L’Etica come scienza organizzativa e non come semplice abbellimento culturale
- Emanuele Davide Ruffino e Jennifer Regis
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di Emanuele Davide Ruffino e Jennifer Regis

Le scienze manageriali sono state spesso interpretate come una disciplina eminentemente tecnica, orientata all’allocazione efficiente delle risorse disponibili e alla massimizzazione dei risultati misurabili. L’agire economico rischia di diventare un insieme di algoritmi per determinare decisioni il più possibili razionali, capaci di valutare costi e benefici delle alternative disponibili, spingendosi fino al punto di consolidare nella vita quotidiana una presunta neutralità dell’agire economico rispetto alle dimensioni etiche e sociali.
Un pragmatismo esasperato porta a considerare le strutture organizzative come semplici strumenti volti al raggiungimento di obiettivi ragionieristici, con l’etica relegata ad un quasi maniacale rispetto formale delle regole e perseguita quale precondizione per ricercare la massimizzazione dell’utilità individuale. Tuttavia, in una società complessa come la nostra, la semplice e ostinata ricerca di finalità limitate e non coinvolgenti interessi generali evidenza limiti non sostenibili. Le organizzazioni operano in ambienti caratterizzati da crescenti incertezze e interdipendenza tra gli attori, nei quali le informazioni sono incomplete e spesso distribuite in modo asimmetrico: condizioni che rendono impossibile l’automatica applicazione di calcoli di ottimizzazione, se non accompagnati da processi decisionali articolati ed influenzati da fattori cognitivi, relazionali e sistematici.
Le organizzazioni alle prese con le crisi di sistema
Fin dalle origini, la storia dell’economia è stata influenzata dalla possibilità di disporre tempestivamente di informazioni. La letteratura economica ha mostrato come l’assenza di informazioni esaustive possa compromettere il funzionamento dei mercati e delle organizzazioni.
In presenza di tali condizioni, proprie di contesti complessi e dinamici, l’incertezza dei paradigmi di riferimento e degli orientamenti ideologici assume un carattere strutturale nelle relazioni economiche, rendendo inevitabile il ricorso a forme di governance che si spingano oltre il mero presidio giuridico. In assenza di riferimenti etici condivisi, l’inasprimento delle procedure di monitoraggio tende inoltre ad aumentare i costi organizzativi e ad incentivare comportamenti difensivi fini a se stessi (di cui la massima espressione è la medicina difensiva che in alcuni casi rischia di superare il limite dell’inutilità per sconfinare nella dannosità).
L’opportunismo emerge sempre più come una possibilità strutturale delle interazioni economiche e organizzative specie se solo alcuni attori dispongono di informazioni privilegiate o possono sfruttare lacune contrattuali, favorendo la tentazione di perseguire interessi particolari a scapito della cooperazione collettiva diventando la normalità dei rapporti. Il rafforzamento dei controlli formali, in assenza di un fondamento etico condiviso (anzi attuati proprio per compensare un impianto ideologico affidabile), rischia di produrre un effetto paradossale: invece di favorire comportamenti responsabili, può alimentare strategie di elusione delle regole e una logica di adempimento minimale e autoassolvente.
Da questo punto di vista, l’opportunismo non produce effetti soltanto sul piano delle singole condotte, ma interviene più in profondità, modificando la qualità dell’ambiente relazionale in cui l’azione organizzativa si sviluppa. Quando prende corpo la percezione che la cooperazione possa essere utilizzata in modo strumentale, le persone tendono a ridefinire il proprio modo di stare nell’organizzazione: diminuisce la disponibilità a condividere saperi e responsabilità, si attenua la propensione a esporsi oltre il minimo necessario e il contributo individuale perde progressivamente quella tensione verso il comune che rende possibile il raggiungimento di obiettivi non meramente formali. In questo modo, la collaborazione non si interrompe improvvisamente, ma si svuota dall’interno, lasciando spazio a forme di adesione prudenti, calcolate, talvolta silenziosamente disimpegnate.
Il danno più rilevante, allora, non consiste solo nella minore efficacia dei processi, ma nel progressivo indebolimento di quel tessuto di affidamento reciproco che consente a un’organizzazione di tenere insieme persone, competenze e finalità. È in questa soglia delicata che l’etica rivela la propria natura pienamente organizzativa: non semplice richiamo esterno, né ornamento valoriale, ma condizione che rende possibile la tenuta della cooperazione e, con essa, la concreta praticabilità di fini condivisi.
Riportando alla mente l’irrealizzabilità di una ipotesi di razionalità perfetta elaborata da Herbert A. Simon, è necessario descrivere in un modo più realistico come gli individui prendano decisioni: informazione incompleta e capacità cognitive finite portano ad elaborare soluzioni soddisfacenti, costruite attraverso processi di adattamento progressivo. Proprio in contesti caratterizzati da ambiguità e incertezza come quello intrinseco nei i nostri giorni, i riferimenti etici e valoriali svolgono una funzione di orientamento, contribuendo a rendere le decisioni più coerenti e prevedibili cercando di focalizzare l’attenzione sui problemi e non il semplice ricorso al consenso. Il ruolo ricoperto dalla fiducia assume, in questo contesto, la centralità.
Meno controlli, più contenuti
Se la fiducia può essere interpretata come la disponibilità ad accettare una condizione di vulnerabilità, basata su aspettative positive circa il comportamento dell’altro, emerge come questo atteggiamento non possa essere imposto dall’esterno, ma debba essere costruito attraverso comportamenti coerenti e affidabili. Ciò comporta, per contro, l’identificazione e il mantenimento di comportamenti stabili nel tempo, riducendo l’incertezza che caratterizza le interazioni sociali, politiche ed economiche.
Gli assetti istituzionali possono sicuramente contribuire a costruire contesti dove possano realizzarsi relazioni basate su rapporti di fiducia che contestualizzino e consolidino rapporti interpersonali, ma il loro scopo ultimo è quello di realizzare meccanismi che stabilizzano le aspettative e rendono affidabili i comportamenti degli attori (infrastrutture informali che sostengono il funzionamento dei sistemi limitando il ricorso a sovrastrutture burocratiche).
Se è indubbia l’utilità di regole per governare le situazioni complesse, un loro eccesso, o più esattamente un sostituire le regole alla logica delle cose, le fa diventare un ostacolo al funzionamento, accrescendo l’incertezza che invece si sarebbe dovuta ridurre. L’efficacia delle istituzioni non dipende cioè dalla loro formalizzazione, ma dalla presenza di valori condivisi che ne sostengano il regolare andamento e senza i quali le istituzioni rischiano di perdere legittimazione e di trasformarsi in meri accanimenti burocratici.
Le crisi economico-finanziarie e il susseguirsi di scandali reali o creati ad hoc per danneggiare la controparte hanno mostrato in modo evidente i limiti di un approccio all’etica ridotto ad una specie di compliance di abbellimento culturale. Per superare la funzione meramente correttiva, l’etica deve contribuire a ridurre l’incertezza, a stabilizzare le aspettative e a rendere possibili relazioni in grado di superare il contingente.
Il rapporto tra etica ed economia nelle scienze organizzative emerge come una relazione strutturale e non accessoria riservata a poche realtà che dispongono di un surplus che permette di affrontare in modo diverso l’approccio alla qualità delle decisioni, alla sostenibilità delle relazioni economiche e alla legittimazione delle istituzioni, ponendosi come presupposto teorico indispensabile per l’analisi della fiducia come fattore produttivo.













































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