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ORE 21, LA TERRA TREMA: cinquant'anni fa il terremoto in Friuli

Il boato fu l'annuncio. I sessanta secondi successivi, l'inizio della distruzione per interi paesi friuliani. Poi calò il silenzio che anticipò la pieta per una immane tragedia che rivelò fin dai primi istanti una dimensione ciclopica.

Il terremoto, magnitudo 6.5 sulla scala Richter, con intensità tra il IX e il X grado della scala Mercalli, con epicentro tra i comuni di Gemona e di Artegna, nella media valle del Tagliamento, investì alle 21 del 6 maggio 1976 un'area pari a 5,700 chilometri quadrati compresa tra le province di Udine, Pordenone e Gorizia; rase al suolo 18mila case e ne danneggiò 75 mila. Le vittime furono quasi mille, i feriti tremila, gli sfollati oltre 100mila. I friulani chiamarono il sisma “l’Orcolat”, cioè “l’orco”, per la sua forza distruttiva.

La Stampa scrisse nella sua corrispondenza: "Sono saltate le comunicazioni telefoniche, a tarda sera il quadro della tragedia aveva ancora contorni imprecisi e perciò più angoscianti. Alle 22 si è riusciti a parlare con i carabinieri della stazione di Buia. Alla domanda se ci fossero dei morti, il centralinista ha risposto testualmente con voce disperata: « Moltissimi, moltissimi» e ha aggiunto: « Non pensate a scrivere articoli ora, mandateci soccorsi ». [...] Vittorino Meloni, direttore del « Messaggero Veneto » di Udine, quotidiano del FriuliVenezia Giulia, raggiunto per telefono alle 22,10 ha dato una testimonianza diretta, a caldo, di quanto era da poco accaduto: « Voglio sperare che la reazione del centralinista dei carabinieri di Buia abbia avuto origine nello spavento per il boato e i guasti alle cose provocati dal terremoto in quella zona (a una cinquantina di chilometri da Udine, n.d.r.). Mi auguro che la paura gli abbia fatto dilatare gli avvenimenti. Io ho tutti i cronisti fuori, sguinzagliati sulla strada della Carnia. Aspetto che telefonino o rientrino per avere notizie precise".

La risposta alla catastrofe naturale fu immediata: esercito, volontari, alpini e cittadini si mobilitarono insieme, dando vita a un modello di intervento che sarebbe diventato la base della Protezione Civile italiana. La ricostruzione seguì il principio “dov’era e com’era”, restituendo identità e continuità ai borghi distrutti.

Oggi, cinquant’anni dopo, quel terremoto è passato alla storia come una tragedia che generò un esempio di solidarietà, efficienza e rinascita comunitaria.


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