Dall'annuncio propagandistico alla dura realtà dei conti e dell'incapacità politica
- Gian Paolo Masone
- 15 ore fa
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di Gian Paolo Masone

Si parla di effetto annuncio quando la semplice comunicazione di un evento basta, di per sé, a suscitare reazioni e comportamenti del tutto analoghi a quelli che si verificherebbero se l’evento accadesse davvero.
Di un simile effetto sono rimaste vittime le forze di governo, con la particolarità di essere state contemporaneamente protagoniste e "ostaggi" del proprio annuncio.
Dopo aver pregustato l’uscita anticipata dell’Italia dalla procedura europea per deficit eccessivo, e aver già ipotizzato un ricco menu di spese e bonus pre-elettorali, hanno dovuto prendere atto del verdetto dell'ISTAT: la certificazione di uno sforamento del rapporto deficit/PIL al 3,1% ha gelato ogni entusiasmo, rendendo tecnicamente impossibile la programmazione di nuove spese per il 2026.
Ecco spiegate le reazioni scomposte dei nostri governanti nei confronti degli organismi tecnici: prima dell’ISTAT e, subito dopo — seppur sottotraccia — della Ragioneria Generale dello Stato. Un atteggiamento che ricorda chi, dopo aver esagerato a tavola, se la prende con la bilancia invece che con le calorie ingurgitate.
Forse accorgendosi tardivamente di avere verso i responsabili di questi enti una responsabilità in eligendo e in vigilando, i partiti di maggioranza hanno iniziato a proporre, in ordine sparso, soluzioni fantasiose per ignorare lo sforamento. Salvini ha proposto tout court l’uscita unilaterale dal Patto di Stabilità; Forza Italia ha suggerito un ricorso al MES (strumento finora demonizzato); Fratelli d’Italia, invece, ha immaginato semplicemente di ignorare il limite e puntare dritti a un deficit al 4% per il 2026.
Il nodo del debito e il PNRR mortificato
Il Governo non dovrebbe ignorare che, anche indipendentemente dalla posizione di Bruxelles, ogni decisione di aumentare ulteriormente il Debito Pubblico — che a marzo ha superato i 3.100 miliardi di euro — presuppone un mercato pronto ad assorbire BOT e BTP a rendimenti interessanti per i sottoscrittori, ma sostenibili per lo Stato. Non sarà facile, soprattutto in tempi di inflazione, convincere risparmiatori e investitori a comprare titoli di Stato con interessi attorno al 2-3% a fronte di una crescita economica che dovrebbe garantirne il rimorso che stenta a superare lo 0,5%.
Ma quand'anche il mercato fosse generoso, la soluzione può davvero passare per un ulteriore aumento della spesa pubblica? Anche restando sul lato delle uscite, siamo certi che il Governo non possa metter mano a una seria Spending Review? Si potrebbero frenare spese non indispensabili come, solo per fare un esempio, la crescita senza controllo degli stipendi erogati dalle Autorità indipendenti (per restare a quelle che cominciano con A: Aran, Anvurus, Amsv, Ansf, Art, Arera, Agcm, Agia, Anac, Agcom) verificatosi negli ultimi anni.
… e poi, siamo sicuri che il sistema pubblico sia in grado di spendere bene le risorse a disposizione? L’esperienza del PNRR parrebbe smentire una tale sicurezza. I 194 miliardi del Piano si sono "sfarinati" in una miriade di micro-interventi: progetti magari meritori sulla carta, ma incapaci di incidere strutturalmente sulla crescita. Con una cifra simile avremmo potuto ottenere miglioramenti epocali nella Sanità, una Pubblica Amministrazione all’avanguardia e una rete di ricarica elettrica capillare.
Al contrario, analizzando i dati dei progetti completati, troviamo rotonde, acquisti di beni e servizi, bonus e contributi a privati. Le opere pubbliche "vere" pesano appena per il 5% del totale, a fronte di una spesa che a fine gennaio toccava i 98 miliardi (dati del Registro Nazionale Unico del PNRR). Anche le riforme richieste si stanno rivelando "riformucce" ininfluenti, attente a non disturbare i bacini elettorali e a non stimolare troppo la concorrenza.
La sfida persa della crescita
Il famoso parametro del 3% non è un numero astratto, ma il rapporto tra deficit e PIL. Un miglioramento stabile di questa percentuale non si ottiene solo tagliando la spesa, ma puntando con decisione sulla crescita del PIL. Eppure, anche su questo fronte c'è da dubitare che il sistema pubblico possa vincere la sfida. La crescita dipende dalla produttività che, in tempi di competizione globale, non è più solo questione di "efficienza della fabbrica", ma di ecosistema: sburocratizzazione, fluidità del mercato del lavoro, giovani con skill adeguati, reti informatiche e trasporti moderni. Nonostante i proclami (giustizia veloce, competenze STEM), continuiamo a sprecare occasioni. Il parziale fallimento degli ITS, su cui si era tanto puntato per garantire un futuro professionale ai nostri giovani, è solo l'ennesimo caso in cui si misura la distanza tra il dire e il fare.
Conclusione
Non amo chiudere con una nota di pessimismo, ma l’esame della situazione — resa ancora più grave dalle tensioni geopolitiche globali — fa pensare che l’inadeguatezza della nostra classe dirigente politico-amministrativa stia preparando, ancora una volta, il terreno per l’avvento dell’ennesimo governo tecnico.













































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