ITALIANI ALTROVE. La generazione dell'aeroporto
- Ivano Barbiero
- 2 giorni fa
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Aggiornamento: 9 ore fa
Gli italiani che vivono tra due Paesi senza partire davvero, né tornare mai. Voli low cost, smart working, identità sospese e vite distribuite attraverso l’Europa: il nuovo volto dell’emigrazione italiana raccontato attraverso dati recenti, mobilità permanente e nuove forme di vita oltre confine.
di Ivano Barbiero

C’era una volta l’emigrante che partiva con una valigia di cartone e un indirizzo scritto su un foglio di carta. Partiva per la Svizzera, la Germania, il Belgio o l’Argentina e spesso non tornava più. Le distanze erano enormi, i viaggi lunghi, le telefonate costose. A volte passavano mesi prima di ricevere una lettera o una fotografia. Chi partiva sapeva quasi sempre di lasciare qualcosa definitivamente alle spalle.
Oggi esiste un’altra categoria di italiani all’estero. Non vive più con la valigia di cartone e spesso non ha alcuna intenzione di rientrare definitivamente in Italia. Ma non si considera nemmeno emigrata nel senso tradizionale del termine. Vive in una terra di mezzo fatta di voli low cost, smartphone, identità digitali, lavoro da remoto e continui spostamenti. È la generazione dell’aeroporto.
I numeri confermano che l’Italia continua a perdere cittadini. Secondo gli ultimi dati ISTAT, nel 2025 gli espatri di cittadini italiani sono stati circa 109 mila, mentre i rimpatri si sono fermati a 56 mila. Il saldo resta negativo per oltre 53 mila persone. Nello stesso anno le emigrazioni complessive verso l’estero hanno raggiunto 144 mila unità. Anche se il dato risulta inferiore rispetto al picco registrato nel 2024, la tendenza di fondo non cambia: migliaia di italiani continuano a costruire la propria vita oltre confine.
A rendere ancora più impressionante il fenomeno è il numero complessivo degli italiani residenti all’estero. Oggi gli iscritti all’AIRE, l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero, hanno superato i sei milioni e trecentomila. Una popolazione enorme, quasi pari a quella di intere regioni italiane. Ma ciò che colpisce non è soltanto il numero di chi parte. È il modo in cui si vive oggi l’esperienza migratoria.
L'abbattimento di tempi e costi dei voli
Per gran parte del Novecento l’emigrazione aveva un carattere definitivo. Chi lasciava il proprio Paese spesso sapeva che sarebbe tornato soltanto per le vacanze, se non addirittura mai. Oggi le distanze si sono accorciate. Un volo tra Milano e Londra dura meno di due ore. Da Torino a Dublino si arriva in una mattinata. Da Berlino a Roma bastano poche centinaia di euro e un fine settimana libero. Il boom delle compagnie low cost ha cambiato non soltanto il turismo europeo, ma anche la psicologia stessa dell’emigrazione.
È nato così un nuovo tipo di emigrante. Lavora in Irlanda, ma mantiene il conto corrente in Italia. Vive a Berlino, ma continua ad avere il medico di famiglia nel paese d’origine. Passa il Natale con i genitori a Torino, la Pasqua a Madrid e le ferie estive in Puglia. Ha uno SPID italiano, una SIM straniera, una carta bancaria internazionale e spesso una casa in affitto in un Paese diverso da quello in cui è nato. Molti italiani oggi non abitano più un solo luogo. Vivono contemporaneamente dentro più Paesi.
L’emigrazione contemporanea è sempre meno una rottura e sempre più una condizione permanente di mobilità. Non si parte per sempre. Ma non si torna nemmeno davvero.
Anche il lessico è cambiato. Per decenni chi lasciava l’Italia veniva chiamato emigrante. Oggi molti preferiscono definirsi expat, lavoratori internazionali, professionisti mobili, remote worker o nomadi digitali. Le parole cambiano perché è cambiata la realtà. La nuova emigrazione italiana è molto più istruita rispetto a quella del passato. Una parte importante dei nuovi italiani all’estero appartiene alla fascia tra i 25 e i 40 anni ed è composta da laureati, professionisti digitali, ricercatori, creativi, tecnici specializzati e lavoratori che si muovono dentro un mercato europeo ormai integrato.

La stessa geografia delle destinazioni racconta questa trasformazione. L’Unione Europea continua a rappresentare il principale polo di attrazione per gli italiani che si trasferiscono all’estero. Germania, Spagna, Regno Unito, Francia, Paesi Bassi e Irlanda formano una sorta di grande spazio di circolazione nel quale migliaia di professionisti, studenti e lavoratori si spostano seguendo opportunità, salari, qualità della vita o semplicemente nuove esperienze. Sempre più spesso gli italiani non si trasferiscono direttamente dall’Italia a un altro Paese, ma da uno Stato europeo all’altro. C’è chi parte per Londra e dopo qualche anno si sposta a Dublino. Chi lascia Berlino per Lisbona. Chi lavora in Spagna per una società tedesca mantenendo clienti italiani. Una mobilità continua che sarebbe stata impensabile soltanto trent’anni fa.
Molti non si sentono nemmeno emigrati nel senso tradizionale del termine. Chi vive all’estero oggi può partecipare a una riunione online con colleghi italiani al mattino, lavorare per un’azienda straniera nel pomeriggio e prenotare un volo per tornare a casa nel fine settimana. Le tecnologie hanno ridotto il senso di distanza che accompagnava le generazioni precedenti. Un tempo le famiglie aspettavano lettere e telefonate internazionali costosissime. Oggi ci si videochiama ogni sera. Si festeggiano compleanni a distanza, si guardano le partite insieme attraverso lo schermo di un telefono, si pranza virtualmente con genitori e nonni rimasti in Italia.
Amministrativamente italiani al 100 per cento
Eppure, la distanza emotiva non scompare davvero. Molti italiani all’estero raccontano di sentirsi contemporaneamente appartenenti a due luoghi. Non abbastanza italiani per chi è rimasto in patria, ma neppure completamente integrati nel Paese che li ospita. È una forma di identità sospesa che accomuna una parte crescente della nuova mobilità europea. Alcuni mantengono tutto in Italia “per sicurezza”: il conto corrente, il medico, il domicilio fiscale, il voto, perfino la vecchia stanza nella casa dei genitori. Vivono fuori ma restano amministrativamente italiani al cento per cento.

A rendere ancora più particolare questa trasformazione è il fatto che l’Italia, mentre continua a perdere cittadini, vede aumentare la propria dipendenza dalle migrazioni per mantenere stabile la popolazione. L’ISTAT ha calcolato che nel 2025 il saldo naturale tra nascite e decessi è stato negativo per circa 296 mila persone. Senza l’apporto delle migrazioni internazionali, il declino demografico sarebbe ancora più rapido. In altre parole, mentre decine di migliaia di italiani costruiscono la propria vita all’estero, il Paese ha sempre più bisogno di nuovi ingressi per compensare l’invecchiamento della popolazione e il crollo delle nascite. È uno dei grandi paradossi dell’Italia contemporanea.
Forse per questo l’immagine dell’emigrante del XXI secolo non è più quella della nave che lascia il porto o del treno che attraversa le Alpi. È quella di una persona seduta in aeroporto davanti a uno schermo. Sul telefono ha il biglietto elettronico, il conto bancario italiano, una chat con la famiglia, una videochiamata programmata e un contratto di lavoro in un altro Paese. Non sa se tornerà definitivamente. Non sa nemmeno se resterà dove si trova oggi. Sa soltanto che la sua vita si svolge tra più luoghi contemporaneamente.
E forse è proprio questa la vera novità della nuova emigrazione italiana: non la partenza, ma il movimento continuo. Non il trasferimento definitivo, ma la possibilità di vivere in una condizione permanente di transito. Una generazione che non abita più soltanto una città o una nazione, ma un’intera rete di aeroporti, treni ad alta velocità, collegamenti digitali e relazioni distribuite attraverso l’Europa.
La vecchia emigrazione aveva un luogo di partenza e uno di arrivo. Quella di oggi, sempre più spesso, ha soltanto una direzione: avanti.
(4-Continua)
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