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Cui prodest la polemica sul 25 Aprile? A chi rifiuta l'identità del nostro Popolo

27 apr
Tempo di lettura: 4 min

di Michele Ruggiero


Il giorno dopo del giorno dopo il 25 Aprile, i commenti su quotidiani e reti televisive sono ancora una miscela altamente infiammabile di polemiche. A chi giova? Doverosa domanda, che ne anticipa altrettanto doverosamente un'altra: perché l'anniversario della Liberazione suscita così deleteri antagonismi in aperta contraddizione con l'enorme partecipazione degli eredi di quel Popolo che ha saputo combattere per la libertà, indipendentemente dalla presenza sul proprio territorio delle forze anglo-americane che a loro volta combattevano la loro guerra contro il nemico nazifascista?

Questo 25 Aprile, al netto della canea che provoca (puntualmente) una parte dell'informazione "armata" di un lessico offensivo, che di anno in anno si increspa in una misura direttamente proporzionale alla caduta di credibilità dell'attuale governo su temi centrali della nostra società - salari, lavoro e programmazione industriale, fisco, sanità e pensioni, e non ultima la politica internazionale - ha visto protagonista nelle sue articolate manifestazioni milioni di persone animate dal proposito di ricordare quei valori e quegli ideali che furono la chiave d'accensione del moto antifascista per coloro che scelsero la strada della Resistenza. Il che non era assolutamente scontato in un clima di terrore, come raccontato da Roberto Rossellini nel suo insuperabile film Roma città aperta, trasmesso ieri sera su un canale RAI.

Né lo era l'opposizione ai tedeschi di cui diedero prova a Roma e in altre parti d'Italia, e all'estero, a Cefalonia, con la Divisione Acqui del generale Gandin, le nostre Forze armate dopo l'armistizio dell'8 Settembre 1943; una Resistenza che avrebbe avuto una dimensione degna delle nostre migliori tradizioni, dal Risorgimento alla Grande Guerra, se quegli uomini in divisa non fossero stati comandati da una Monarchia codina e in fuga, e da uno Stato maggiore codardo e incapace.

Uomini costretti, in subordine, ad esprimere il proprio amore di patria nei campi di prigionia in Germania, rifiutando la chiamata dell'esercito repubblichino al comando del maresciallo Rodolfo Graziani, il famoso Leone di Neghelli, personaggio "insuperabile" nella repressione coloniale in Libia, e a gasare un esercito raccogliticcio come quello del Negus nell'invasione dell'Etiopia, quanto autentico fulmine di guerra nel dare le spalle a una vera armata, come nel 1940, quando affrontò le truppe britanniche nella campagna del Nordafrica.

Ora potrebbe bastare questa poco originale sommatoria di episodi, però originali nel contesto storico, per spegnere sul nascere qualunque coda polemica ed evitare sgradevoli frammischiamenti con gli eventi di ieri l'altro. Eventi artatamente caricati di falsi significati e di ricercate strumentalizzazioni per inquinare il 25 Aprile, in cui il veleno del pregiudizio, che rifiuta per definizione il confronto e l'indagine pacata (per quanto possibile) da più angolazioni, si eleva a protagonista assoluto nei rapporti tra persone e istituzioni.

A chi giova, dunque? Alla Resistenza italiana, che rimane una delle pagine più gloriose della storia del Novecento da cui ha preso spunto l'avvicinamento nella lotta a un comune nemico tra forze diverse, e anche tra loro sospettose, relazioni inevitabili nel quadro di una guerra mondiale in cui morte, fame, paura, odio e distruzione spadroneggiavano? Dubitiamo.

E allora a chi giova rendere materia incandescente la cronaca sulle celebrazioni con tutto il suo velo di tensioni verbali, accuse e contraccuse che necessariamente devono pescano nel torbido del presente, perché la storia ha già dato il suo responso? Una risposta si (ri)propone oggi come ieri, leggendo e ascoltando. In questo Paese c'è una parte, dotata di enorme potere economico e politico spalmata su più livelli, e non lo si scopre da ora - ne sono testimonianza acre e sanguinosa la strategia della tensione, l'eversione nera, le bombe sui treni e nelle stazioni, le connivenze con apparati infedeli dei servizi segreti con logge massoniche e mafia - che non tollera la Resistenza italiana e non riesce a metabolizzarla fin dall'8 settembre 1943 perché esprime dentro di sé, e si porta nello spirito e nella carne e nella sua interezza in maniera autentica, il senso di un Popolo che si riscatta dinanzi all'abominio del nazifascismo.

Il marchio (presunto) dei comunisti sulla Resistenza, l'egemonia dell'Anpi (associazione nettamente maggioritaria per numero di iscritti tra quelle partigiane e di maggiore visibilità sui media) sulla condivisione della memoria storica, gli incidenti elevati al cubo per assegnare loro una drammaticità e cupezza inesistenti, se depurati dalle dichiarazioni a caldo e da un'analisi attenta tra cause ed effetti, sono soltanto l'ennesimo pretesto di distrazione di massa rispetto alla vera questione sulla nostra Resistenza: l'identità di un Popolo. E non si tratta di quel popolo usato sguaiatamente come serbatoio di voti da tribuno elettorale, ma il Popolo che ha vissuto nel coraggio e nella difesa vera e non pelosa - difesa oggi facile, perché non si rischia nulla; anzi, conformarsi nel silenzio a un criminale si trasforma in una medaglia - dei nostri connazionali con ascendenze ebraiche per salvarli dallo sterminio. Esempio di rara abnegazione di cui noi eredi di donne e uomini pronti al sacrificio, siamo grati.

A ricordarcelo, paradossalmente, sono proprio le pietre d'inciampo sulle nostre strade con i nomi di ebrei italiani deportati nei lager che i partigiani italiani, non gli Anglo-americani e non l'Armata Rossa, pur prodigandosi, rischiando, morendo, pur con infinite contraddizioni, non riuscirono a salvare dalla debordante occupazione nazifascista. Era uno strapotere che incuteva paura e terrore, ma contro cui gli italiani si ribellarono. E questa è la storia di un Popolo che per quanti sforzi si continuino a fare nel bruciare le lapidi, nel devastare monumenti, nello sparare agli iscritti dell'Anpi, nessuno potrà cancellare.



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