactive Design Architects, ha come elemento centrale una torre che richiama quattro mani unite e sollevate, simbolo dell’azione collettiva. Come è consuetudine americana, è finanziato soprattutto da donazioni filantropiche private raccolte dalla Obama Foundation.

 

Commenti


L'associazione

Montagne

Approfondisci la 

nostra storia

#laportadivetro

Posts Archive

ISCRIVITI
ALLA
NEWSLETTER

Thanks for submitting!

Nel rispetto dell'obbligo di informativa per enti senza scopo di lucro e imprese, relativo ai contributi pubblici di valore complessivo pari o superiore a 10.000,00, l'Associazione la Porta di Vetro APS dichiara di avere ricevuto nell’anno 2024 dal Consiglio Regionale del Piemonte un'erogazione-contributo pari a 13mila euro per la realizzazione della Mostra Fotografica "Ivo Saglietti - Lo sguardo nomade", ospitata presso il Museo del Risorgimento.

© 2022 by La Porta di Vetro

Proudly created by Steeme Comunication snc

LOGO STEEME COMUNICATION.PNG
bottom of page