Il 25 Aprile tra ideale e realtà: contro la ingenerosa scorciatoia dell’equidistanza
- Michele Sabatino
- 11 ore fa
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di Michele Sabatino

Dopo l'articolo dedicato al giorno della Liberazione, apparso ieri su questo sito [1] un amico mi ha telefonato e la sintesi del suo commento è stata: "Fascisti e comunisti sono della stessa razza". Un altro mi ha scritto: "Senza gli americani oggi parleremmo tedesco o russo". Mi sono fermato a riflettere e non ho notato diversità rispetto al passato. Forse le parole sono leggermente diverse, come i toni, ma la sostanza non cambia. E la riflessione di un altro collaboratore de La Porta di Vetro, Alberto Scafella,[2] solleva in maniera articolata le medesime questioni.[2]
Ora è innegabile che che la sconfitta del nazifascismo sia stata il risultato dell’azione congiunta degli Anglo-americani con il contributo determinante dell'Armata Rossa sul fronte orientale, contributo pagato con un costo umano elevatissimo. E se mio padre è rientrato dalla Germania in Italia, lo deve all'azione dell'esercito dell'Unione Sovietica. Onore dunque a tutti soldati degli eserciti regolari che sono caduti per liberare il nostro Paese.
Ma tra il 1943 e il 1945 non vi era spazio e tempo per le simmetrie interpretative. Lo spiega bene Winston Churchill, il primo ministro britannico, nelle sue memorie e nella sua monumentale Storia della II guerra mondiale, se qualcuno ha ancora dubbi. Infatti, era il tempo delle decisioni politiche e militari all'interno di una guerra civile e una guerra di liberazione che attraversava alcuni Paesi occupati dalla Wermacht cui davano sostegno governi fantoccio con milizie ed eserciti filonazisti. In quel contesto, le alternative non erano equivalenti. In Italia c'era la Repubblica Sociale Italiana, in Francia la Repubblica di Vichy, cui si contrapponevano i movimenti partigiani. Nel nostro Paese, la fine della guerra è la posa in opera del primo mattone di una stagione di libertà di uno Stato repubblicano. Ed è da quella rottura che nasce il "nuovo" e non da un compromesso tra posizioni equivalenti e nemmeno da dettature delle superpotenze. La Costituzione la scrissero i nostri Costituenti e fu in felice incontro tra più componenti e ideologie, tra visioni e utopie.
In merito poi all’affermazione “Fascisti e comunisti sono della stessa razza” altro non è che il solito e perdurante effetto distorto di un giudizio che si fonda su categorie astratte e che finisce per perdere di vista le differenze storiche concrete. Il comunismo, nelle sue origini, si è presentato come progetto di emancipazione sociale, uguaglianza e superamento delle disuguaglianze. Nella pratica storica dei regimi del Novecento, come è avvenuto, ha però prodotto sistemi politici segnati dal culto della personalità, repressione del dissenso, controllo autoritario e gravi violazioni dei diritti civili.
Nel caso italiano, però, il discorso non è identico. Anzi. Il Partito Comunista Italiano, guidato prima da Palmiro Togliatti, poi da Luigi Longo ed Enrico Berlinguer ha avuto una storia diversa rispetto ai partiti comunisti al potere nei regimi dell’Europa orientale. Pur mantenendo un riferimento ideologico al comunismo internazionale e all’URSS, ha operato fin dal dopoguerra dentro un sistema democratico pluralista, partecipando alla vita parlamentare e contribuendo alla costruzione della Repubblica e della sua Costituzione. Gli scritti e le scelte di Palmiro Togliatti e di quel gruppo dirigente sono inequivocabili. E lo sono fin dalla svolta di Salerno nel 1944 e dai discorsi pronunciati all'Assemblea Costituente sulle ragioni del socialismo in una società democratica con le regole della democrazia rappresentativa come terreno stabile della propria azione politica, pur in un quadro ideologico e internazionale avvelenato dalle tensioni della Guerra fredda.
Questo non elimina contraddizioni e ambiguità, ma rende storicamente forzato assimilarlo automaticamente ai partiti comunisti dei regimi a partito unico. È in questo contesto che il tema dell’equidistanza diventa problematico. Porre fascismo e comunismo sullo stesso piano può sembrare un gesto di equilibrio. In realtà, spesso, rischia di diventare una scorciatoia interpretativa: una riduzione delle differenze storiche a una simmetria astratta che non aiuta a comprendere i processi concreti. La distanza storica non semplifica i fatti. Semmai rende più difficile leggerli senza trasformarli in formule.
Conclusione. Il problema nasce quando si trasporta il giudizio su quel contesto senza la lettura di tutte le pagine della storia, perdendo di vista le differenze concrete; è solo per questo motivo che il 25 Aprile continua a non essere la festa di tutti.
Note













































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